CAP. V. Come gli ambasciadori de’ Toscani si partirono di corte mal contenti.

Il papa avendo grande appetito di servire tosto all’arcivescovo, vedendo che ’l trattare della pace promessa a’ comuni di Toscana avea a sostenere la causa del tiranno, si fece promettere triegua per un anno, in quanto il comune di Firenze e gli altri comuni la volessono, acciocchè infra il termine più ordinatamente si trattasse della pace. Gli ambasciadori ch’aveano assai dinanzi avvisati i loro comuni come la cosa procedeva acciocchè provvedessono al loro stato, frustrati della loro intenzione, si partirono mal contenti di corte, e tornaronsi in Toscana. E innanzi la loro tornata, in Firenze si piuvicò il trattato e la concordia presa col vececancelliere dell’eletto imperadore, come appresso diviseremo. Avvenne poco appresso che il vicario dell’arcivescovo in Bologna mandò a Firenze un messo con ulivo in mano e con sue lettere, significando la tregua fatta e bandita nelle terre dell’arcivescovo suo signore; e in quello dì fece muovere sua gente a cavallo e a piè da Montecarelli, e cavalcare nel Mugello predando, e uccidendo e ardendo come gravi nimici del comune, e ritrassonsi a salvamento; e ivi dopo pochi dì ritornarono, e misono loro aguati, e furono scoperti, e rotti, e morti e presi gran parte di loro, sicchè più non s’attentarono di venire in Mugello. Per questi segni si scoperse, che il trattato del papa con le tregue, colla fè corrotta del tiranno, non ebbe principio di buona intenzione.

CAP. VI. Come i tre comuni di Toscana s’accordarono a far passare l’imperadore.

I rettori de’ tre comuni di Toscana, per l’informazione ch’aveano avuta da corte da’ loro ambasciadori, sentivano a certo che la Chiesa gli abbandonava, ed era per magnificare il loro avversario: e bene che sentissono le promesse del papa, non vedeano da potersene confidare, e però tempellavano negli animi tra il sospetto e la paura, aggiugnendo temenza di cittadinesche discordie nel soprastare: e bene che ancora non avessono avuta certezza del fatto da’ loro ambasciadori, senza rendere al santo padre il debito onore, quasi palpando, per lo trattato tenuto col vececancelliere dell’imperadore, mostrando di prendere confidanza nella fama delle virtù e senno e larghe profferte del detto eletto imperadore, per aiutarsi dal potente tiranno nimico, valicando egli in Italia a istanza de’ detti tre comuni, come il suo cancelliere promettea, e per questa cagione, d’uno animo e d’uno volere tutto il reggimento di questi tre comuni, Firenze, Perugia, e Siena, con pubblico consentimento de’ loro popoli si deliberarono d’essere all’ubbidienza del detto eletto imperadore con certi patti e convenzioni, i quali erano assai strani alla libertà del sommo imperio. Ma perchè le cose disviate con alcuno mezzo più tosto si congiungono a unità e a concordia, non fu a quel tempo tenuta sconvenevole la domanda, nè ingiusto l’assentimento del signore; e però all’uscita del mese d’aprile del detto anno, nella città di Firenze in pubblico parlamento si fermò il trattato ordinato per lo vececancelliere dell’eletto imperadore, con gli ambasciadori e sindachi de’ detti tre comuni, e piuvicossi i patti e le convenzioni, e fattone solenni stipulazioni e carte, grande ammirazione ne fu per tutta Italia. I patti in sostanza racconteremo qui appresso nel seguente capitolo.

CAP. VII. Quali furono i patti dall’imperadore a’ tre comuni.

Promise il detto vececancelliere, che per tutto il prossimo mese di luglio l’eletto re de’ Romani imperadore sarebbe in Lombardia sopra le terre dell’arcivescovo di Milano per guerreggiare e abbattere la sua signoria con seimila cavalieri: de’ quali duemila ne dovea avere al suo proprio soldo, ovvero servigio, e mille che promessi gli avea la Chiesa di Roma quando passasse, i quali se dalla Chiesa non avesse, promettea fornirli da se, e gli altri tremila cavalieri, i quali dovea soldare a sua eletta. Questi tre comuni gli doveano dare per un anno dugento migliaia di fiorini d’oro, e oltre a ciò gli doveano donare come e’ fosse in Aquilea fiorini diecimila d’oro. La taglia era al comune di Firenze per millecinquecentocinquanta cavalieri, Perugia ottocentocinquanta, e Siena seicento. E se in uno anno la guerra non fosse terminata, si dovea provvedere del nuovo sussidio innanzi al tempo, confidandosi catuna parte d’averne concordia. E i detti tre comuni deono tenere il detto messer Carlo vero re de’ Romani, e futuro diritto imperadore, ed egli dee promettere di mantenere i detti tre comuni nella loro libertà e ne’ loro statuti; e come avesse la corona, avendo sottomesso il tiranno, i priori di Firenze e’ nove di Siena si doveano dinominare vicari dell’imperadore mentre che fossono all’uficio (i Perugini non s’obbligarono a questo, facendosi uomini di santa Chiesa) e il comune di Firenze promise in detto caso pagare ogni anno per nome di censo danari ventisei per focolare: gli altri comuni s’obbligarono senza distinzione di pagare ogni anno quello ch’era consueto all’imperadore per antico. E fu in patto che l’imperadore venuto alla corona dovesse privilegiare a’ detti comuni tutte le terre, ville e castella ch’al presente possedeano, e che avessono posseduto sei anni addietro, quanto che ora non le possedessono, e che dalla condannagione fatta per l’imperadore Arrigo suo avolo, promise liberare e assolvere i detti comuni. E ’l detto vececancelliere per nome del detto eletto imperadore promise, che le dette convenenze e patti il detto eletto confermerebbe infra mezzo il prossimo futuro mese di giugno del detto anno. Altre singulari cose vi si promisono, che non sono di necessità a raccontare.

CAP. VIII. Come il re Luigi e la reina Giovanna furono coronati per la Chiesa.

Avendo papa Clemente sesto e’ suoi cardinali mandati legati nel Regno, a dì 27 di maggio del detto anno, il dì della santa Pentecoste, nella città di Napoli, celebrata la solenne messa, con la consueta solennità consacrarono e coronarono in nome di santa Chiesa in prima il re Luigi, e dappresso la reina Giovanna, del reame di Gerusalemme e di Cicilia. E questo fu fatto con molta festa di baroni e di cavalieri del regno, e de’ Napoletani e de’ forestieri, i quali tutti si sforzarono di onorare il re e la reina in quella festa; e fecesi alle case del prenze di Taranto sopra le Coreggie, con molte giostre e con grande armeggiare: e vestiti e adorni il re e la reina in abito di reale maestà, ricevettono l’omaggio da tutti i baroni che non erano stati contrari nella guerra, e da assai di quelli ch’aveano tenuto contro a lui per lo re d’Ungheria, a’ quali tutti perdonò, mostrando loro buono animo e buono volere. E a coloro che alla sua coronazione non erano venuti a fare l’omaggio, assegnò termine giusto a potere venire con pace e con amore alla sua ubbidienza; e quale dal termine innanzi non fosse venuto, per decreto fece che fosse rubello della corona. E dopo la coronazione cavalcò il re in abito reale per la città di Napoli, montato in su uno grande e poderoso destriere, addestrato al freno e alla sella da’ suoi baroni. Quando fu valicato porta Petrucci nella via di Porto, certe donne per fargli onore e festa gittarono sopra lui dalle finestre rose e fiori di grande odore: il destriere aombrò, ed erse; i baroni ch’erano al freno si sforzarono d’abbassare il cavallo: il destriere ch’era poderoso ruppe le redine. Il re Luigi vedendosi sopra il destriere spaventato senza redine, di subito destramente se ne gittò a terra, e caddegli la corona di capo, e ruppesi in tre pezzi, cadendone tre merli; alla persona non si fece male: rilegata la corona, di presente, ridendo, montò a cavallo, cavalcando per la terra con gran festa e onore. In questo medesimo dì morì una sua fanciulla, che altro figliuolo non aveva della reina. Molti per questi casi pronosticarono non prospere cose alla maestà reale.

CAP. IX. Commendazione in laude di messer Niccola Acciaiuoli.

Degna cosa ne pare, e debito del nostro trattato, appresso la coronazione del re Luigi, rendere beneficio di memoria per chiara fama di messer Niccola Acciaiuoli cittadino popolare di Firenze, balio e governatore dell’infanzia del detto re; il quale essendo prima compagno della compagnia degli Acciaiuoli, con animo più cavalleresco che mercantile si mise al servigio dell’imperatrice moglie che fu del Prenze di Taranto, e quello esercitò realmente e personalmente con tanta virtù e con tanto piacere della donna, che ella avendo tre suoi figliuoli di piccola età, Ruberto primogenito, e messer Luigi secondo, e Filippo il terzo, tutti gli mise nel governamento di Niccola Acciaiuoli, che allora non era cavaliere, e tutto il suo consiglio l’imperatrice ristrinse in lui, e con lei se ne passò in Romania, e ordinati i fatti delle terre e baronie di là, con lei se ne tornò a Napoli. Ed essendo cresciuto di età di anni quindici messer Luigi, volendo il re Ruberto mandare gente d’arme in Calavra, e dilettandosi dell’industria del giovane barone, fatta eletta di cinquecento cavalieri d’arme, e datili all’ubbidienza di messer Luigi, lui accomandò a messer Niccola Acciaiuoli, comandandogli in tutto che ubbidisse al suo maestro. E questo fece il re di volontà dell’imperatrice sua madre; avendo poco innanzi fatto cavaliere il detto messer Niccola; e da quell’ora appresso il detto messer Luigi si resse in tutto e governò per le mani di messer Niccola. E sopravvenuta la morte del duca Andreasso, per operazione dell’imperatrice e di messer Niccola Acciaiuoli fu data la reina Giovanna per moglie a messer Luigi: e ne’ primi cominciamenti con assai prospera fortuna accrescea il suo signore. E cambiandosi le cose per l’avvenimento del re d’Ungheria alla vendetta del fratello, essendo tutti gli altri reali all’ubbidienza del potente re, costui solo, coll’aiuto d’alquanti che ubbidivano alla reina, per lo consiglio e conforto di messer Niccola, sostenne contro alla gente del re d’Ungheria lungamente, e tentò di resistere alla persona del loro re, e non si partì dalla frontiera di Capova, infino che abbandonato dagli avari regnicoli, e già soppreso dall’avvenimento del re e del suo esercito, fu costretto di partirsi da Capova, e appresso da Napoli, sprovveduto, di notte, ricogliendosi per necessità in su una vecchia e male armata galea; e in quella raccolto, con poco arnese e con lieve compagnia valicò in Toscana in povero stato. E per lo detto messer Niccola, e co’ suoi danari e di suoi amici fu atato e rifornito e confortato nella grave tempesta della fortuna. Presi tutti i reali, e morto il duca di Durazzo, e il Regno venuto nelle mani del suo persecutore, e non volendolo i Fiorentini ricevere nella loro città, nè sovvenire d’alcuna cosa per tema del re d’Ungheria, ridottosi parecchi dì alla possessione del detto messer Niccola in Valdipesa, di là si partì, e andò in Proenza ove la reina era rifuggita. E tornato il re d’Ungheria, per tema della generale mortalità, in suo paese; per sollecitudine e trattato di messer Niccola, prima tornato nel regno, e sommossi de’ baroni e de’ cavalieri, e confortati i Napoletani, e accolta gente d’arme in favore del suo signore, in breve tempo ordinò la sua tornata e della reina nel Regno, nel quale assai battaglie e vari e diversi assalti di guerra sostenne; e per avversa fortuna rotte le sue forze in battaglia per più riprese, tradito dagli amici, perseguitato da’ nemici, condotto all’inopia, sentina della fortuna, l’animo del valente cavaliere fu di tanta potenza e di tanta virtù, che con pari animo sostenne il giovane barone suo signore in speranza certa della sua esaltazione, sempre aiutandolo e sostenendolo con sua industria e suo procaccio, e con fortezza e con pazienza fece comportare l’asprezza della turbata fortuna. Onde avvenne, che quella potendosi maravigliare della costanza dell’uomo, subitamente e improvviso mutò la turbata faccia in chiara, e l’asprezza in dolcezza e in mansuetudine: e colui che avea ributtato per cotante tempeste e vari pericoli, oltre all’opinione degli uomini, con felici e prospere successioni condusse alla reale corona, e alla libera signoria di tutto il corrotto e sviato regno in brevissimo tempo. E per lo nobile consiglio e avvedimento di messer Niccola Acciaiuoli, i reali lasciati di prigione e tornati nel Regno, ove per tutti si stimava che il Prenze di Taranto maggiore fratello del re, per sdegno e per forte inzigamento contro al re movesse scandolo nel reame, con mansuetudine e con caritatevole animo il fece al re ricevere in compagno del regno; e fattogli prendere titolo dell’imperiato costantinopolitano, e aggiunto largamente alla sua baronia, conobbe e manifestò a tutti, che il padre loro messer Niccola, appresso la grazia di Dio, era cagione del ricoveramento del regno, e dello stato e onore. Perchè dunque dovevamo tacere? innanzi vogliamo essere da’ denti degl’invidiosi cittadini morso, che la provata verità per li suoi effetti, e per la fine de’ suoi felici avvenimenti, avessimo lasciata sotto scurità d’ignorante oblivione.