CAP. X. Come fu cacciato messer Iacopo Cavalieri di Montepulciano.

In questo anno del mese d’aprile, sabato santo, avendo messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano trattato, coll’aiuto della gente dell’arcivescovo ch’era in Toscana, di farsi signore della terra di Montepulciano, e a ciò consentivano una parte de’ terrazzani di suo seguito, messer Niccola suo consorto sentì questo trattato, e fecelo sentire a’ governatori del popolo; e in questo dì, levata la terra a romore, cacciarono messer Iacopo di Montepulciano, e venti altri terrazzani suoi seguaci, uomini nominati di stato intra il popolo; e col consiglio di messer Niccola de’ Cavalieri riformarono la terra di loro reggimenti, e ischiusonne gli amici e’ seguaci di messer Iacopo; il quale si ridusse a Siena, e là ordinò grande novità, e scandalo e suggezione di quella terra, come innanzi a’ suoi tempi si potrà trovare.

CAP. XI. Come si die’ il guasto a Bibbiena, e sconfitti i Tarlati da’ Fiorentini.

Del mese di maggio del detto anno, ricordandosi i Fiorentini dell’ingiuria ricevuta da’ Tarlati, Pazzi e Ubertini per la ribellione ch’aveano fatta al comune al tempo della guerra dell’arcivescovo di Milano, quando ruppono la pace e cavalcarono sopra il contado e distretto di Firenze, accolsono seicento cavalieri di loro masnade e gran popolo, e andarsene alla Cornia, e poi alla Penna, e a Gaenna, e ad altre terre e ville che si tenevano pe’ Pazzi e Ubertini e Tarlati, e a tutte diedono il guasto; e poi se n’andarono a Bibbiena, ov’era messer Piero Sacconi, e a Soci, e ivi dimorarono più dì, ardendo e guastando d’intorno: quelli da Bibbiena francamente si difesono dal guasto le vigne d’intorno presso alla terra. Messer Piero avea in Bibbiena milledugento buoni fanti e pochi cavalieri, con li quali si fece un grosso badalucco presso alla terra. Poi la mattina vegnente, a dì 10 di giugno, l’oste si mosse per andare a Montecchio. Messer Piero, antico e buono guerriere, sapendo l’andata de’ Fiorentini, si pensò di fare loro danno, e la mattina per tempo con settanta cavalieri e con mille buoni fanti in persona occupò un colle sopra l’Arno in sul passo, e mise aguati per danneggiare la gente de’ Fiorentini. Avvenne che, mossa l’oste dall’altra parte dell’Arno, vidono preso il colle dalla gente di messer Piero; allora cominciarono a fare valicare della gente dell’oste certi masnadieri, sì perchè tenessono a badalucco i nemici e per trarli abbasso, e a poco a poco li ringrossavano d’aiuto, ma non senza loro grande pericolo, a’ quali in sul maggiore bisogno soccorsono parecchi conestabili a cavallo co’ loro cavalieri. Ed essendo atticciata la battaglia, e stando i nemici attenti a quella sperandone avere vittoria, altri cavalieri e masnadieri de’ Fiorentini presono, scostandosi dall’oste, un’altra via, che i nemici non s’accorsono, e valicarono l’Arno, e sopravvennono alla gente riposta di messer Piero dall’altra parte del colle, i quali ruppono di presente, e montarono al poggio, e improvviso furono sopra la gente grossa di messer Piero, che stava attenta a vedere e ad aiutare quelli del badalucco, e con grandi grida correndo col vantaggio del terreno loro addosso, li ruppono e sbarattarono. Messer Piero per bontà del buono cavallo dov’era montato con pochi compagni, non potendo ritornare in Bibbiena, fuggendo ricoverò in Montecchio. Della sua gente furono in sul campo più di cento morti, e dugento presi, e molti fediti. I prigioni tornando l’oste li condussono a Firenze legati a una fune, e poco appresso furono lasciati; e l’oste tornò vittoriosa, avendo preso alcuna vendetta degl’ingrati traditori.

CAP. XII. Come si rubellò a’ Fiorentini Coriglia e Sorana.

In questo anno sentendo messer Francesco Castracani che i Fiorentini erano inbrigati par la gente che l’arcivescovo teneva a guerreggiare in Toscana, essendo forte in Lunigiana e in Garfagnana, a petizione de’ Pisani fece furare a’ Fiorentini la rocca di Coriglia, la quale appresso rendè a’ Pisani, a cui stanza l’avea furata, e’ Pisani la presono, rompendo la pace a’ Fiorentini; ch’espresso era nella pace rinnovata per lo duca d’Atene in nome del comune di Firenze, che in niun modo di quella terra si dovessono travagliare. E appresso i detti Pisani feciono con sagacità di grande tradimento torre a’ Fiorentini, contro a’ patti della pace, la terra di Sorana, e rendutala da capo, la ritolsono per indiretto, e poi in palese la difesono, non curando i patti della pace. I Fiorentini per queste due terre non si mossono, benchè grave li fosse l’oltraggio de’ Pisani. Messer Francesco avendo avuto trecento cavalieri dall’arcivescovo di Milano, montato in grande orgoglio, e confortato da’ Pisani, si pose ad assedio a Barga, ch’era de’ Fiorentini, e avendo grande popolo la strinse intorno con più bastie, sperandolasi avere per assedio. Lasceremo ora quest’assedio per raccontare altre maggiori cose innanzi che Barga fosse liberata.

CAP. XIII. Come i tre comuni di Toscana mandarono ambasciadori in Boemia a far muovere l’imperadore.

Avendo i tre comuni di Toscana presa e pubblicata la concordia col vececancelliere dell’eletto imperadore, volendo mettere ad esecuzione quello che per loro era stato promesso, catuno elesse de’ maggiori cittadini confidenti al reggimento di quelli per suoi ambasciatori, e mandaronli all’eletto imperadore a Boemia nella Magna per farlo muovere, e per fargli il pagamento ordinato, e per essere al suo consiglio per i tre comuni, nella promessa impresa passando egli in Italia. Gli ambasciadori del nostro comune di Firenze furono cinque: messer Tommaso Corsini dottore di legge, messer Pino de’ Rossi, messer Gherardo de’ Buondelmonti cavaliere, Filippo di Cione Magalotti, e Uguccione di Ricciardo de’ Ricci, a’ quali fu data grande e piena legazione, e dato loro un popolare sindaco per lo comune, a potere obbligare il comune, secondo le cose promesse al vececancelliere, come paresse a’ detti ambasciadori, se altro bisognasse di fare. Costoro tutti vestiti di fine panno scarlatto e d’altro fine mellato, catuno con otto scudieri il meno vestiti d’assisa, a dì 17 di maggio, il dì dell’Ascensione, si partirono di Firenze. E partiti loro, molti cittadini pensando che quello ch’era ordinato dovesse venire fatto, perocchè tra gli ambasciadori erano i più reputati caporali di cittadina setta, temettono, che essendo costoro al continuo con l’imperadore, e di suo consiglio, che pericolo si commettesse contro al comune e pubblica libertà de’ cittadini, e però si mosse questione di limitare il loro tempo, e strignerli con certe leggi, e di questo fu gara e lunga tira nel nostro comune; in fine si vinse, e fecesi per riformagione di comune, che niuno cittadino di Firenze potesse stare in quel servigio appresso all’imperadore più che quattro mesi, e che alcuna grazia, uficio, o beneficio reale o personale per i detti ambasciadori o per loro successori si dovesse ricevere o impetrare, sotto gravi pene, acciocchè la speranza si troncasse a tutti della propria utilità. E incontanente elessono e insaccarono molti cittadini per succedere di quattro mesi in quattro mesi a’ detti ambasciadori in quello servigio.

CAP. XIV. Di disusati tempi stati.

Non è da lasciare in silenzio quello che del mese di giugno del detto anno avvenne, perocchè fu notabile caso di tempo con diverse considerazioni, che essendo ne’ campi seminati cresciute le biade e’ grani d’aspetto d’ubertosa ricolta vicina alla falce, in diverse contrade di Toscana, e massimamente nel contado di Firenze, vennono diluvi d’acque, i quali guastarono molto grano e biade, e feciono de’ dificii, e d’altro singolari danni a molti. E a dì 14 del detto mese cominciò un vento austro spodestato e impetuoso con tanta furiosa tempesta, che ogni cosa parea che dovesse abbattere e mettere per terra, e tutte le granora e biade che trovò mature, ove il suo impetuoso spirito potè percuotere, battè per modo, che alla terra diede nuova sementa, e nelle spighe lasciò poco altro che l’aride reste, e quelle che ancora non erano granate percosse e inaridì; facendo nelle montagne in diverse parti sformate grandini e diverse tempeste, e molte vigne guastò, e abbattè alberi molti, e di grandi dificii in diverse parti di Toscana e di Romagna; e in Firenze fece rovinare il campanile del monastero delle donne degli Scalzi, e uccise la badessa con sei monache. Nella sommità delle montagne di Pistoia levò gli uomini di su’ poggi, traboccandoli dove l’impeto gli portava. E pubblica fama fu, che quarantatrè masnadieri ch’andavano in preda trovandosi in sul giogo, senza potersi ritenere furono portati dal vento per modo, che di loro non si seppe novelle. E restato lo strabocchevole vento, ivi a pochi dì fu un caldo sformato senza aiuto d’alcuno spiramento, che il residuo de’ grani e de’ biadi in molti paesi, singolarmente nel contado di Firenze, fece ristrignere e invanire per modo, che ov’era stata speranza d’ubertosa ricolta generò sformata carestia anzi l’avvenimento dell’altra ricolta, come appresso dimostreremo. Alcuni diedono questo singulare accidente agli effetti della congiunzione, già narrata al principio del nostro primo libro, de’ tre superiori pianeti onde Saturno fu signore: perocchè gli astrolaghi tengono che l’influenza di cotale congiunzione duri per diciannove anni, e altri tengono infino in ventitrè. Arbitrò altri, che questo procedesse dall’influenza della cometa ch’apparve in quest’anno, e quella fu saturnina, sicchè catuno trasse agli effetti saturnali. Altri tennono che ciò fosse dimostramento d’assoluto giudicio divino per i disordinati peccati de’ popoli non domati da tante tribolazioni di guerre, quante dimostrate abbiamo in poco tempo dopo la miserabile mortalità.