CAP. XC. Dice de’ leoni nati in Firenze.
E’ non pare cosa degna di memoria a raccontare la natività de’ leoni, ma due cagioni ci stringono a non tacere: l’una si è, perchè antichi autori raccontano che in Italia non nascono leoni, l’altra, che dicono che i leoni nascono del ventre della madre morti, e che poi sono vivificati dal muggio della madre e del leone fatto sopra loro: e noi avemo da coloro che più volte gli vidono nascere, che il loro nascimento è come degli altri catelli che nascono vivi: all’altra parte è risposto per lo loro nascimento, più e diverse volte avvenuto nella nostra città, e in questo anno, del mese di novembre, ne nacquero in Firenze tre, de’ quali l’uno si donò al duca di Osteric, che per grazia il domandò al nostro comune; e il leone padre vedendosi tolto l’uno de’ suoi leoncini se ne diè tanto dolore, che quattro dì stette che non volle mangiare, e temettesi che non morisse. E perch’elli stavano in luogo stretto ove si batte la moneta del comune, ne furono tratti, e dato loro larghezza di case, e di cortili, e di condotti nelle case che il duca d’Atene avea fatte disfare per incastellarsi, che furono de’ Manieri, dietro al palagio del capitano e dell’esecutore in su la via da casa i Magalotti, ove stanno al largo, e bene.
CAP. XCI. Come i Romani si dierono alla Chiesa di Roma.
Il popolo romano non sappiendosi reggere per li suoi tribuni e per li rettori, sentendo il cardinale di Spagna a Montefiascone legato del papa, valoroso signore nell’arme e di grande autorità, trattò con lui d’accomandarsi alla Chiesa di Roma sotto singolare condizione e patto. E ricevuto in protezione del legato con quello lieve legame, con lui si convenne, e con furia lo mosse a far guerra e danneggiare di guasto i Viterbesi; della qual cosa, cresciuta la forza e ’l numero de’ cavalieri al legato, seguirono poi maggiori cose, come seguendo nostra materia racconteremo.
CAP. XCII. Le novità seguite in Pistoia.
Essendo ordine in Pistoia che balia per li fatti del comune non si potesse dare a’ suoi cittadini, nato da sospetto delle loro sette, trovandosi capitano della guardia per lo comune di Firenze messer Gherardo de’ Bordoni il quale favoreggiava i Cancellieri e la loro parte, era in que’ dì fatto un processo per l’inquisitore de’ paterini contro a certi cittadini di Pistoia, di che tutto il comune si gravava; e a riparare a questo, convenne che balìa si desse a certi cittadini. L’industria de’ Cancellieri, coll’aiuto del capitano, fece tanto, che la balìa fu data a certi uomini tutti della parte de’ Cancellieri, i quali intesono ad abbattere in comune lo stato de’ Panciatichi, e di presente aggiunsono al numero del consiglio del comune, che avea quaranta uomini, della parte de’ Cancellieri; e intendendo di fare più innanzi, i Panciatichi per paura, e per non essere criminati dal capitano se ne vennono a Firenze: gli altri cittadini vedendosi ingannati da quelli della balìa corsono all’arme, e abbarrarono le vie, e catuno s’afforzava per combattere e per difendere. In questo tempo de’ romori di Pistoia, messer Ricciardo Cancellieri fu notificato a Firenze per lo Piovano de’ Cancellieri suo consorto, ch’egli volea fare al comune certo tradimento. E chiamato in giudicio a Firenze l’uno e l’altro, e dato balìa per lo comune al capitano della guardia di Firenze di potere conoscere sopra la causa, furono messi in prigione, e trovato che non era colpevole messer Ricciardo, fu liberato, e ritenuto il Piovano, e mutato in Pistoia nuovo capitano. Il comune di Firenze mandò in Pistoia ambasciadori, e con loro i Panciatichi, e racquetato lo scandalo tra i cittadini, si riposarono in pace.
CAP. XCIII. Come l’arcivescovo richiese di pace i Veneziani.
L’arcivescovo di Milano avendo sottomesso a sua signoria la città di Genova e di Savona, e tutta la Riviera e il loro contado, i cui abitanti erano nimici de’ Veneziani, mandò suoi ambasciadori al doge e al comune di Vinegia, per li quali significò a quello comune come i Genovesi erano suoi uomini, e le loro città e contado erano suo distretto; e tenendosi amico de’ Veneziani, e sapendo che per addietro i Genovesi erano stati loro nimici, intendea, quando al doge piacesse e al comune di Vinegia, che per innanzi fossono fratelli e amici: e intorno a ciò usarono belle e suadevoli ragioni. Il doge e il suo consiglio presono tempo d’avere loro consiglio, e di rispondere la mattina vegnente: e venuto il giorno, di gran concordia risposono la mattina dicendo: che ’l comune di Vinegia si tenea gravato e offeso dall’arcivescovo, il quale avea preso ad aiutare i Genovesi loro capitali nemici, e però non intendeano di volere pace e concordia con lui nè col comune di Genova, ma giusta loro podere tratterebbono lui e i suoi sudditi come loro nemici. E conseguendo al fatto, incontanente feciono accomiatare e bandeggiare di Vinegia, e di Trevigi, e di tutte le loro terre e distretti tutti coloro che fossono sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Milano; e simigliantemente fece nelle sue terre l’arcivescovo de’ Veneziani: e così fu manifesta la guerra tra loro, del mese di novembre del detto anno, per tutta la Lombardia e Toscana.
CAP. XCIV. Come i Veneziani ordinarono lega contro al Biscione.
Incontanente che agli altri signori lombardi fu palese la risposta fatta pe’ Veneziani all’arcivescovo, il gran Cane di Verona, e’ signori di Padova, e que’ di Mantova, e il marchese da Ferrara e i Veneziani, feciono parlamento per loro solenni ambasciadori, ove si propose di fare lega insieme, e taglia di gente d’arme contro all’arcivescovo di Milano, il quale parea loro che fosse troppo montato; e non fidandosi tutti insieme di potere resistere alla grande potenza dell’arcivescovo, s’accordarono di fare passare a loro stanza l’imperadore in Italia. E dopo più parlamenti sopra ciò fatti fermarono compagnia e lega tra loro, e taglia di quattromila cavalieri, e fecionla piuvicare in Lombardia, e con grande istanza per loro segreti ambasciadori richiesono e pregarono il comune di Firenze che si dovesse collegare con loro, prendendo ogni vantaggio che volesse: ma perocchè il detto comune era in pace coll’arcivescovo, per alcuna preghiera o promessa di vantaggio che fatta fosse, non potè essere recato che la pace volesse contaminare. I collegati incontanente mandarono ambasciadori solenni in Alamagna all’imperadore, per inducerlo a passare in Lombardia contro all’arcivescovo di Milano, offerendogli tutta la loro forza, e danari assai in aiuto alle sue spese, acciocchè meglio potesse tenere la sua cavalleria; e per tutto fu divulgata la fama, che in quest’anno l’imperadore passerebbe a istanza della detta lega. Queste cose furono ferme e mosse del mese di dicembre del detto anno. E stando gli allegati in aspetto, non si provvidono di fare la gente della taglia infino al primo tempo, nè d’avere capitano; e però lasceremo al presente questa materia, tanto che ritornerà il suo tempo, e diremo di quelle che ci occorrono al presente a raccontare.