CAP. XCV. Come il conestabile di Francia fu morto.

Era messer Carlo, figliuolo che fu di messer Alfonso di Spagna, accresciuto dall’infanzia in compagnia del re Giovanni di Francia, ed era divenuto cavaliere di gran cuore e ardire, e valoroso in fatti d’arme, pieno di virtù e di cortesia, e adorno del corpo, e di belli costumi, ed era fatto conestabile di Francia, ed il re gli mostrava singolare amore, e innanzi agli altri baroni seguitava il consiglio di costui; e chi volea mal parlare, criminavano il re di disordinato amore in questo giovane: e del grande stato di costui nacque materia di grande invidia, che gli portavano gli altri maggiori baroni. Avvenne che il re Giovanni provvidde il re di Navarra suo congiunto d’una contea in Guascogna, la quale essendo a’ confini delle terre del re d’Inghilterra, era in guerra e in grave spesa per la guardia, più che ’l detto re non avrebbe voluto, e però la rinunziò, e il re poi la diede al conestabile, ch’era franco barone e di gran cuore in fatti d’arme. Il re di Navarra che già avea contro al conestabile conceputo invidia, mostrò di scoprirla, prendendo sdegno perch’egli avea accettata la sua contea, nonostante ch’egli l’avesse rinunciata. Ed essendo genero del re di Francia, con più audace baldanza, in persona, con altri baroni che simigliantemente invidiavano il suo grande stato, una notte andarono a casa sua, e trovandolo dormire in sul letto suo l’uccisono a ghiado; della qual cosa il re di Francia si turbò di cuore con ismisurato dolore, e più di quattro dì stette senza lasciarsi parlare. La cosa fu notabile e abominevole, e molto biasimata per tutto il reame, e fu materia e cagione di gravi scandali che ne seguirono, come seguendo ne’ suoi tempi si potrà trovare. E questo micidio fu fatto in questo verno del detto anno 1353.

CAP. XCVI. Come si cominciò la rocca in Sangimignano, e la via coperta a Prato.

In questo medesimo tempo, il comune di Firenze per volere vivere più sicuro della terra di Sangimignano, e levare ogni cagione a’ terrazzani suoi di male pensare, cominciò a far fare, e senza dimettere il lavorio alle sue spese, e compiè una grande e nobile rocca e forte, la quale pose sopra la pieve dov’era la chiesa de’ frati predicatori, e quella chiesa fece maggiore e più bella redificare dall’altra parte della terra più al basso. E in questo medesimo tempo nella terra di Prato fece fare una larga via coperta, in due alie di grosso muro d’ogni parte, con una volta sopra la detta via, e un corridoio sopra la detta volta, largo e spazioso a difensione; la quale via muove dal castello di Prato fatto anticamente per l’imperatore, e viene fino alla porta; ove si fece crescere e incastellare la torre della porta a modo d’una rocca; e in catuna parte tiene il comune continova guardia di suoi castellani.

CAP. XCVII. Del male stato dell’isola di Sicilia.

Assai ne pare cosa più da dolere che da raccontare, gli assalti, gli aguati, i tradimenti, gl’incendi, le rapine, l’uccisioni senza misericordia, che in questi tempi i Siciliani faceano tra loro per invidia e setta parziale, le quali maladette cose tra gli uomini d’una medesima patria ebbono tanta forza di male aoperare nell’isola, ch’abbandonata la cultura de’ fertili campi, i quali sogliono pascere gli strani popoli, de’ suoi trasse per fame più di diecimila famiglie della detta isola, i quali per non morire d’inopia, si feciono abitatori dell’altrui terre in Sardegna, e in Calabria, e nel Regno di qua dal faro. E in questa tempesta, certi baroni dell’isola contrari alla setta de’ Catalani, che governavano lo sventurato duca che s’attendea a essere re, sentendolo egli e i suoi manifestamente, trattavano di dare la maggiore parte delle buone terre dell’isola al re Luigi suo avversario, e non ebbe per lungo tempo podere d’atarsene, tanto che venne fatto, come nel principio del quarto libro seguendo si potrà trovare.

CAP. XCVIII. Come il legato del papa procedette col prefetto.

In questo verno, il cardinale di Spagna legato del papa avendo tentato il prefetto lentamente con poco prosperevole guerra, cercò con più riprese di trovare pace con lui, e fu la cosa tanto innanzi, che per tutto scorse la fama che la pace era fatta. Ma il prefetto già tiranno senza fede, vedendosi il destro, sotto la speranza della pace tolse al legato due castella, e rotto il trattato, il cominciò a guerreggiare: per la qual cosa il legato seguitò il processo fatto contro a lui, e del mese di febbraio del detto anno pronunziò la sentenza, e per sue lettere il fece scomunicare come eretico per tutta Italia; e fatto questo, conoscendo che altra medecina bisognava a riducere costui alla via diritta, che suono di campane o fummo di candele, saviamente, e senza dimostrare sua intenzione innanzi al fatto, si venne provvedendo d’avere al tempo gente d’arme, da potere fare l’esecuzione contro a lui del suo processo. E in questo mezzo, avendo dugento cavalieri del comune di Firenze e alquanti da se, fece sì continua guerra al tiranno, che poco potea resistere o comparire fuori delle mura. E avendo il prefetto preso sospetto de’ Viterbesi e degli Orvietani, che si doleano perchè la pace non era venuta a perfezione, tirannescamente volle tentare l’animo de’ cittadini di catuna città, e fare cosa da tenerli in paura. E però segretamente accolse fanti di fuori a pochi insieme, e miseli in catuna terra ne’ suoi palagi, e in un medesimo dì fece a certa gente di cui e’ si confidò levare il romore contro a se in catuna città, al quale romore alquanti cittadini in catuna terra presono l’arme, e seguitavano il grido. Il tiranno con quattrocento fanti ch’aveva armati e apparecchiati in Viterbo uscì fuori e corse la terra, uccidendo cui egli volle, e condannò e cacciò a’ confini tutti coloro di cui sospettava. E per simigliante modo fece correre la città d’Orvieto al figliuolo, e uccidere e condannare e mandare a’ confini cui egli volle. E così gli parve per male ingegno aver purgate quelle due città d’ogni sospetto, e avere più ferma la sua signoria, la quale per lo contradio, non avendo da se potenza nè aspettandola d’altrui, per questa mala crudeltà ogni dì venne mancando, come l’opere appresso dimostreranno manifestamente in fatto.

CAP. XCIX. Come si rubellò Verona al Gran Cane per messer Frignano.

Chi potrebbe esplicare le seduzioni, gl’inganni e’ tradimenti che i tiranni posponendo ogni carità, parentado e onore, pensano, ordinano, e fanno per ambizione di signoria? Certo tanti sono i modi quanti i loro pensieri, sicchè ogni penna ne verrebbe meno e stanca. Tuttavia per quello ch’ora ci occorre, cosa strana e notevole, ci sforzeremo a dimostrare l’avviluppata verità di diversi tradimenti e suoi effetti. Narrato avemo poco dinanzi come la lega de’ Veneziani con gli altri signori Lombardi era giurata e ferma contro al signore di Milano, ed essendo il signore di Mantova de’ più avvisati tiranni di Lombardia vicino dell’arcivescovo di Milano, l’arcivescovo con industriose suasioni e con grandi promesse il mosse a farlo trattare di tradire messer Gran Cane signore di Verona e di Vicenza con cui egli era in lega, ed egli per accattare la benivolenza dell’arcivescovo, dimenticato il beneficio ricevuto da quelli della Scala, che l’aveano fatto signore di Mantova, diede opera al fatto, e non senza speranza d’aoperare per se, se la fortuna conducesse la cosa ov’era la sua immaginazione. E però conoscendo egli messer Frignano figliuolo bastardo di messer Mastino, uomo pro’, e ardito d’arme, e di grande animo, accetto nel cospetto del fratello suo signore, e amato dal popolo di Verona e di Vicenza, vago di signoria, trattò con lui di farlo signore di Verona con suo consiglio, e colla sua forza e del signore di Milano. Questo sterpone tornando alla sua natura, senza fede o fraternale carità, di presente intese al tradimento del fratello, e col signore di Mantova ordinarono il modo ch’egli avesse a tenere, e l’aiuto della gente ch’egli avrebbe da lui. In questo tempo avvenne che ’l Gran Cane andò a parlamentare col marchese di Brandimborgo suo suocero per li fatti della lega, e il fratello bastardo era cognato del signore di Castelborgo, ch’era a’ confini del cammino ove il Gran Cane dovea passare; costui avvisato da messer Frignano mise un aguato per uccidere il Gran Cane, ma scoperto l’aguato, passò senza impedimento. Come messer Frignano avea ordinato, a Verona tornarono novelle come il Gran Cane era stato morto; ma innanzi che la novella venisse, messer Frignano avea mandati fuori di Verona tutti i cavalieri soldati, salvo coloro di cui s’era fidato, e che con lui s’intesero al tradimento. Pubblicata la novella in Verona come il Gran Cane loro signore era stato morto, il traditore con gran pianto fece incontanente, a dì 17 di febbraio del detto anno, raunare il popolo, e a uno giudice, cui egli avea informato, fece proporre in parlamento come il loro signore era morto, e che ’l comune di Verona rimanea in gran pericolo senza capo, avendo a vicino così possente signore com’era l’arcivescovo di Milano; e aggiunse, che a lui parea che messer Frignano prendesse il loro governamento. Il traditore ch’era presente, senza attendere ch’altri si levasse a parlamentare, o ch’altra deliberazione si facesse, si levò suso, e disse, che così prendeva e accettava la signoria. E montato a cavallo, colle masnade che v’erano corse la terra, gridando, muoiano le gabelle; e fece ardere i libri e gli atti della corte, e ruppono le prigioni. E di subito il signore di Mantova vi mandò messer Feltrino, e messer Federigo, e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Ugolino da Gonzaga tutti de’ signori di Mantova con trecento cavalieri. Il signore di Ferrara ingannato del tradimento vi mandò messer Dondaccio con dugento cavalieri; ma innanzi che tutti v’entrassono, il capitano colla maggior parte di loro per contramandato si tornarono indietro scoperto l’inganno. Messer Frignano ricevuta questa gente d’arme, e accolti certi cittadini che ’l seguirono, da capo corse la terra: i cittadini non si mossono, ed egli s’entrò nel palagio dell’abitazione del signore. Messer Azzo da Coreggio ch’era in Verona se n’uscì non con buona fama. Le guardie furono poste alle porte, e la terra s’acquetò, e messer Frignano ne fu signore; la quale signoria il signore di Mantova per ingegno, e quello di Milano per ingegno e forza si credette catuno avere, come seguendo appresso diviseremo.