CAP. CV. Di tremuoti che furono.

In questo medesimo dì primo di marzo furono in Romania grandissimi terremuoti, e nella nobile città di Costantinopoli abbatterono molti grandi e nobili edificii e gran parte delle mura della città, con grande uccisione d’uomini, e di femmine, e di fanciulli. E da Boccadone infino a Costantinopoli, su per la marina, non rimase castello nè città che non avesse grandissime rovine delle mura e degli edificii con grande mortalità de’ suoi abitanti; per la qual cosa avvenne, che i Turchi loro vicini sentendo i Greci spaventati, e senza potersi racchiudere e salvare nelle fortezze, corsono sopra loro, e presonne assai, e menaronli in servaggio: e alcuni castelli rifeciono e afforzarono, e misonvi abitatori e guardie di loro Turchi; e appresso accolsono grande esercito di loro gente, e puosonvi assedio per terra a Costantinopoli, ch’era in divisione e in tremore, ma contro a’ Turchi s’unirono alla difesa; sicchè stativi alcuno tempo senza potere acquistare la città, corsono le ville, e rubarono le contrade, e senza avere resistenza fuori delle mura si tornarono in loro paese.

CAP. CVI. De’ fatti del monte.

La fede utile sopra l’altre cose, e gran sussidio a’ bisogni della repubblica, ci dà materia di non lasciare in oblivione quello che seguita. Il nostro comune, per guerra ch’ebbe co’ Pisani per lo fatto di Lucca, si trovò avere accattati da’ suoi cittadini più di seicento migliaia di fiorini d’oro; e non avendo d’onde renderli, purgò il debito, e tornollo a cinquecentoquattro migliaia di fiorini d’oro e centinaia, e fecene un monte, facendo in quattro libri, catuno quartiere per se, scrivere i creditori per alfabeto, e ordinò con certe leggi penali, alla camera del papa obbligate, chi per modo diretto o indiretto venisse contro a privilegio e immunità ch’avessono i danari del monte. E ordinò che in perpetuo ogni mese, catuno creditore dovesse avere e avesse per dono d’anno e interesso uno danaio per lira, e che i danari del monte ad alcuno non si potessono torre per alcuna cagione, o malificio, o bando, o condannagione che alcuno avesse; e che i detti danari non potessono essere staggiti per alcuno debito, nè per alcune dote, nè fare di quelli alcuna esecuzione, e che lecito fosse a catuno poterli vendere e trasmutare, e così a catuno in cui si trovassono trasmutati, que’ privilegi, e quell’immunità, e quello dono avesse il successore che ’l principale. E cominciato questo gli anni di Cristo 1345, sopravvenendo al comune molte gravi fortune e smisurati bisogni, mai questa fede non maculò, onde avvenne che sempre a’ suoi bisogni per la fede servata trovava prestanza da’ suoi cittadini senza alcuno rammaricamento: e molto ci si avanzava sopra il monte, accattandone contanti cento, e facendone finire al monte altri cento, a certo termine n’assegnava dugento sopra le gabelle del comune, sicchè i cittadini il meno guadagnavano col comune a ragione di quindici per centinaio l’anno. Essendo i libri e le ragioni mal guidate per i notai che non gli sapeano correggere, e avevanvi commessi molti errori e falsi dati, si ridussono in mano di scrivani uomini mercatanti che gli correggessono, e corressono molto chiaramente a salvezza del comune e de’ creditori, avendo al continovo uno notaio che facea carta delle trasmutagioni per licenza del vero creditore, e poi gli scrivani gli acconciavano in su’ registri del comune, levando dall’uno e ponendo all’altro. Di questi contratti de’ comperatori si feciono in Firenze l’anno 1353 e 1354 molte questioni, se la compera era lecita senza tenimento di restituzione o nò, eziandio che il comperatore il facesse a fine d’avere l’utile che il comune avea ordinato a’ creditori, e comperando i fiorini cento prestati al comune per lo primo creditore venticinque fiorini d’oro, e più e meno com’era il corso loro, l’opinione de’ teologi e de’ legisti in molte disputazioni furono varie, che l’uno tenea che fusse illecito e tenuto alla restituzione, e l’altro nò, e i religiosi ne predicavano diversamente: que’ dell’ordine di san Domenico diceano che non si potea fare lecitamente, e con loro s’accostavano de’ romitani, e i minori predicavano che si potea fare, e per questo la gente ne stava intenebrata. Era in questi tempi in Firenze copia di maestri in teologia, fra i quali de’ più eccellenti era maestro Piero degli Strozzi de’ frati predicatori, e maestro Francesco da Empoli de’ minori; maestro Piero dicea che non era lecito contratto, e predicavalo senza dimostrarne le ragioni chiare; perchè maestro Francesco de’ minori avendo sopra ciò con grande diligenza avute molte disputazioni con altri maestri in divinità, e con dottori di legge e di decretali, al tutto chiarì, e tenne, e predicò, e scrisse ch’era lecito, e senza tenimento di restituzione a chi il facea, senza fare contro a sua coscienza; e le ragioni perchè scrisse e mandò a tutte le regole, apparecchiato a mantenere quello che predicato e scritto avea. Nondimeno i predicatori e’ loro maestri non si rimossono della loro opinione, predicando che non si potea fare lecitamente e senza restituzione; e della loro opinione non mostrarono ragione, e contro alle scritte per maestro Francesco non contradissono con alcuna ragione; e per questo a molti rimase in dubbio il detto contratto, e molti l’ebbono per chiaro accostandosi alle ragioni del maestro Francesco, e senza riprensione di loro coscienza vendevano e comperavano, facendone traffico come d’un’altra mercatanzia. Se ’l contratto si potea provare usurario, debito era a chi ’l predicava di riprovare quello che si provava in contrario, per trarre la gente d’errore; se lecitamente fare si poteva, considerato che gli uomini sono cupidi a guadagnare, male era a recare loro in sospetto, e contaminare le coscienze di quello che lecito era per non discrete predicazioni.

CAP. CVI. Di certe rivolture di tiranni di Lombardia, e di più cose per lo tradimento di Verona

Detto abbiamo poco addietro come il Gran Cane della Scala si tenea aver perduta Verona per operazione del signore di Mantova, ed era contro a lui forte inanimato per lo fallo ch’egli avea fatto; essendo con lui nella lega s’era rotto dalla lega degli altri, e trattava d’allegarsi coll’arcivescovo di Milano e col marchese di Brandimborgo per far guerra coll’arcivescovo insieme contro a Mantova, e l’arcivescovo molto vi venia volentieri, e furono le cose tanto innanzi, che per tutto corse la voce ch’ell’era fatta. Il comune di Vinegia conoscendo che questa discordia poteva tornare a grande pericolo del loro comune e degli altri loro collegati lombardi, mandarono di loro assentimento al Gran Cane solenni ambasciadori, per rivocarlo alla lega e compagnia ch’aveano insieme, e far fare al signore di Mantova l’ammenda del suo fallo; e seguendo gli ambasciadori solennemente quello che fu loro commesso, operarono tanto, che ’l signore di Mantova fece l’ammenda come messer Gran Cane volle, e per la stima del danno ricevuto diede trentamila fiorini d’oro a messer Gran Cane, i quali promise, e pagò poi per lui il comune di Vinegia, e il signore di Mantova ne diè loro in guardia tre buone castella: e per questo modo fu fatta la pace, e lasciati di prigione que’ di Mantova, e messer Gran Cane tornò alla lega com’era in prima. Essendo raffermata la lega, ne’ porti di Mantova si trovò in un dì molta mercatanzia di Milanesi e d’altri distrettuali dell’arcivescovo, e perocchè a stanza dell’arcivescovo il signore di Mantova s’era mosso a far quello onde gli era convenuto fare ammenda di fiorini trentamila d’oro, di fatto fece arrestare tutto, e ripresesi sopra i Milanesi e distrettuali dell’arcivescovo di più che non restituì al signore di Verona, la qual cosa l’arcivescovo e’ suoi si recarono a grande onta.

CAP. CVII. Del processo della grande compagnia di fra Moriale della Marca.

Tornando alla nuova tempesta di fra Moriale e di sua compagnia, rimasi nella Marca dopo la partita di messer Malatesta dall’assedio di Fermo, cominciarono a cavalcare il paese e fare in ogni parte preda, e vinsono per forza Mondelfoglio, e le Fratte, e san Vito, e sei altre castelletta nel paese, e scorsono a Iesi, e rubarono i borghi e predarono il paese. Appresso combatterono Feltrino e vinsonlo per forza, e uccisonvi da cinquant’uomini, e perch’era pieno d’ogni bene da vivere vi dimorarono un mese. E in fra questo tempo ebbono Monte di Fano, e Monte di Fiore, e più altre castella d’intorno per paura feciono i loro comandamenti. Per la fama delle grandi prede che faceva la compagnia, molti soldati ch’aveano compiute le loro ferme, senza volere più soldo traevano a fra Moriale, e assai in prova si facevano cassare per essere con lui, ed egli li faceva scrivere, e con ordine dava a catuno certa parte al bottino, e tutte le ruberie e prede ch’erano venali facea vendere, e sicurava i comperatori, e facevali scorgere lealmente, per dare corso alla sua mercatanzia. E ordinò camarlingo che ricevea e pagava, e fece consiglieri e segretari con cui guidava tutto; e da tutti i cavalieri e masnadieri era ubbidito come fosse loro signore, e mantenea ragione tra loro, la quale faceva spedire sommariamente. E così ordinati cavalcarono, e mutavano paese, e vennono a Montelupone, il quale per paura s’arrendè loro, e stettonvi venti dì; e raunata ivi la preda fatta nel paese e la sostanza del castello, ogni cosa ne trassono senza far male agli uomini, e cavalcarono alla marina e presono Umana, e combatterono Orivolo, e non l’ebbono, e da Umana andarono sopra Ancona, e presono la Falconara a patti salve le persone. E in que’ dì ebbono otto castella che s’arrenderono loro in sull’Anconitano, fuggendo le persone, e lasciando le terre e la roba alla compagnia. Appresso tornarono sopra Iesi, e per forza ebbono Alberello ed un altro castello, e tutto recarono in preda, e poi andarono a Castelficardo pieno di molta vittuaglia, e quello combattendo vinsono per forza. E del mese di marzo presono il castello delle Staffole pieno di molto vino, ed il Massaccio e la Penna. E per tutto quel paese il residuo del verno sparsono la loro irreparabile tempesta, rubando e uccidendo, e facendo ogni sconcio male a’ paesani, e singolarmente più a’ sudditi di messer Malatesta, avendo delle sue terre quarantaquattro castella in loro servaggio, e avendo stadico un figliuolo del capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, per li soldi che promessi aveano alla detta compagnia.

CAP. CVIII. Come il legato prese Toscanella.

In quest’anno del mese di marzo, il cardinale di Spagna legato del papa facendo guerra col prefetto di Vico, per trattato gli tolse Toscanella, e questo fu il primo acquisto che il legato facesse contro a lui: dappoi seguitarono le cose a maggiori fatti, come seguendo nostra materia diviseremo. In questi dì, il marchese di Ferrara parendogli essere debole nella nuova signoria, perchè Francesco marchese, il quale si tenea dovere di ragione essere signore, gli s’era rubellato, o che trovasse alcuno trattato nella città contro a se, o ch’egli il contraffacesse, a che si diè più fede, cacciò di Ferrara de’ suoi fratelli e alquanti de’ maggiori cittadini, confinandoli fuori del suo distretto, e cominciò a stare più fornito di gente forestiera, e in maggiore guardia.