CAP. CIX. Come messer Malatesta si ricomperò dalla compagnia.

Essendo la compagnia di fra Moriale cresciuta di cavalieri e di masnadieri, e nutricata il verno sopra le terre che distruggea, messer Malatesta da Rimini, avvisato e provveduto in fatti di guerra, considerando la gente della compagnia, e la loro troppa sicurtà presa per non avere avversario, e il luogo dov’erano e il loro reggimento, pensò, che dove i comuni di Toscana lo volessono atare, ch’egli vincerebbe la detta compagnia; e non parendogli materia da commettere ad ambasciadori, in persona venne a Perugia, e poi a Siena, e appresso a Firenze, e mostrò a ciascun comune il pericolo che potea loro venire di quella compagnia se contra loro non si riparasse, e domandava a catuno comune aiuto di gente d’arme, e dove dato gli fosse, con ottocento barbute di buona gente ch’egli avea da se, e col suo popolo e col vantaggio ch’avea intorno a loro delle sue terre, promettea di rompere e di sbarattare la compagnia in breve tempo; e questo dimostrava per vere e manifeste ragioni; ma catuno comune avendo la tempesta da lungi se ne curava poco. I Perugini che furono prima richiesti, dissono, che in ciò seguiterebbono la volontà de’ Fiorentini, e in questo modo risposono anco i Sanesi. E venuto messer Malatesta colle lettere de’ detti comuni a Firenze, i Fiorentini udita la sua domanda gli diedono dugento cavalieri, i quali menò con seco fino a Perugia. I Perugini e’ Sanesi non vollono attenere la loro promessa, e però i cavalieri de’ Fiorentini si tornarono addietro. Messer Malatesta vedendosi abbandonato dall’aiuto de’ comuni di Toscana, e che tempo era che la compagnia potea procacciare altrove, trattò con loro, e venne a concordia di dare fiorini quarantamila d’oro alla compagnia, parte contanti, e degli altri li sicurò, dando loro per istadico il figliuolo, e si partirono del suo distretto, e promisono di non tornarvi infra certo tempo. E fatto l’accordo, e partita la compagnia, messer Malatesta cassò quasi tutti i suoi soldati, i quali di presente s’aggiunsono alla compagnia; la quale essendo molto cresciuta di baroni, e di conti e di conestabili, si cominciò a chiamare la gran compagnia, e tribolando la Marca, e la Romagna, e il Ducato, innanzi che di là si partissono rifermarono la loro compagnia per certo tempo, e tutti la giurarono nelle mani di messer fra Moriale. E benchè fra loro fossono grandi baroni alamanni, tutti vollono che il titolo della compagnia, e la capitaneria fosse in messer fra Moriale, ma dieronli quattro segretari de’ cavalieri, che l’uno fu il conte di Lando, e un barone di gran seguito ch’avea nome Fenzo di... e il conte Broccardo di.... e messer Amerigo del Canaletto; e de’ masnadieri quattro conestabili italiani. In costoro era la deliberazione dell’imprese e il segreto consiglio, e feciono altri quaranta consiglieri, e un tesoriere a cui venia tutta l’entrata delle loro prede, e questi pagava e prestava a’ comandamenti del capitano. Dato l’ordine, il capitano era ubbidito da tutti come fosse l’imperadore, e facea la notte cavalcare di lungi dal campo venticinque o trenta miglia ov’egli comandava, e il dì tornavano con grandi prede, e ogni cosa fedelmente rassegnavano al bottino. E perocchè quasi quanti conestabili avea in Italia al soldo de’ signori e de’ comuni aveano parte di loro masnade nella compagnia, erano sì baldanzosi, che di niuna gente di soldo temeano, e però tutti i comuni minacciavano se non dessono loro denari di venire sopra loro. E mandarono ambasciadori nel Regno, ed ebbono promissione dal re Luigi di quarantamila fiorini d’oro, i quali non mandò loro, di che cari gli feciono poi costare. Ebbono dal capitano di Forlì e da Gentile da Mogliano trentamila fiorini d’oro, e da messer Malatesta quarantamila. Ed essendo richiesti dall’arcivescovo di Milano di volerli conducere a suo soldo contro alla lega, e da quelli della lega contro all’arcivescovo, catuno teneano in speranza e con niuno si fermavano, e anche teneano trattato col prefetto di Vico contro al legato, e però non si potea sapere che dovessono fare, e molto manteneano bene loro credenza. E in fine del mese di maggio 1354 se ne vennono a Fuligno, e dal vescovo ebbono mercato d’ogni vittuaglia abbondevolmente. Lasceremo ora la gran compagnia che n’è assai detto, e non senza debita scusa, per la grande e pericolosa novità che ne seguì in Italia, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare.

CAP. CX. D’un fanciullo mostruoso nato in Firenze.

In questo verno del detto anno nacque in Firenze nel popolo di san Piero Maggiore un fanciullo maschio figliuolo d’uno de’ maggiori popolari di quello popolo, ch’avea tutte le membra umane dal collo a’ piedi, e il viso suo non avea effigie umana; la faccia era tutta piana senza bocca, e avea un foro per lo quale messo lo zezzolo della poppa traeva il latte, e poppava, e nella superficie della testa al diritto, sopra dove doveano essere gli occhi avea due fori: e’ vivette più giorni, e fu battezzato, e seppellito in san Piero Maggiore. E poco appresso una gentile donna moglie d’un cavaliere avendo fatto un fanciullo un mese dinanzi, partorì un’altra materia di carne a modo d’un cuore di bue, di peso di libbre quindici, con alcuni dimostramenti ma non chiari d’effigie umana, senza distinzione di membri, e come questo ebbe partorito, incontanente morì la donna.

CAP. CXI. Come furono cacciati i guelfi di Rieti e da Spoleto.

De mese d’aprile, del detto anno 1354, i guelfi di Rieti avendo il governamento della città, e podestà e capitano dal re Luigi, montati in superbia per animo di parte oltraggiavano i ghibellini di quella terra, e tanto montarono gli oltraggi, ch’e’ guelfi mossono romore per cacciare i ghibellini, e catuna parte fu sotto l’arme, e di cheto senza fare altra novità s’acquetarono a quella volta; e nondimeno catuna parte rimase in gran sospetto e riguardo l’uno con l’altro, e in questo modo erano stati lungamente. Avvenne che i guelfi, avendo a loro stanza gli uficiali della terra, con ordine fatto, una domenica mattina a dì 20 d’aprile subito presono l’arme e corsono alla piazza, gridando: muoiano i ghibellini. I cittadini di quella parte temendo del subito e non pensato romore, francamente s’armarono e corsono alla piazza per difendersi, e quivi cominciò aspra e crudele battaglia, e senza alcuno riguardo uccideva e fediva l’uno l’altro, e durò assai, che niuno perdeva di suo terreno; in fine ghibellini disperati di loro salute ruppono una barra incatenata che gli dividea da’ guelfi, e con grande empito d’amaro cuore assalirono i guelfi per sì fatto modo, che gli ruppono, e senza ritegno gli seguitarono uccidendone quanti giugnere ne poteano. E in questa rotta furono morti venticinque cittadini di nome e assai più degli altri, e molti per campare si gittarono nel fiume, e sommersi annegarono in quello. I ghibellini seguendo loro avventurato caso cacciarono i rettori che v’erano per lo re Luigi, e rimasi signori della città riformarono il reggimento di quella a loro volontà, e per questa novità di Rieti furono cacciati di Spoleto i caporali guelfi che v’erano, ma non con battaglia nè a furore di popolo.

LIBRO QUARTO Comincia il quarto libro, e prima il Prologo.

CAPITOLO PRIMO.

Assai si può alcuna volta comprendere per gli effetti delle cose mondane, che il senno aggiunto alla nobiltà dell’animo, all’altezza dello stato, alla ricchezza e potenza reale, operato con piena provvidenza, fornito e apparecchiato di grandissime forze, non puote pervenire nè acquistare, eziandio con sommo studio e con lieve resistenza quelle cose che con giusta causa l’appetito ha richiesto, le quali, volto il tempo pochi anni, e mutato il principe per successione, con certo mancamento di tutte le predette cose, per altre non provvedute vie della variata fortuna, trovarsi lievemente vittorioso in quelle. Onde presumere certa confidenza di se, per senno, o per virtù, o per potenza, alcuna volta con grave turbazione d’animo si trova ingannato; perocchè non è in potestà degli uomini il consiglio e la volontà di Dio. E avendoci già condotta la sua materia al cominciamento del quarto libro, alcuno certo e manifesto esempio alle predette cose in prima ci s’offera a raccontare.

CAP. II. Comparazione dal re Ruberto al re Luigi.