Manifesto fu appresso la morte del re Ruberto di Gerusalemme e di Cicilia, il quale avea regnato trentatrè anni e mesi, il cui pari ne’ suoi tempi tra’ principi de’ cristiani non si trovò di sapienza e d’intelletto, in virtù e in vita onesta, e in adornamento di bellissimi costumi, pieno di ricchezze, fornito di grande e nobile cavalleria di suoi baroni e sudditi, apparecchiato di navili sopra gli altri signori, avendo dirizzato l’animo con sommo studio a racquistare l’isola di Cicilia, la quale di ragione s’apparteneva alla sua signoria come principale membro del suo reame, con continovi trattati, con spessi e diversi assalimenti, con generali armate, guidate dalla sua persona, e dal figliuolo e da altri, di centoventi e di centosessanta galee, con molto altro navilio per volta e di più e di meno, con duemila e più cavalieri per armata alcuna volta e popolo senza numero, per molti anni cercato di racquistare la detta isola, o d’avere alcuna terra o porto in quella per potere alquanto appagare l’animo suo, la qual cosa fatta mai non gli venne con alcuna perfezione; e il re Luigi suo nipote intitolato di quel medesimo regno da santa Chiesa, povero d’avere e di consiglio, e non ubbidito da’ suoi regnicoli, impotente di gente d’arme, mal destro a potere reggere o guardare il suo reame, non che avesse potuto cercare a racquistare suo reame della Cicilia, non sufficiente d’armare dieci galee, nè di reprimere un solo suo barone a quel tempo; ma le divisioni e sette crudeli e mortali de’ baroni dell’isola, Catalani e Italiani, come già è detto, aveano a tanto condotto l’isola, che di gran parte fu fatto signore, come appresso racconteremo.
CAP. III. Come gran parte dell’isola di Cicilia venne all’ubbidienza del re Luigi.
Avendo raccontato addietro molte volte del male stato dell’isola di Cicilia, al presente ci occorre a dire come per la detta cagione don Luigi figliuolo di don Pietro, a cui s’appartenea d’essere signore, avea trattato accordo col re Luigi, ed erano venuti a concordia che si dovesse nominare re di Trinacria, e riconoscere la Cicilia dal re Luigi e fargliene omaggio, e dargliene ogni anno certa somma sopra il censo della Chiesa per suo omaggio; e a questo s’erano accordati, ma non aveano ancora piuvicata la pace nè fatte l’obbligazioni. In questo stante, il conte Simone di Chiaramonte capo della setta degl’Italiani, il quale aveva in sua forza molte città e castella dell’isola, avendo anche lungamente tenuto trattato col re Luigi acciocchè la concordia del re non si facesse, pervenne al suo trattato con l’opere. Ed essendo allora l’isola in gran fame, promise a’ suoi soccorso di vittuaglia e forte braccio alla loro difesa: i popoli per l’inopia gli assentirono, e il re Luigi si fermò con lui. E facendo suo isforzo, mandò messer Niccola Acciaiuoli grande siniscalco, ch’era stato menatore di questo trattato, con cento cavalieri e con quattrocento fanti di soldo in su l’isola, con sei galee e due panfani, e tre legni di carico, e trenta barche grosse cariche di grano e d’altra vittuaglia. Prima fu dato loro il forte castello di Melazzo, ove lasciò cinquanta cavalieri e cento fanti, e appresso con tutto il navilio e col resto della gente dell’arme se n’andò a Palermo, e con gran festa fu ricevuto da’ Palermitani, che per fame più non aveano vita, e prese la signoria della città di Palermo e la guardia del castello con quella gente ch’egli avea, e delle castella e del suo distretto. E incontanente le sette degl’Italiani fece rubellare a don Luigi e alla parte de’ Catalani, e seguirono quelli di Chiaramonte, dandosi al re Luigi la città di Trapani, e quella di Saragozza, Girgenti, la Licata, Mazzara, Marsala, Castro Gianni, e molte altre terre e castella, che in tutto furono tra città e buone terre e castella centododici, alle quali il detto re Luigi per povertà di gente e di danari non potè mandare aiuto d’alcuna forza di gente d’arme oltre a quella ch’era in Palermo e in Melazzo; ma tanta era l’impossibilità dell’altra parte, che la cosa rimase senza movimento di altra gente alcuno tempo. Alla parte del re Luigi rispondeva la Calabria, portando loro vittuaglia ond’elli aveano gran bisogno, e questo gli sostenea in fede col detto re Luigi. È vero che fu biasimato di non avere tenuto fede a don Luigi del trattato ch’avea fatto con lui per pace dell’isola, e la scusa del re fu, dicendo, che non gli avea attenuti i patti. Il vero rimase nel suo luogo, e il fatto seguì come narrato abbiamo. Questa novità fu nell’isola a dì 17 d’aprile 1354.
CAP. IV. Come l’arcivescovo cominciò guerra contro a’ collegati di Lombardia.
Vedendo l’arcivescovo di Milano che il comune di Vinegia avea rannodata e riferma la lega tra i Lombardi, innanzi che fossono forniti di gente d’arme, essendone egli a destro, fece muovere da Parma duemila barbute e gran popolo e scorrere infino a Modena, per tornare addietro e assediare Reggio; e nel Modenese trovarono cavalieri della lega ch’andavano a Reggio i quali tutti presono. E tornati a Reggio, l’assediarono del detto mese d’aprile, e all’assedio stettono poi lungamente con più bastite, e quelli della lega per lungo tempo non ebbono podere di levarlone; ma la città sostennono e difesono, sicchè non l’ebbe.
CAP. V. Come il re d’Ungheria passò con grande esercito contra un re de’ Tartari.
In quest’anno e in questo medesimo tempo, Lodovico re d’Ungheria accolse suo sforzo, e di quello di Pollonia e di quello di Prosclavia suoi uomini, e apparecchiato grande carreggio di vittuaglia, con dugento migliaia di cavalieri andando quindici dì per luoghi diserti con grande travaglio, passò nel reame d’un gran re della gesta de’ Tartari. E giunto nel reame di colui, essendo per cominciare a fare danno nel paese, il re di quello paese, ch’era assai giovane, mandò pregando quello d’Ungheria che gli desse licenza che con poca compagnia potesse venire a lui sicuramente, e impetrata la licenza, venne a lui con cento baroni molto adorni riccamente apparecchiati; e fatta la riverenza, domandò il re d’Ungheria perchè egli era venuto con forza d’arme nel suo reame, e quello ch’e’ volea da lui. Il re gli disse, ch’era venuto sopra lui perchè non era cristiano, e che volea tre cose: la prima, che divenisse cristiano con la sua gente: la seconda, che lo riconoscesse per suo maggiore: la terza, che in segno d’omaggio gli desse ogni anno certo tributo, ed egli sarebbe suo protettore. E il giovane disse: vedi re d’Ungheria, la mia forza è troppo maggiore della tua, solo del mio reame senza l’aiuto de’ miei maggiori; e faccioti certo, che condotto se’ in parte, che s’io volessi gran vittoria potrei averla di te e della tua gente: ma perocch’io ho animo di divenire cristiano, accetto di volere fare le tue domande, e intendo di farle a tempo col tuo aiuto e del papa; e rimasi in concordia, fece grande onore al re d’Ungheria, e accompagnollo fino a’ confini del suo reame. Ma in quello venire, per invidia i grandi baroni d’Ungheria non gli feciono onore, per impedire che il loro re per l’acquisto di costui non divenisse grande di soperchio, e fu materia di grande sconcio del buon volere ch’aveva il re de’ Tartari, e dell’intenzione del re d’Ungheria.
CAP. VI. De’ grilli ch’abbondarono in Barberia e poi in Cipri.
In quest’anno abbondarono in Barberia, a Tunisi e nelle contrade vicine tanta moltitudine di grilli che copersono tutto il paese, e rosono e consumarono tutte l’erbe vive che trovarono sopra la terra, e del puzzo che uscia della loro corruzione si corruppe tanto l’aria del paese, che ne seguitò grande mortalità negli uomini, e gran fame a tutta la provincia. E questa medesima pestilenza di grilli nel seguente anno occupò l’isola di Cipri per sì sconcio modo, che le strade e i campi n’erano pieni, alti da terra un mezzo braccio e più, e guastarono ciò che v’era di verde. E per cessare la pestilenza della loro corruzione il re fece per decreto, che ogni uomo grande e popolare, barone e prelato, cittadino e contadino, ne dovesse rassegnare certa misura agli ufficiali eletti sopra ciò per lo re, i quali feciono fare per campi grandi fosse, ove gli metteano e ricoprivano. E per questa legge i villani si dispuosono a fare loro civanza, e patteggiarono con gli uomini ch’aveano a fare il servigio che comandato e imposto gli era, e aveano della misura certo prezzo, e rassegnavanli per nome di colui che gli avea pagati agli uficiali deputati sopra ciò, i quali teneano il conto di catuno; e durò questa maladizione in quell’isola parecchi anni. Con tutto l’argomento che fu utilissimo ad alleggiare i campi e cessare la corruzione, fu grande noia e confusione a tutto il paese.