Pochi dì appresso il tagliamento de’ cittadini di Bologna, il tiranno mandò per la città che in fra certi dì a venire catuno cittadino di Bologna portasse tutte le sue armi nella chiesa di san Piero, e rassegnassele agli uficiali che sopra ciò avea deputati, sotto certa pena a chi nol facesse: il vile popolo, che l’armi non avea saputo adoperare per sua salute, con tanta fretta le portò alla chiesa, che gli uficiali deputati a riceverle non poteano comportare la calca. E il tiranno conosciuti gli uomini tornati peggio che pecore per la loro codardia gli trattò aspramente, e fece due quartieri di Bologna costringere ad andare alle loro spese nell’oste senz’arme, e là dovessono stare quindici dì, tanto che gli altri due quartieri gli andassono a scambiare, e di presente fu ubbidito, andandovi ogni maniera di gente con le mazze in mano; e quando gli ebbe così mossi, mutò proposito temperando la crudeltà in avarizia, e fece ordine che chi non vi volesse andare pagasse lire tre di bolognini per gita di quindici dì; e costrinse tutta la città con certo ordine penale, che chi non osservasse catuno dovesse manicare pane di gabella, il quale facea fare aspro e forte, nè altro pane non s’osava fare nè cuocere nella terra, ond’egli traeva molti danari. E allora avendo tra di que’ di Bologna e che gli mandò l’arcivescovo duemila cavalieri e popolo assai, da capo ripose l’assedio alla città di Modena, e i Modenesi essendo forniti di cavalieri e di pedoni alla guardia, e d’abbondanza di vittuaglia, si stavano a guardare le mura, attendendo il soccorso di quelli della lega.
CAP. XIII. Come il legato ebbe la città d’Agobbio.
Di questo mese di giugno del detto anno, ragunatisi insieme gli usciti d’Agobbio con loro amistà per andare a guastare il contado d’Agobbio, richiesono il legato d’aiuto; il legato comandò loro che non si movessono senza suo comandamento, dicendo, che non sarebbe onore di santa Chiesa ch’egli assalisse prima la città ch’egli la trovasse in colpa di disubbidienza o di ribellione: e però incontanente fece formare processo contro a Giovanni di Cantuccio il quale tirannescamente avea occupata quella terra, e mandogli comandando che restituisse la città d’Agobbio a santa Chiesa senza dilazione, altrimenti aspettasse la sentenza contro a se, e l’oste sopra la città senza indugio. Giovanni sentendosi povero di danari, e senza gente d’arme da potersi difendere, e odiato da’ cittadini dentro, e senza speranza di soccorso di fuori, e vedendo il legato potente e vittorioso, prese partito, e rispose, ch’era apparecchiato a ubbidire, e così fece; e il legato mandò a prendere la guardia e la signoria della città il conte Carlo da Doadola, e fecevelo suo vicario, il quale con pace fu ricevuto nella città a grande onore. E presa la signoria della terra vi rimise gli usciti senza niuno scandalo, salvo messer Iacopo Gabbrielli come gli fu imposto, perocch’era grande e sentia del tiranno. Giovanni si presentò al legato, e rimase appresso di lui, e messer Iacopo ch’era suo nemico stando fuori d’Agobbio prendea sue civanze nelle rettorie, malcontento di non potere ritornare in Agobbio. La città fu riformata in libertà del popolo al governamento di santa Chiesa, come per antico si solea governare.
CAP. XIV. Come i Perugini non tennono fede a’ Fiorentini e’ Sanesi.
Tornando nostra materia a’ fatti della compagnia di fra Moriale la quale avea vernato nella Marca, temendo i comuni di Toscana ch’ella non si stendesse sopra loro sprovveduti, s’accolsono insieme a parlamento per loro ambasciadori, il comune di Firenze, e di Perugia, e quello di Siena, e feciono e fermarono lega e compagnia contro la detta compagnia, e taglia di tremila cavalieri; e perocch’ell’era più vicina a Perugia, i Fiorentini mandarono la maggior parte de’ cavalieri che toccava loro della taglia, e metteano in concio di mandare loro il rimanente, e così aveano fatto i Sanesi, per riparare ch’ella non entrasse in Toscana. In questo tempo, del mese di giugno del detto anno, la compagnia fu a Fuligno, e senza fare danno, ebbono dal vescovo che n’era signore derrata per danaio, e licenza d’entrare nella città senz’arme chi volea panni, o arnese o armadure comperare, e ivi si rifornirono d’armadure e di molte altre cose di che aveano grande bisogno. E stando ivi, mandarono cautamente per rompere la lega loro ambasciadori a Perugia, dicendo, che gli aveano per amici, e non intendeano di volere da loro se non vittuaglia derrata per danaio, e il passo per lo loro terreno. I Perugini vedendosi potere levare la compagnia da dosso senza loro danno, ruppono la fede della lega promessa a’ Fiorentini e a’ Sanesi, e senza significare loro alcuna cosa, o rimandare addietro i cavalieri a’ detti comuni ch’aveano della taglia, s’accordarono con la compagnia, e diedono il passo e la vittuaglia abbondantemente. Messer fra Moriale vedendosi avere rotta la lega de’ comuni, baldanzosamente venne verso Montepulciano con la sua compagnia, e prese la via per Asciano, ed entrò molto subitamente nel contado di Siena, predando e pigliando uomini e bestiame. I Sanesi vedendo la compagnia sul loro contado non attesono alla lega ch’avessono co’ Fiorentini, nè a domandare loro aiuto o consiglio, ma di presente elessono de’ loro cittadini ch’andassono a fra Moriale e agli altri maggiori della compagnia a prendere accordo con loro, i quali di presente promessono a’ caporali in segreto per le loro persone fiorini tremila d’oro, e in palese per la compagnia ne promisono tredicimila, e la vittuaglia derrata per danaio, e il passo per lo loro terreno. Questa è la fede che ora e molte altre volte il comune di Firenze ha trovata nelle leghe o compagnie c’ha fatto co’ suoi vicini, che trovando loro vantaggio lo s’hanno preso. E dolendosene poi il comune di Firenze a Perugia e a Siena, hanno risposto, che il comune di Firenze non dee guardare a’ loro difetti, ma avere senno e per se e per loro. Siamo contenti di ricordarlo qui e altrove per esempio di quello che ancora ne potrà avvenire. Fornito per lo comune di Siena il pane che domandarono, e dati de’ loro cittadini a conducere la compagnia, presa la via per Monte a san Savino, condussonli in sul contado d’Arezzo. E non trovando con gli Aretini modo d’avere danari, s’accordarono con loro d’avere panno e vestimento, e calzamenti e vino per li loro danari, perocchè n’aveano grande bisogno, e sicurarono il contado, e senz’arme entrarono nella terra per le dette cose; non riguardando però le biade de’ campi per li loro cavalli, nè l’altre cose che potessono giugnere, senza fare gualdane o saccomanno.
CAP. XV. Come procedettono i rettori di Firenze in questa sopravvenuta tempesta della compagnia di fra Moriale.
In questo tempo si trovò fornito il comune di Firenze al priorato d’uomini senza sentimento di virtù, golosi e sopra ogni sconvenevolezza corrotti nel bere, e massimamente de’ nove i sei. Costoro disordinati in se, non sapeano provvedere al soccorso del comune; tuttavia per gli altri collegi fu provveduto in fretta di fare lega e compagnia co’ Pisani, per prendere riparo contro alla compagnia, e dovea il comune di Firenze avere in taglia milledugento cavalieri, e i Pisani ottocento. E fatta la lega, catuno avea quasi il novero de’ suoi cavalieri. La compagnia essendo ad Arezzo avea in animo d’andare al soldo in Lombardia, e per questa cagione mandarono alcuno ambasciadore al comune di Firenze per avere titolo d’essere in accordo col detto comune, e lieve cosa che ’l comune avesse dato loro sarebbono stati contenti per seguire loro viaggio: i priori indiscreti se ne feciono beffe, e però non provvidono come con tanto fatto richiedea. Ma i Valdarnesi per paura della ricolta, non ostante che ancora non fosse in perfetta maturità, s’affrettarono di levarla de’ campi e riducerla nelle castella; e la frontiera del Valdarno fu fornita di cavalieri e di fanti assai bene alla guardia. La compagnia vedendo che i Fiorentini per lieve cosa non si voleano accordare con loro, cambiarono proponimento, e vedendo che il Valdarno era provveduto contra loro, si tornarono a Siena. I Sanesi diedono loro da capo il pane, e il passo e la guida di loro cittadini, e in calen di luglio del detto anno l’ebbono condotta ne’ borghi di Staggia, e ivi si stesono fino alla Badia a Isola sopra l’Elsa. Là si trovarono settemila paglie di cavalieri, che cinquemila o più erano in arme cavalcanti, fra i quali avea grande quantità di conestabili e di gentili uomini diventati di pedoni bene montati e armati, con più di millecinquecento masnadieri italiani, e oltre a costoro più di ventimila ribaldi e femmine di mala condizione seguivano la compagnia per fare male, e pascersi della carogna. E nondimeno per l’ordine dato loro per fra Moriale grande aiuto e servigio n’avea, principalmente i cavalieri e’ masnadieri, e appresso tutto l’esercito. Le femmine lavavano i panni e cocevano il pane, e avendo catuno le macinelle, che fatte avea loro fare di piccole pietre, catuno facea farina, e per questo l’oste si mantenea incredibilmente in abbondanza di farina e di pane, solo per la provvisione e ordine dato per fra Moriale.
CAP. XVI. Come si provvedde a Firenze contra la compagnia.
Essendo la compagnia a Staggia, i Fiorentini richiesono i Pisani della taglia loro per la lega fatta, che doveano essere ottocento cavalieri, e mandarono un loro cittadino con un gran gonfalone con meno d’ottanta barbute; e richiesti ancora i Perugini e’ Sanesi di cavalieri della taglia, o almeno d’alcuna parte d’aiuto, catuno comune rispose ch’erano d’accordo con la compagnia, e non manderebbono gente d’arme contro a quella: e vedendosi il comune da tutti gli amici ingannato, e da non potere resistere alla compagnia, fece suoi ambasciadori e mandolli a Staggia alla compagnia per accordarsi e dare loro danari, ed eglino non entrassono sul contado di Firenze. Giunti gli ambasciadori a fra Moriale e al suo consiglio, furono ricevuti da loro senza avere risposta; e incontanente a dì 4 di luglio si misono in via, e senza arresto furono ne’ borghi di san Casciano, e correndo le contrade d’attorno, facendo preda e ardendo ove a loro piacea senza trovare contasto, e stettono fino a dì 10 del detto mese senza venire ad accordo; allora fatti doni a’ caporali di fiorini tremila d’oro, vennono a composizione di dare alla compagnia venticinquemila fiorini d’oro. Gli ambasciadori pisani, innanzi che la tempesta rompesse sopra loro, al detto luogo di san Casciano s’accordarono con loro di dare fiorini sedicimila d’oro, e a’ caporali feciono doni. E avuta la condotta da’ Fiorentini per la Val di Robbiana, condotti a Leona ebbono il pagamento de’ detti comuni, e fatta la promissione, e le cautele e il saramento di non tornare in sul contado di Firenze nè di Pisa infra due anni, se n’andarono alla Città di Castello, ove stettono tanto ch’ebbono quello che restava a dare loro messer Malatesta da Rimini capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, e partita tra loro la moneta, presono la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro al signore di Milano per centocinquantamila fiorini in quattro mesi. E rifermata e giurata da capo sotto i loro capitani s’avviarono in Lombardia, e fra Moriale con licenza degli altri caporali accomandò la compagnia al conte di Lando e fecenelo suo vicario, ed egli se n’andò a Perugia, per provvedere come alla tornata della compagnia e’ potesse in Italia maggior male aoperare, e da’ Perugini fu ricevuto onoratamente, e fatto cittadino di Perugia.