Per larga sperienza di molti anni si vide, che messer Lallo dell’Aquila, uomo di piccola nazione, per sua industria prima cacciati gli avversari della città dopo la morte del re Ruberto tenne la signoria della terra come un dimestico popolare e compagnevole tiranno, e seppe sì piacevolmente conversare co’ suoi cittadini, che catuno il desiderava a signore, e al tutto aveano dimenticata la signoria reale, ma egli saviamente mantenea il titolo del capitanato della terra alla corona, facendovi venire cui egli volea, nondimeno ciò che occorreva di grave nella città tornava a ser Lallo. E non avendo il re podere nella città più che ser Lallo si volesse, per molti modi in diversi tempi cercò d’abbatterlo, e non gli venne fatto, e però cercò la via de’ beneficii, e fecelo conte di Montorio, e diegli terre in Abruzzi, ed e’ le si prese, e mostrò di volere fare dell’Aquila la volontà del re; ma con astuzia e senno dissimulando col re tenea l’Aquila continovamente al suo segno. E stando le cose in questi termini, messer Filippo di Taranto fratello del re Luigi venne in Abruzzi, e ricettato nell’Aquila da messer Lallo con grande onore, dopo alquanti dì messer Filippo ragionò con messer Lallo, ch’egli farebbe rendere pace a’ figliuoli di messer Todino suoi nimici, i quali erano sbanditi dell’Aquila, e intendea fermare la pace con amore e con parentado, e con grande istanza il pregò che li dovesse ricevere nell’Aquila con buona pace. Messer Lallo sentendosi in grande amore co’ suoi cittadini, mostrò di poco temere i suoi avversari, e di volere servire messer Filippo accettando la pace e la loro tornata nell’Aquila. Messer Filippo semplicemente con alcuni suoi scudieri li facea venire in Aquila, ed essendo già presso alla città, il popolo si levò a romore, e prese l’arme gridando, viva il conte, e corsono alle porte e serraronle. Messer Filippo sentendo il romore temette di sè, ma messer Lallo fu subitamente a lui, confortandolo e scusando sè, che questo non era sua fattura ma del popolo, per tema ch’avea de’ figliuoli di messer Todino se rientrassono in Aquila. Messer Filippo turbato di questo baratto si mise in concio di partire, e la mattina vegnente fu in cammino. Messer Lallo accompagnandolo s’allungò dalla città tre miglia, offerendosi a messer Filippo e scusandosi del caso avvenuto; e volendosi tornare all’Aquila, e prendere congio da messer Filippo, per fargli la reverenza all’usanza reale scese del suo cavallo, e com’era ordinato, parlando messer Filippo con lui, e usando parole di minacce, uno scudiere il fedì d’uno stocco, e un altro appresso, e ivi a’ piè di messer Filippo fu morto messer Lallo per troppa confidanza, perdendo il senno e la malizia tanto tempo usata nel suo reggimento. Messer Filippo non s’arrestò per tema di quel popolo e del suo furore, ma senza alcuno soggiorno tornò a Napoli, e gli Aquilani feciono gran lamento della morte di messer Lallo, ma non essendovi il secondo, ritornarono senza contasto alla consueta signoria reale; e questo avvenne di giugno 1354.
CAP. XVIII. Come il re di Spagna cacciata la non vera moglie coronò la legittima.
In questo tempo del detto anno, avendo il giovane re di Spagna per moglie la figliuola di messer Filippo di Borbona della casa di Francia, lasciandosi vincere e menare al disordinato appetito, avendola già tenuta un anno, corruppe il degno sagramento del matrimonio, e seguitando il modo de’ bestiali saracini con cui conversava, prese per sua moglie e sposò un’altra donna cui egli amava, nata della casa di Padiglia di Castella, chiamata Maria, con la quale si copulò con tanta disordinata concupiscenza carnale, che molte dissolute e sconce cose ne faceva, e la legittima moglie non volea vedere; la quale vedendosi a sconcio partito, prese segretamente sue damigelle e alquanti confidenti di sua famiglia, e senza saputa del re si tornò in Francia, richiamandosi al re, e al padre e agli altri baroni dell’ingiuria ricevuta dal suo marito; e udita in Francia la sconcia novella, il re e tutti i baroni se ne sdegnarono forte, e proposono d’andare in Spagna con forte braccio per gastigare il re della sua follia. I baroni di Spagna e le comuni a cui dispiacea questo fatto, sentendo le novelle di Francia, di concordia se n’andarono al re, e ripresonlo duramente d’avere per sua sconcia volontà d’una privata femmina fatta tanta vergogna alla casa di Francia e alla loro reina, dicendogli, che se non ammendasse il suo fallo, che sarebbono in aiuto al re di Francia per ricoverare il suo onore. Il giovane re riconobbe il suo fallo, e disposesi di presente a seguitare il loro consiglio; e alla non degna moglie, per appagare la legittima, le feciono tagliare i panni per lungo infino alla cintola a loro costuma, e con vergogna la mandarono via, e tornata la moglie, con gran festa feciono coronare lei e pacificare col re, e quella notte giacque con la reina Bianca sua moglie. Ma, o che fosse affatturato, o occupato nella mente del troppo peccato, la mattina per tempo le si levò da lato, e senza fare assapere altrui alcuna cosa cavalcò con piccola compagnia e andossene alla terra dov’era dama Maria di Padiglia, e d’allora innanzi non volle mai vedere la reina Bianca; e perch’ella non si partisse la fece mettere in Briscia suo forte castello, e ivi bene guardare, la quale per grave sdegno, o per dolore, o per malinconia, o per operazione del re, che ne fu sospetto, o per malizia naturale, innanzi tempo nella sua giovanezza finì sua vita, della quale il re ebbe più piacere che doglia, e vilmente la fece seppellire. Avvenne ancora, che vivendo la reina e dama Maria, il detto re Pietro, non senza sentimento della saracinesca consuetudine, innamorato d’una giovane donna vedova di Castella di grande lignaggio, la si prese a moglie; e quando con lei ebbe saziata sua sfrenata libidine, la cacciò via, e ritennesi alla sua dama Maria, della quale ebbe un figliuolo maschio e due femmine, e poi sopra parto si morì, poco appresso della reina, di cui il re si diè grave turbazione, e il corpo suo fece imbalsamare, e portare venticinque giornate di lungi da Sibilia alla sepoltura ch’ella s’avea eletta, e il re, e per amore del re i suoi baroni se ne vestirono a nero. Avemo raccolto qui il processo della moglie e dell’altre femmine del re, per non istendere in più parti del nostro trattato la vile materia.
CAP. XIX. Come i collegati di Lombardia condotta la compagnia mandarono all’imperadore.
Il comune di Vinegia, e il signore di Verona, e quello di Padova, e quello di Mantova, e il marchese di Ferrara, collegati insieme contro l’arcivescovo di Milano, avendo condotta per quattro mesi la compagnia del conte di Lando, la quale era cinquemiladugento paghe, ma non avea oltre a tremilacinquecento cavalieri bene armati, la quale era partita dalla Città di Castello, e cavalcata sul contado di Bologna facendo danno, se n’andarono a Modena, dov’erano le bastite del signore di Milano, le quali non ebbono podere di levare, e lasciatovi l’assedio cavalcarono in sul Bresciano. I collegati vedendosi forniti di gente da potere campeggiare, mandarono ambasciadori, del mese di luglio del detto anno, all’eletto imperadore, con cui avevano fatto accordo per farlo valicare in Lombardia contro all’arcivescovo di Milano, e dove ricusasse la venuta, volevano essere liberi delle loro promesse. In questo tempo l’imperadore era in discordia col marchese di Brandimborgo, e catuno aveva accolto gente d’arme, e con l’eletto era il duca d’Osteric e molti cavalieri del re d’Ungheria, e credettesi si conducessono a battaglia: ma la questione avea lieve cagione di sdegno, sicchè tosto si recò a concordia, e l’eletto imperadore per l’animo ch’avea di valicare in Italia fu più abile alla pace, e ferma, catuna gente d’arme si tornò in suo paese; e senza sospetto de’ fatti d’Alamagna l’eletto si tornò in Boemia, e deliberò per lo modo che a lui piacque di valicare in Lombardia, e con seco ritenne parte degli ambasciadori della lega infino al suo movimento.
CAP. XX. Come i Bordoni furono cacciati di Firenze, e sbanditi per ribelli.
Era avvenuto del mese di Luglio del detto anno in Firenze, che essendo la compagnia di fra Moriale a Sancasciano, i Bordoni, de’ quali era capo messer Gherardo di quella casa, tenendosi essere ingannati da’ Mangioni e da’ Beccanugi loro vicini per lo dicollamento di Bordone loro consorto, e vedendo la città sotto l’arme e in gelosia, con loro gente accolta cominciarono prima con parole e poi con l’arme ad assalire i Mangioni; e rimettendoli per forza nelle case, in quell’assalto la moglie d’Andrea di Lippozzo de’ Mangioni ebbe d’una lancia sopra il ciglio, ond’ella si morì poco appresso. A quello romore corse d’ogni parte il popolo armato, e i priori vi mandarono la loro famiglia, e feciono acquetare la zuffa. Poi partita la compagnia, e ritornata la città al primo governamento, parendo al comune il fallo essere grave in così fatto tempo contro alla repubblica, fu commesso all’esecutore degli ordini della giustizia che ne facesse inquisizione, e punisse i colpevoli; i Beccanugi e’ Mangioni andarono dinanzi e scusaronsi, e furono prosciolti e lasciati, e i Bordoni rimasono contumaci; e a dì 2 d’agosto, nel detto anno, messer Gherardo con quattro suoi consorti e con dodici loro seguaci furono condannati, per avere turbato il buono e pacifico stato del comune di Firenze e per l’omicidio, tutti nell’avere e nelle persone, e uscironsi di Firenze, e i loro beni furono guasti e messi tra i beni de’ rubelli.
CAP. XXI. Come il re d’Araona venne con grande armata a racquistare Sardegna.
Il re d’Araona, che l’anno dinanzi avea perduta tutta la Sardegna salvo che Castello di Castro, come addietro fu narrato, fatta sua armata di centosessanta tra galee e uscieri, cocche e navi armate, con grande cavalleria di suoi Catalani e molti mugaveri a piede, del mese di luglio del detto anno arrivò in Calleri, che altro non v’aveva, e lasciato ivi il navilio grosso, e messi in terra i cavalieri e i mugaveri, fece scorrere il paese e predare dovunque si stendeva, e con le galee sottili per mare e i cavalieri per terra s’addirizzò alla Loiera, nella quale aveva balestrieri genovesi, e masnadieri toscani e lombardi, che il vicario dell’arcivescovo signore di Genova v’avea mandati alla guardia, che francamente la difendevano e guardavano; e continuandovi l’assedio, nondimeno per mare con le galee, e per terra con la gente d’arme, faceano guerra all’altre terre e castella che ubbidivano al giudice d’Alborea, e il giudice fornito de’ suoi Sardi e di cavalieri condotti di Toscana si difendea francamente per modo, che delle sue terre non gli lasciava alcuna acquistare: e aveva in suo aiuto l’aria sardesca e ’l tempo della fervida state, che molto abbattea i Catalani di malattie e di morte; non ostante ciò, il re animoso mantenea l’assedio stretto, e facea tormentare molto i suoi avversari; e bench’egli sapesse che i Genovesi suoi nimici avessono armate trentadue galee, non se ne curava, perchè sapeva che i Veneziani suoi amici contro a loro n’aveano armate trentacinque: e ancora gli rendea molta fidanza la fresca vittoria ch’aveva avuta in quel luogo co’ Veneziani insieme sopra i Genovesi, e però intendea coraggiosamente a fare la sua guerra per terra e per mare. Lasceremo ora l’intrigata guerra di Sardegna che il tempo vegna della sua fine, e seguiremo altre novità che prima ci occorrono a raccontare.