Avendo sentito i Genovesi l’armata de’ Catalani, e che i Veneziani armavano, avvegnachè per la sconfitta l’anno dinanzi ricevuta alla Loiera molto fossono infieboliti, presono cuore da sdegno per non dare la baldanza del mare al tutto al loro nimico, e però con aiuto di moneta che procacciarono dall’arcivescovo loro signore armarono trentatrè galee sottili, della migliore gente che rimasa fosse in Genova e nella riviera, e fecionne ammiraglio messer Paganino Doria, il quale altra volta avea avuto vittoria sopra i Catalani e’ Veneziani in Romania. Costui sentendo che i Veneziani erano usciti del golfo con trentacinque galee armate, mandò tre galee più sottili, e bene reggenti e armate nel golfo di Vinegia, le quali improvviso a’ paesani giunsono a Parezzo, e misono in terra; e trovando i terrazzani sprovveduti e smarriti per lo subito assalto, s’entrarono nella terra, e senza trovare contasto rubarono e arsono gran parte della città. Ed essendo nel porto tre grossi navilii de’ Veneziani carichi di grande avere, gli presono e rubarono, e ricolti a galee carichi di preda de’ loro nemici, con grande vergogna de’ Veneziani tornarono sani e salvi alla loro armata; la quale avendo lingua de’ Veneziani, prese la via di Romania per abboccarsi con loro a battaglia, se fortuna il concedesse. L’armate cavalcano il mare, e innanzi che insieme si ritrovino ci occorrono altre non piccole cose.

CAP. XXIII. Come il tribuno di Roma fece tagliare la testa a fra Moriale.

Avvegnachè addietro detto sia dell’operazioni di fra Moriale innanzi ch’egli facesse la grande compagnia, e poi quanto male aoperò con quella, sopravvenendo il termine della sua morte, ci dà materia di raccontare la cagione, com’egli essendo semplice friere condusse tanti baroni, e conestabili e cavalieri a collegarsi sotto il suo reggimento in compagnia di predoni. Costui fu in Italia lungo tempo soldato franco cavaliere, e atto singolarmente a ogni fatica cavalleresca, e molto avvisato in fatti d’arme, il quale considerò che tutte le terre e’ signori d’Italia facevano le loro guerre con soldati forestieri, e i paesani poco compariano in arme, e parve a lui che accogliendosi i conestabili per via di compagnia, e partecipando con loro che rimanevano al soldo, che in niuna parte troverebbono contasto in campo: e avendo questo verisimile messo nel capo a molti conestabili, l’uno smovea l’altro, e traevano gente di catuna bandiera che rimaneva al soldo; e con quest’ordine, essendo in loro libertà, si pensavano sottoporre e fare tributaria tutta Italia, e pensavano, se alcuna buona città venisse loro presa, che per forza tutte l’altre converrebbe che sostenessono il giogo; e sotto questo segreto consiglio tutti i conestabili delle masnade tedesche, e’ Borgognoni e altri oltramontani promisono e giurarono da capo la compagnia e ubbidienza a messer fra Moriale, e per passare il verno all’altrui spese presono il soldo della lega de’ Lombardi, e messer fra Moriale, sotto titolo di mostrare d’avere a ordinare suoi propri fatti, rimase in Toscana: ma nel segreto fu, che provvederebbe del luogo dove dovessono tornare al primo tempo. Costui baldanzoso con poca compagnia, come detto abbiamo, se n’andò a Perugia, e di là mandò i fratelli con certe masnade di suoi cavalieri al tribuno, ch’era di nuovo ritornato in Roma, per atarlo; essendo stato prima cacciato da’ Romani e tenuto in esilio, e’ fu prigione dell’eletto imperadore lungo tempo, e poi per lo male stato de’ Romani di volontà del papa e del popolo fu richiamato; e rendutagli la signoria, con più baldanza che di prima, non ostante che predetto gli fosse, o per revelazione di spirito immondo o per altro modo, che a romore di popolo sarebbe morto, e’ faceva rigida e aspra signoria, e reprimendo la baldanza de’ principi di Roma, onde fu opinione di molti che i Colonnesi s’intendessono contro a lui con fra Moriale per abbatterlo della signoria del tribunato: ma come che si fosse, poco appresso la mandata de’ fratelli fra Moriale andò a Roma, e il tribuno il fece chiamare a sè, ed egli senza alcuno sospetto andò a lui; e giuntogli innanzi, senza altro parlamento il tribuno gli mise in mano un processo di tradimento che fare dovea contro a lui, e come pubblico principe di ladroni, il quale aveva assalite le città della Marca e di Romagna, e la città di Firenze, di Siena e d’Arezzo in Toscana; e fatte arsioni, e violenze e ruberie senza cagione in catuna parte, e molte uccisioni d’uomini innocenti, delle quali cose disse che di presente si scusasse. E non avendo scusa contro alla verità del libello, senza voler più attendere, a dì 29 d’agosto del detto anno gli fece levare la testa dall’imbusto: e così finì il malvagio friere, cagione di molto male passato e di maggiore avvenire, per l’aoperazione della maladetta compagnia; per la qual cosa s’aggiugnerebbe memoria degna di gran lodi al tribuno se per movimento di chiara giustizia l’avesse fatto, ma perocchè egli prese i fratelli, e’ beni di fra Moriale e’ loro e pubblicolli a sè, parve che d’ingratitudine de’ servigi ricevuti e d’avarizia maculasse la sua fama: e abbianne più detto che forse non si conveniva, ma per lo malo esempio dato a’ soldati, e per la giusta vendetta della sua morte, ne crediamo avere alcuna scusa.

CAP. XXIV. D’una sformata grandine venuta a Mompelieri, e della scurazione del sole.

A dì 12 di settembre 1354 cadde sopra Mompelieri e nelle circustanze una grandine sformata di grossezza di più d’una comune melarancia, e fece a’ frutti e agli uomini gravissimi danni, e le bestie che trovò ne’ campi alla scoperta uccise, e guastò molto le copriture delle case. E poi, a dì 17 del detto mese, fu scurazione del sole, e durò a Firenze una terza ora, coperto nella maggiore parte il corpo solare. Di sua influenza poco potemmo vedere e comprendere, salvo che asciutto e freddo seguitò tutto il verno singolarmente.

CAP. XXV. Come morì l’arcivescovo di Milano.

Messer Giovanni de’ Visconti arcivescovo di Milano potentissimo tiranno in Italia, avendo dilatata la fama della sua potenza in grande altezza, e vivuto al mondo lungo tempo in dissoluta vita secondo prelato, vedendosi avere vinta sua punga, e soperchiata nel temporale la Chiesa di Roma, e riconciliatosi a quella co’ suoi sformati doni, e che tutta Italia il temeva, e l’eletto imperadore non avea ardire, eziandio sollecitato dalla forza e’ danari della lega di Lombardia, pigliare arme contro a lui, vaneggiante nel colmo della sua gloria, uno venerdì sera, a dì 3 d’ottobre 1354, gli apparve nella fronte sopra il ciglio un piccolo carbonchiello, del quale poco si curava, e il sabato sera a dì 4 del detto mese il fece tagliare, e come fu tagliato, cadde morto l’arcivescovo senza potere fare testamento, o alcuna provvisione dell’anima sua o della successione de’ suoi nipoti nella signoria; i quali feciono al corpo solenne esequie, e senza questione con molta concordia si ristrinsono insieme, facendo grande onore l’uno all’altro; per la qual cosa i Milanesi e tutti i loro sudditi stettono in obbedienza de’ nuovi signori, tanto che poi con nuova suggezione di tutti i popoli si feciono dichiarare signori, come appresso racconteremo, rendendo prima il nostro debito alla sprovveduta e violente morte del tribuno di Roma, e allo strano avvenimento dell’eletto imperadore in Italia.

CAP. XXVI. Come il tribuno di Roma fu morto a furia di popolo.

Il primo tribuno romano dopo la sua cacciata tornato in Roma con comune assentimento dell’incostante popolo, e ordinati statuti a franchigia e a fortificagione del popolo, e certe entrate al comune per fortificare la signoria, procacciava di fornirsi di cavalieri e di masnadieri di soldo, per potere meglio raffrenare i potenti cittadini, i quali sapea ch’erano contro al suo tribunato: e come uomo ch’avea grande animo, credeva col favore del fallace popolo fare gran cose, e cominciato avea, ma non bene, perocchè essendo in Roma uno valente e savio uomo Pandolfo de’ Pandolfucci antico cittadino, e di grande autorità nel cospetto del popolo, e temendo il tribuno di lui, solo perchè gli pareva atto a potere muovere il popolo per la sua autorità e per la sua eloquenza, tirannescamente e senza colpa il fece decapitare; e per questo, e per la morte di fra Moriale, i principi di Roma, massimamente i Colonnesi e’ Savelli, temeano forte, e procacciavano di farlo cacciare o morire. E sparta già l’infamia della morte di Pandolfo tra il popolo, fu più leggiere a’ Colonnesi e a Luca Savelli venire alla loro intenzione, e con lieve movimento alquanti amici de’ Colonnesi e’ Savelli della riva del Tevere, a loro stanza cominciarono a levare romore contro il tribuno e corsono all’arme; e con l’aiuto de’ Colonnesi e de’ Savelli, e di certi Romani offesi per la morte di Pandolfo, dimenticando la franchigia del popolo, a dì 8 d’ottobre del detto anno in su la nona corsono al Campidoglio, dicendo, muoia il tribuno. Il tribuno sprovveduto di questo subito e non pensato furore del popolo francamente provvide come necessità l’ammaestrava, e di presente s’armò e prese il gonfalone del popolo, e con esso in mano si fece alle finestre, e trattolo fuori, cominciò a gridare ad alta voce, viva il popolo, pensando che il popolo dovesse trarre al suo aiuto: ma trovossi ingannato, che il popolo il saettava, e gridava la sua morte: e avendo egli sostenuto con parole e con difesa l’assalto fino al vespero, e vedendo il popolo più acerbo e più infocato contro a sè da sezzo che da prima, e che soccorso da niuna parte aspettava, pensò di campare per ingegno; e tramutato l’abito suo in abito di ribaldo, fece aprire le porte del palagio alla sua famiglia al popolo perchè intendesse a rubare, come solea essere loro usanza; e mostrandosi nella ruberia come uno di loro, avea preso un fascio d’una materassa con altri panni dal letto, e scendendo la prima e la seconda scala senza essere conosciuto, dicea agli altri, su a rubare, che v’ha roba assai; ed era già quasi al sommo di scampare la morte, quando uno cui egli avea offeso così col fascio in collo il conobbe, e gridando, questi è il tribuno, il fedì: e l’uno dopo l’altro trattolo fuori dell’uscio del palazzo tutto lo stamparono co’ ferri, e tagliarongli le mani e sventraronlo, e misongli un capestro al collo e tranaronlo fino a casa i Colonnesi; e fatto quivi uno paio di forche v’appiccarono lo sventurato corpo, ove più dì il tennero appeso senza sepoltura. E questa fu la fine del tribuno, dal quale il popolo romano sperava potere riprendere sua libertà.

CAP. XXVII. Come l’imperadore Carlo venne in Lombardia.