Avvegnachè assai paia cosa strana e non degna di memoria quello che seguita, perocchè fu inaudito caso, non l’abbiamo saputo tacere. In Firenze era da san Gregorio un lasagnaio con una sua moglie, aveano un piccolo loro fanciullo di tre mesi, e avendolo la madre governato e rimessolo nella culla al modo usato, una gatta accresciuta e nutricata in quella casa se n’andò al fanciullo, e cominciolli a rodere la testa, e trassegli gli occhi e manicosseli, e poi rodendo la testa se n’andò fino al cervello; e avendo lungamente pianto il fanciullo, il padre e la madre soccorsono tardi, non pensando che cotale caso fosse, e trovarono il fanciullo storpiato, e la gatta sopr’esso ancora vivo, ma incontanente morì; e sparata la maladetta gatta le trovarono gli occhi del fanciullo in corpo. Questa è quasi cosa incredibile, ma per esperienza del vero di questo fatto si dee alle donne e alle balie accrescere sollecitudine e accrescimento di buona guardia a’ piccoli fanciulli. Avvenne questo inopinato caso a dì 6 di dicembre 1354.

CAP. XXXVIII. Come l’imperadore fe’ fare triegua da’ Lombardi a’ signori di Milano.

Avendo fino a qui dimostrato i trattati tenuti per l’eletto imperadore e la sua venuta a Mantova, al presente ci strigne il tempo a venire dimostrando i cominciamenti in fatti delle sue proprie operazioni. Costui secondo il suo supremo titolo, conoscendo se medesimo e il suo piccolo podere, e abbattendo nell’animo suo ogni elezione, provvide che per astuta e dissimulata suggezione gli convenia procedere per venire all’ottato fine della sua coronazione, e per questo in fatto prese abito, forma, e operazione umile, e sommissione incredibile all’imperiale nome in fondamento de’ suoi principii: e venuto a Mantova senz’arme, e fattosi trattatore della pace da’ signori di Milano a’ legati lombardi, avendo seguito il fatto dall’entrata di novembre al Natale senza frutto, essendo montata la superbia de’ Genovesi e de’ loro signori, per la vittoria avuta in mare sopra i Veneziani, per la quale mutando in prima i patti li voleano più larghi per loro in vergogna degli allegati, ed eglino sdegnosi non acconsentivano, l’imperadore, ch’avea l’animo più a’ suo’ fatti propri, si doleva di perdere il tempo invano, e conoscendo la potenza de’ Visconti di Milano maggiore che della lega, e non vedendosi da’ comuni di Toscana fuori che da’ Pisani dimostramento d’alcuno favore, comprese che a’ collegati non faceva utile, e a se faceva impedimento grande per la coronazione della corona del ferro, ch’era nella potenza de’ signori di Milano, e però non dimostrando d’abbandonare il trattato, ma di volerlo conducere a fine di pace, facea fare triegua tra’ Lombardi fino al maggio prossimo vegnente; e fatta la triegua, incontanente trattò per se accordo co’ signori di Milano, sottomettendo la sua persona, e ’l suo onore, e la dignità imperiale oltre al debito modo nell’arbitrio e potenza de’ tiranni, prendendo confidenza di quelli, o da purità di mente, o da matto consiglio, non però di certo e di chiaro giudicio; e il patto fu, che li darebbono abilità d’avere sotto le loro braccia la corona a Moncia, ed egli senza entrare in Milano gli lascerebbe suoi vicari in tutta la loro giurisdizione; ed egli avuta promissione da loro, che alla sua coronazione a Roma gli donerebbono per aiuto alle spese fiorini cinquantamila d’oro, senza alcuna gente d’arme come privato uomo si sottomise nella loro signoria, vincendo gli animi fieri e l’usata fallacia tirannesca colla sua persona creduta nelle loro mani liberamente, come appresso diviseremo.

CAP. XXXIX. Come l’imperadore andò a Moncia per la corona del ferro.

L’eletto imperadore avendo fatto la sua concordia co’ signori di Milano, più della pace de’ Lombardi non si travagliò, ma di presente fatta la festa della natività di Cristo a Mantova, si mise a cammino verso Milano con meno di trecento cavalieri, i più senz’arme, e i signori di Milano ordinarono, che per tutto loro distretto all’eletto e alla sua compagnia fosse apparecchiato per loro e per li loro cavalli ogni cosa da vivere senza torre alcuno danaio: e giugnendo a Lodi, messer Galeazzo gli venne incontro con millecinquecento cavalieri armati, e giunto a lui, gli fece la reverenza, e accompagnollo fino dentro alla città di Lodi, e ivi il collocò onoratamente nelle case de’ signori, facendo nondimeno serrare le porti della città, e guardarla dì e notte colla gente armata. E albergato in Lodi una notte, la mattina appresso mosso il re de’ Romani, messer Galeazzo colla sua gente armata l’accompagnò, avendo ordinata la desinea alla grande badia di Chiaravalle: e appressandosi a Chiaravalle, messer Bernabò con molti cavalieri armati gli si fece incontro, e fattagli la reverenza, gli presentò da parte de’ fratelli e cavalli e palafreni covertati di velluto, e di scarlatto e di drappi di seta, guerniti di ricchi paramenti di selle e di freni: e fattogli alla badia nobile desinare, messer Bernabò il richiese da parte de’ suoi fratelli e da sua che gli dovesse piacere d’entrare nella città di Milano; l’eletto rispose, che per niuno modo intendea venire contro a quello che promesso avea loro; messer Bernabò gli disse, che questo gli fu domandato pensando che la gente della lega il dovesse accompagnare, ma per la sua persona non era fatto: e tanto il costrinsono, ed egli e messer Galeazzo, liberandolo per loro e per messer Maffiolo dalla promessa, che con loro n’andò in Milano; e entrato nella città, fu ricevuto con maggior tumulto che festa, non potendo quasi vedere altro che cavalieri e masnadieri armati: e i suoni delle trombe, e trombette, e nacchere, e cornamuse, e tamburi erano tanti, che non si sarebbono potuti udire grandi tuoni; e come fu in Milano, così furono le porti serrate, e così rinchiuso il condussono a’ palazzi della loro abitazione, e assegnateli sale e camere fornite nobilissimamente di letta e di ricchi apparecchiamenti, messer Maffiolo e gli altri fratelli da capo andarono a fargli la reverenza, dicendogli con belle parole come tutto ciò che possedevano riconoscevano avere dal santo imperio, e al suo servigio intendevano di tenerlo. Il dì appresso feciono fare generale mostra di tutta la gente d’arme a cavallo e a piè ch’aveano accolta in Milano, e oltre a ciò feciono armare quanti cittadini ebbono che montare potessono a cavallo, tutti sforzati di coverte e d’altri paramenti e d’avvistate sopravveste, e feciono stare l’imperadore alle finestre sopra la piazza a vedere; e passando con gran tumulto di stromenti, feciono intendere all’eletto ch’erano seimila cavalieri e diecimila pedoni di soldo: e passata la mostra, dissono: signore nostro, questi cavalieri e masnadieri, e le nostre persone, sono al vostro servigio e a’ vostri comandamenti; dicendo che oltre a questi aveano fornite tutte le loro città terre e castella di cavalieri e di masnadieri per la guardia di quelle. E così magnificarono la gran potenza del loro stato nell’imperiale presenza, tenendo il dì e la notte le porte serrate e la gente armata per la città, non senza sospetto e temenza dell’eletto imperadore, il quale vedendosi in tanta noia di sollecita guardia, fu ora che innanzi vorrebbe essere stato altrove con minore onore, e in tutto fu in servaggio l’animo imperiale alla volontà de’ tiranni, e l’aquila sottoposta alla vipera, verificandosi la pronosticazione detta per previsione d’astrologia, negli anni Domini 1351, per messer frate Ugo vescovo di...... grande astrologo al suo tempo, il quale predisse il cadimento del prefetto da Vico, e la soggezione futura dell’aquila imperiale in questi versi:

Aquila flava ruet post parum vipera fortis.

Moenia subintrat Lombardi prima sophiae

Anno quadrato minori decimonono.

Aquila succumbet pro stupri crimine foedo

Nigra revolabit sublimi cardine Romam.