ma egli come savio comportò con chiara e allegra faccia la sua cortese prigione; e con molta liberalità vinse quello che acquistare non avrebbe potuto per forza. Dopo alquanti dì, come a’ signori tiranni piacque, il condussono con la loro gente armata a Moncia, e ivi il dì della santa Epifania, a dì 6 del mese di gennaio di detto anno, fu coronato della seconda corona del ferro, con quella solennità e festa che i signori Visconti li vollono fare; e tornato a Milano sotto continova guardia, fattivi certi cavalieri, ed egli per tornare in libertà sollecitando la sua partita, fu accompagnato di terra in terra dalle masnade armate de’ signori, facendo serrare la città e castella dov’entrava, e il dì e la notte tenerle in continova guardia: ed egli avacciando il suo cammino, non come imperadore, ma come mercatante ch’andasse in fretta alla fiera, si fece conducere fuori del distretto de’ tiranni: e ivi rimaso libero della loro guardia, con quattrocento compagni, i più a ronzini senz’arme, si dirizzò alla città di Pisa per esservi prima che non avea loro promesso, e così li venne fatto.

CAP. XL. Come il conte di Lando venne di Lombardia in Romagna con la gran compagnia.

In questi dì all’entrata di gennaio, il conte di Lando capitano del residuo della gran compagnia, avendo un dì lungamente parlamentato a solo coll’eletto imperadore, con duemilacinquecento barbute se ne venne a Ravenna, e con lui due fratelli della bella contessa, che l’anno del generale perdono andando a Roma capitò in Ravenna, e ritenuta dal tiranno per conducerla o per amore o per forza a consentire alla sua sfrenata libidine, la valente donna vedendo non potere mantenere la sua castità contro alla forza dello scellerato tiranno se non per via di morte, trovò il modo di finire sua vita innanzi che volesse corrompere la sua castità; questi cavalieri credendosi potere vendicare dell’onta della loro sirocchia contro al tiranno, s’accostarono con la compagnia, e furono singolare cagione di menarla in sul Ravennese, ove stette lungamente ardendo, e predando, e guastando il paese; e dopo la detta stanza e guasto dato, essendosi tenuto alle mura della città il conte, gli domandò trentamila fiorini d’oro se volea si partissono di suo terreno, e avendo il tiranno bargagnato, s’era recato il conte a dodicimila fiorini d’oro. Allora disse il tiranno, che gli darebbe i detti danari, se ’l conte il volesse sicurare di non partirsi con la compagnia per spazio d’un anno continovo del contado di Ravenna: e a’ suoi cittadini fece stimare il danno ricevuto delle loro possessioni, tenendoli in speranza di pagare loro la restituzione del danno; onde il conte e la sua compagnia frustrata del loro intendimento si partì di là, e andossene nella Marca. Lasceremo ora de’ fatti della gran compagnia, e torneremo alle cose che per l’avvenimento dell’imperadore occorsono in Toscana.

CAP. XLI. Come i Fiorentini per la venuta dell’imperadore a Pisa si provvidono.

Sentendo i Fiorentini l’avvenimento dell’eletto imperadore a Pisa, non avendo alcuna cosa provveduto dinanzi quando era a Mantova, ove ciò che avessono voluto da lui avrebbono di suo buon grado impetrato, stavano in consiglio se dovessono ubbidire o contradiare: ed essendone la città tutta in vari e indeterminati consigli, presono di fare dodici uficiali ch’andassono per tutto il contado con ordinata balìa, di fare riducere tutta la vittuaglia nelle terre murate e nelle castella forti, e ogni altra cosa di valuta, e diedono voce di volere prendere difesa, e non con accettare l’imperadore, per non sottomettere la franchigia del comune ad alcuna signoria; e quanto che in fatto questa provvigione avesse poco effetto, pure fu utilmente provveduto, per non mostrare viltà o paura, e per dare intendere all’eletto imperadore e al suo consiglio che il comune di Firenze s’apparecchiava alla sua difesa; e nondimeno elessono sei cittadini per mandarli a lui come fosse riposato in Pisa, per trattare accordo con lui, se rimanendo in libertà il potessono trovare. E questo fu ordinato e fatto in Firenze a dì 11 di gennaio del detto anno.

CAP. XLII. Come il legato prese Recanati.

In questo mese di gennaio, il legato del papa avendo la città di Fermo, e seguitando suo processo contro a messer Malatesta da Rimini per le città ch’egli occupava a santa Chiesa, nondimeno come signore avvisato e pratico ne’ fatti della guerra, non stava solo a’ processi nè al suono delle campane, anzi cercava trattati, e co’ suoi cavalieri sollecitava gli avversari di continova guerra: e in questi dì per trattato mise la sua cavalleria in Recanati, e racquistò la città alla Chiesa di Roma; e in quella, perch’era povera d’abitanti, mise gente assai a cavallo e a piè per far guerra a messer Malatesta, e per guardare la città più sicuramente.

CAP. XLIII. Come il capitano di Forlì venne in Firenze.

Quello che al presente ci muove non è per lo fatto della propria persona degno di memoria, ma all’indiscreto movimento de’ rettori di Firenze a quel tempo, non senza ammirazione ci muove a ricordare come nel nostro contado venne messer Luigi marito della reina Giovanna figliuola del re Ruberto, ed egli figliuolo del prenze di Taranto fratello carnale del detto re Ruberto, stati sempre protettori del nostro comune, e il detto prenze capitano e conducitore delle nostre osti, avendo il loro reale sangue e la vita, nelle persone di messer Carlo loro fratello e di messer Piero figliuolo del detto re, sparto nelle nostre guerre, non dimenticata la memoria di cotanti servigi, gli fu vietato non tanto il venire nella nostra città senz’arme e senza compagnia di gente d’arme, ma lo stare nel nostro contado gli fu vietato; e i fratelli carnali e’ cugini tornando di prigione d’Ungheria, e domandando di volere fare loro diritto cammino per la nostra città, e per lo nostro contado a tornare nel Regno, fu loro vietato e contradetto il passo, ove si doveva con singulare festa e onore fargli ricevere e accompagnare: ma tanto fu il podere d’alquanti cittadini che allora governavano il comune, fortificandosi con non giusti nè veri sospetti, che contro al piacere degli altri cittadini ebbono podere di così fare. Il capitano di Forlì antico tiranno, sempre stato nemico di santa Chiesa e del nostro comune, caporale in Romagna di parte ghibellina, scomunicato e dannato da santa Chiesa, volendo andare a Pisa all’imperadore con grande compagnia di gente d’arme, fu nella nostra città ricevuto con disordinato e sobrabbondante onore, e convitato da’ signori e da altri cittadini stette in festa alcuni dì di suo soggiorno: poi volendo essere nella presenza dell’eletto imperadore a Pisa, non gli fu conceduto eziandio entrare in quella città, perch’era in indegnazione di santa Chiesa. Non è l’onore alcuna volta fatto al nemico da biasimare, ma molto pare cosa detestabile in luogo del debito onore a fidatissimi amici imporre sospetto e fare vergogna; alla matta ignoranza del vario reggimento della nostra città fu lecito di così fare a questa volta.

CAP. XLIV. Come l’imperadore Carlo giunse a Pisa.