L’eletto imperadore diliberato delle mani de’ tiranni di Milano, avendo in sua compagnia il fratello naturale patriarca d’Aquilea, giunse alla città di Pisa domenica a dì 18 di gennaio, gli anni Domini 1354 dalla sua incarnazione, in su l’ora della nona. Ed essendo i Pisani provveduti a fargli onore, gli andarono incontro con la processione del loro arcivescovo e di tutto il chericato, e con allegra festa i giovani vestiti a compagnie di nuove assise andavano armeggiando, e i rettori del comune con gli altri più maturi cittadini, e co’ soldati senz’arme gli si feciono incontro fuori della terra facendogli somma riverenza, e così tutto l’altro popolo a piè pieno d’allegrezza gli si fece incontro; e addestrato da’ loro cavalieri con ricco palio sopra capo, gridando il popolo viva l’imperadore, il condussono nella città. L’imperadore, vestito molto onestamente d’uno paonazzo bruno senza alcuno ornamento d’oro, o d’argento o di pietre preziose, andava con molta umilità salutando i grandi e’ piccoli, pigliando gli animi di molti forestieri che l’erano a vedere col suo benigno aspetto e umile portamento, e condotto alla chiesa cattedrale, reverentemente inginocchiato all’altare fece sue orazioni; e rimontato a cavallo, con grande allegrezza e festa fu condotto a’ nobili abituri de’ Gambacorti, ov’era il famoso giardino, e apparecchiato da’ detti Gambacorti le camere e le letta di nobilissimi adornamenti, e apparecchiate le vivande per la cena, e gli ostieri attorno per tutta la sua compagnia, fu con somma letizia consumata la prima giornata, verificandosi l’antico proverbio, che dice: gli stremi dell’allegrezza occupa il pianto, come seguendo appresso in questo processo dell’imperadore si potrà trovare.
CAP. XLV. Come l’imperadore bandì parlamento in Pisa, e quello n’avvenne.
Lunedì vegnente a dì 19 di gennaio, volendo l’imperadore fare ragunare i cittadini a parlamento per ricevere il saramento della loro ubbidienza, mandò il bando da sua parte che tutti si ragunassono al duomo per la detta cagione, ed egli s’apparecchiò d’andare là. Il popolo mosso per lo bando si ragunava al duomo. Erano in questo tempo in Pisa due sette, l’una reggea lo stato del comune, della quale i Gambacorti e Cecco Agliati erano caporali, e costoro erano chiamati Bergolini, l’altra si chiamava la setta de’ Matraversi, e non erano confidenti al reggimento del comune, ed essendo venuto di Lombardia appresso all’eletto imperadore uno Paffetta della casa de’ Conti, il quale era de’ caporali della setta de’ Matraversi, costui con certi altri di quella setta disposti a rimuovere il reggimento della città, il quale l’eletto imperadore aveva a Mantova promesso di conservare e di mantenere, essendo egli già mosso per andare al parlamento, e valicato il ponte alla Spina, cominciato fu con gran romore per li Matraversi a dire, viva l’imperadore e la libertà, e muoia il conservadore. Udendosi nel romore la novità del conservadore, i grandi e’ piccoli cominciarono a sospettare per tema, e altri per mala industria, cominciò il popolo a correre all’arme. L’eletto sentendo questa novità, incontanente diede la volta, e avendo seco Franceschino Gambacorti, il quale era sindaco del comune a fargli il saramento, e con lui i soldati del comune, se ne venne al palagio degli anziani, e di là mandò bandi per la terra, e fece a’ cittadini porre giù l’arme, e racchetare il popolo; e lasciati i soldati del comune alcuna parte armati in segno di guardia, in quel giorno non si fece altra novità, e prolungossi il saramento che fare si dovea all’eletto imperadore.
CAP. XLVI. Come l’imperadore di Costantinopoli racquistò l’imperio.
Del detto mese di gennaio, un’altro giovane Calogianni Paleologo imperadore di Costantinopoli, essendo, come addietro è narrato, dal suo suocero Mega Domestico balio dell’imperio per lui cacciato di quello, ed usurpato a se la signoria del detto imperio, aveva lui lungamente tenuto in esilio nel reame di Salonicco: il quale giovane imperadore avendo tenuto lungo trattato con certi de’ suoi baroni, i quali gli dicevano che procurasse di comparire a Costantinopoli, ed essendovi l’ubbidirebbono, costui povero d’avere e di gente, non trovando altro aiuto, si fece ad amico un gentile uomo di Genova ch’era ricco in quel paese, il quale co’ suoi danari e con l’industria della sua persona segretamente il condusse in Costantinopoli; ed essendo nella città, fu manifestato a’ baroni con cui era in trattato, i quali di presente gli feciono braccio forte, e sommossono il popolo, che il desiderava come loro diritto imperadore; e presa l’arme, combattendo il castello della signoria, Mega Domestico usurpatore dell’imperio, male provveduto di questo caso, come Iddio volle si fuggì di Costantinopoli, e il giovane a cui si dovea l’imperio di ragione rimase imperadore, e il suocero per paura si rendè calogo cioè eremita. E stando in quello stato da non prender guardia di lui, trattava col figliuolo e co’ suoi amici d’abbattere l’imperadore, e scoperto il trattato si fuggì, e cambiato abito, accolse gente, e cominciò a guerreggiare in alcuna parte l’imperio, con lieve aiuto di sbanditi e di ribelli. L’imperadore per rimunerare il servigio ricevuto dal Genovese, ch’aveva nome messer ... li diede l’isola di Metelino, e la sirocchia per moglie, ed ebbelo continovo al suo consiglio.
CAP. XLVII. Come i Matraversi di Pisa feciono muovere l’imperadore.
Tornando alla materia de’ Pisani, il martedì a dì 20 di gennaio del detto anno si ragunarono in Pisa col Paffetta assai della setta de’ Matraversi, e con loro gran parte d’un’altra nuova setta che si diceano i Malcontenti, e in compagnia s’appresentarono dinanzi all’eletto imperadore, e con grande istanza il richiesono e pregarono, che per bene e contentamento del comune dovesse prendere a se il saramento de’ loro soldati, che i cittadini erano malcontenti che i suoi soldati fossono all’ubbidienza di due privati cittadini, ciò era Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati: e Cecco Agliati per alcuna invidia presa, vedendo che a’ bisogni i soldati andavano più a Franceschino che a lui, sentendo questo movimento andò all’imperadore, e disse, che dicevano bene, e che per se era contento che così si facesse. L’eletto imperadore vedendo che il movimento di costoro s’accostava alla sua volontà, quanto che ciò fosse contro a’ patti promessi, sott’ombra di volere racquetare la contenzione del comune, e levare materia agli scandali già mossi, andò al palagio degli anziani, e ivi fatti ragunare i soldati del comune a cavallo e a piè, prese il saramento da loro, e cominciò a venir meno allo stato che reggeva della sua promessa, e a dare baldanza a’ suoi avversari; ma per non dimostrare che così tosto avesse loro rotti i patti, argomentò, e fecene capitani Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati alla sua volontà. La cosa era già condotta in termini che dire non s’osava contro a cosa che facesse, nè ricordare i patti promessi, ma catuno dimostrava essere contento a ciò che facesse per accattare la sua benivolenza.
CAP. XLVIII. Come procedettono i fatti in Pisa.
Avvedendosi i Gambacorti e i loro seguaci che l’eletto assentiva di grado le novità che moveano i loro avversari, e non vi volea mettere riparo, conobbono che il loro stato si veniva abbattendo, e non vi poteano riparare con alcuno salutevole consiglio. E però vedendosi a mal partito, strignendosi insieme, per lo meno reo presono di volere essere motori, innanzi che fatto venisse alla setta contraria a loro di dare la libera signoria del comune all’imperadore, pensando che per i patti egli era loro obbligato, e per questa libertà sarebbe più: e così deliberati furono all’eletto, e con belle e riverenti parole dissono, ch’aveano provveduto, per levare gli scandali della città di Pisa e del suo contado e distretto, darli la signoria; l’imperadore che per via indiretta cercava questo, si mostrò molto contento, e di presente prese la signoria, e levò le guardie dalle porte che v’avevano i Pisani e mise vi la sua gente, e il dì e la notte faceva guardare la terra alla sua cavalleria tanto che vi fosse più forte, e l’entrate del comune recò a sua stribuizione, e mandò bando da sua parte, che chi si sentisse offeso del tempo passato, o per l’avvenire, andasse per giustizia a lui e alla sua corte, dicendo, che intendea che l’agnello pascesse allato al lupo senza lesione o paura. Tutto questo processo per la fretta delle sette e per la volontà dell’imperadore, sotto ombra di volere conservare il comune in pacifico stato, fu aoperato di fatto, senza deliberazione di comune consentimento.