Il comune di Firenze avendo lungamente praticato con quello di Siena e di Perugia per la comune libertà del reggimento delle dette città, e trovato che i Perugini si poteano diliberare dalla suggezione dell’imperio, sotto titolo d’essere uomini di santa Chiesa, nondimeno di loro consiglio s’unirono insieme co’ Sanesi a dovere seguitare uno sì e uno nò nel cospetto dell’imperadore a mantenere loro stato e la franchigia de’ loro comuni; e avendo presa questa concordia, i Fiorentini ch’aveano eletti sei cittadini d’autorità a questo servigio, gl’informarono della volontà del loro comune, dicendo, che i Sanesi seguirebbono quello medesimo, secondo la promessa ch’aveano dall’ordine de’ nove, che governava e reggeva quello comune; ed avendo i capitoli scritti della loro commissione, a dì 22 di gennaio si partirono di Firenze vestiti d’un’assisa tutti di doppi vestimenti, l’uno di fine scarlatto, l’altro di fine mescolato di borsella, con ricchi adornamenti, e con otto famigli a cavallo per uno tutti vestiti d’un’assisa, e nel cammino attesono più giorni gli ambasciadori perugini e’ sanesi per comparire tutti insieme nella presenza dell’imperadore, come ordinato era, sperando dovere impetrare ogni loro domanda con la benevolenza del signore, ove i Sanesi tenessono la fede promessa a’ Fiorentini e a’ Perugini, la qual cosa venne mancata per la corrotta intenzione de’ Sanesi, come poco appresso racconteremo.

CAP. L. Di novità stata in Montepulciano.

Mercoledì notte a dì 21 di gennaio, messer Niccolò de’ Cavalieri uscito di Montepulciano, avendo trattato co’ suoi amici ch’erano nel castello, accolti dugento cavalieri e cinquecento fanti, essendogli aperta una porta, entrò nel castello; i Sanesi ch’aveano la rocca e la guardia di Montepulciano, sentendo messer Niccolò e la sua gente entrati dentro, francamente con certi terrazzani che non erano nel trattato abbarrarono la terra, e intendevano alla difesa, ma poco sarebbe loro valuto, se non che per caso avvenne, che per altra cagione in Montefollonico ivi vicino erano venute masnade di Sanesi, i quali sentendo lo stormo di Montepulciano di presente furono là al soccorso de’ loro; e aiutato sostenere la battaglia e difendere la terra infino al vespero, vedendo messer Niccolò e i terrazzani ch’erano con lui che non poteano rompere gli avversari, e che il giorno declinava verso la notte, temette che nel soprastare maggior gente de’ Sanesi non li sorprendesse, presono partito d’ardere la terra, e andarsene: e mettendo prima catuno fuoco nella sua casa, e appresso nell’altre, e affocato ogni cosa, abbandonarono la terra: e intrigati que’ d’entro a riparare al fuoco non li poterono seguire, e però si ricolsono a salvamento; e per l’abbondanza del fuoco messo in molte parti, senza potersi riparare arse dalla rocca del sasso in giù tutta quanta, con gran danno de’ terrazzani.

CAP. LI. Come le sette di Pisa si pacificarono insieme.

A’ 23 di gennaio 1354, avendo l’imperadore recato a se la guardia e la libera signoria di Pisa, e messi i Tedeschi in luogo de’ cittadini alla guardia, e già cominciando a prendere per loro, e volere per loro alberghi le case de’ buoni cittadini di Pisa e le loro masserizie, per paura di peggio catuna setta si ragunò a casa degli anziani: e vedendosi insieme, catuno dicea, che per le loro discordie e disordinati movimenti l’imperadore avea presa la guardia e la signoria di Pisa contro a’ patti, e senza la deliberazione del comune, e dimostrarono in quello consiglio quanto male poteva seguire alla patria per le loro discordie; e ivi gli animi avvelenati da catuna parte cominciarono a dissimulare, e mostrare di volere tra loro concordia, e gli anziani in quello stante elessono dodici cittadini di catuna parte, i quali ragunati insieme, senza contasto terminarono che ogni dissensione tornasse a unità e concordia. E avuto consiglio con molti cittadini, feciono fare pace a coloro ch’aveano briga insieme, e quelli che discordavano per cagione di sette si mostrarono a quella volta d’uno volere, e di concordia elessono ventiquattro, dodici di catuna parte, che riformassono la terra degli ufici e’ reggimenti a volontà dell’imperadore; e così ferma la concordia fra loro andarono insieme all’imperadore, il quale avea già cassi i soldati borgognoni e italiani del comune di Pisa, e in loro luoghi condotti de’ suoi tedeschi, e fattili giurare a se. Venuti i Pisani nella presenza dell’imperadore, con belle e savie parole li feciono intendere la loro pace e la loro concordia. L’imperadore, nonostante quello ch’avea inteso da’ dicitori, fece domandare il popolo se così era di loro volere, e tutti gridando risposono di sì; allora l’imperadore scusò se, dicendo, che quello ch’avea fatto non era stato di suo movimento nè per sua volontà, ma le discordie e i romori mossi e fatti nel suo cospetto l’aveano fatto temere del suo onore e del pericolo della città, e però avea presa la guardia; ora molto allegro della loro pace e concordia restituiva la guardia della città al comune e gli ufici a’ cittadini; e di presente colla sua autorità confermò i ventiquattro eletti a riformare la terra, pregando e comandando loro che facessono buona e comune elezione agli ufici de’ loro cittadini, sicchè alcuno non si potesse con ragione rammaricare: ma le chiavi delle porte della città non volle però rendere agli anziani. E chi bene riguarderà questo processo, troverà per astuto ingegno abbattuto lo stato di coloro che reggevano, e forse darà fede a una fama che corse, che tutto ciò ch’è avvenuto fosse ordinato con l’imperadore per lo Paffetta capo de’ Matraversi fino in Lombardia.

CAP. LII. Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di Fermo.

Tornando nella fontana de’ tradimenti nella Romagna e nella Marca, ci occorre Gentile da Mogliano, il quale per dare più certa fede de’ suoi futuri tradimenti, s’era comunicato col cardinale all’altare del corpo di Cristo quando rendè la città di Fermo a santa Chiesa, e fu fatto gonfaloniere per lo detto legato contra i nemici di santa Chiesa di Roma, e capitano della gente della Chiesa contro a messer Malatesta da Rimini ch’era suo nemico capitale, e mandò il legato, com’era in convegna con Gentile, gente d’arme a cavallo e a piè per ricevere la tenuta della rocca e fornirla, e mandò per loro contanti fiorini d’oro ottomila per dare a Gentile, come gli avea promessi quando consegnasse la rocca. In questi medesimi dì, innanzi che le cose avessono il suo effetto, messer Malatesta s’avvisò non potere resistere contro al legato avendo seco Gentile da Mogliano e la città di Fermo; e ’l capitano di Forlì, quanto che fosse nemico di messer Malatesta, s’accorse, che acquistando la Chiesa sopra messer Malatesta, la piena verrebbe poi sopra lui, e però incontanente fece sapere a messer Malatesta, che volea dimenticare l’ingiurie ricevute, ed essere suo amico, e senza attendere risposta, con molta confidanza se n’andò a lui, il quale veggendo la liberalità del capitano il ricevette amichevolemente; e ragionando insieme, conobbono il pericolo del loro stato, e che rimedio non avea se non della loro concordia e di Gentile da Mugliano: e presa fede da messer Malatesta che farebbe pace con Gentile, e che gli renderebbe il porto di Fermo, di presente mandò messer Lodovico suo figliuolo cognato di Gentile a ordinare che tradisse il legato e santa Chiesa: e perocchè la natura di que’ tiranni è molto conforme a’ tradimenti, con poca fatica recò Gentile al fatto; e udita la promessa di messer Malatesta, e vedendosi acconcio a potere tradire, tutto l’onore ricevuto dal legato, e la speranza di quelli che gli si apparecchiavano, e ’l saramento prestato nella comunione a santa Chiesa mise per niente, e fu tanto sfacciato, ch’essendo già venute in Fermo le some de’ soldati del legato con parte della gente, fece cercare se i danari vi fossono che il legato mandava per la rocca, e per avventura erano ancora fuori della terra; e temendo de’ cittadini, che volentieri erano usciti della sua tirannia, mostrando di volere fare ciò ch’avea promesso, occultamente racchiuse nella rocca messer Lodovico con dugento cavalieri, e del mese di gennaio, essendo molti cittadini fuori della terra a una certa festa, scesono improvviso della rocca nella città gridando, viva Gentile da Mogliano, e muoia la parte della Chiesa, e corsono a serrare le porti, e i soldati che dentro v’erano per la Chiesa mandarono fuori. La gente del legato uscita di Fermo, e l’altra ch’era fuori, temendo per lo subito e non pensato tradimento, si ricolsono a Recanati: e fornito Gentile il suo tradimento, e fatto pace con messer Malatesta, e riavuto il porto di Fermo, tutti e tre i tiranni ribelli a santa Chiesa si collegarono insieme contro al legato, ma egli con grande animo per questo non si smagò, ma prese cuore d’abbatterli, come infine fatto gli venne.

CAP. LIII. Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi furono ricevuti dall’imperadore.

A dì 29 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze, in compagnia con gli ambasciadori di Siena, entrarono in Pisa, e andarono a fare la riverenza all’imperadore, e con loro furono ancora gli ambasciadori del comune d’Arezzo: (quelli del comune di Perugia, perocchè si voleano appresentare come uomini di santa Chiesa, non vollono andare con loro): e come giunsono all’imperadore, trovarono accolti con lui tutti i suoi baroni, ed entrando gli ambasciadori de detti comuni, i baroni avvallarono i cappucci, e l’imperadore e’ suoi li ricevettono con molta festa e allegrezza: e volendo baciare i piedi all’imperadore, nol sofferse: e ricevuta la riverenza da tutti, con singolare dimostramento d’amore prese per mano degli ambasciadori di Firenze, e feceseli tutti sedere allato, e tale fu ch’egli abbracciò e baciò in bocca per mostrare che contro a lui non avesse preso sdegno, sapendo ch’altra volta tornato a Firenze dalla Magna avea sparlato contro a lui; e festeggiando con tutti allegramente, domandarono giornata per sporre la loro ambasciata, e fu data loro per lo seguente giorno.

CAP. LIV. Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede contro a’ Fiorentini.