L’altro dì vegnente, a dì 30 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze vestiti di scarlatto foderato di vaio con adorni paramenti, con gli ambasciadori de’ Sanesi insieme, ch’erano de’ maggiori cittadini di quella città, s’appresentarono alla presenza dell’imperadore e del suo consiglio: e avendo voluto i Fiorentini che con loro insieme fossono gli ambasciadori d’Arezzo, i Sanesi ch’avevano la mente corrotta contro a’ Fiorentini nol vollono acconsentire, perchè i Fiorentini a quel parlamento non avessono chi li seguisse. E cominciando gli ambasciadori fiorentini a sporre l’ambasciata com’era loro imposto, per dimostrare più franchezza del loro comune, usarono parole di debita reverenza alla maestà imperiale, dicendo santa corona, e poi conseguendo serenissimo principe, senza ricordarlo imperadore, o dimostrargli alcuna riverenza di suggezione, domandando che il comune di Firenze volea, essendogli ubbidiente, le cotali e cotali franchigie per mantenere il suo popolo nell’usata libertà, e avendo tutto detto come fu loro commesso, conchiusono la loro reverenza con poco onore della maestà imperiale, della qual cosa seguitò poco onore a’ rettori di Firenze da cui mosse quello consiglio. Di questo nacque tra i baroni e’ consiglieri dell’imperadore, e massimamente tra coloro che per animo di parte erano contradi al comune di Firenze, sdegno e baldanza di parlare contro al nostro comune, e se l’imperadore, e il patriarca, e il vececancelliere non avessono avuta più temperanza che gli altri del consiglio, i fatti con la consequenza de’ Sanesi, che in quello consiglio ingannarono il comune di Firenze, andavano a rovescio con molto sdegno da catuna parte, ma il savio signore con temperanza conobbe quanto pericolo al suo stato portava a non rimanere in concordia col comune di Firenze, e però sostenne, magnificando quel comune, e mostrando verso quello volere fare quanto onestamente potesse fare, non guardando troppo all’onore imperiale: e ordinò di tornare con più diligenza altra volta a trattare co’ detti ambasciadori, e il suo consiglio ripremette d’ogni oltraggioso parlamento quivi fatto. Dopo questo, gli ambasciadori sanesi, ch’aveano altro in cuore che non aveano promesso a’ Fiorentini, lieti della poca riverenza fatta all’imperadore per gli ambasciadori fiorentini, parendo loro venuto il tempo che i loro rettori con coperta malavoglienza lungamente aveano aspettato, credendosi col loro tradimento abbattere e disfare il comune di Firenze, partendosi da quello che in fede aveano promesso al nostro comune, cominciarono a sporre innanzi all’imperadore, e al suo consiglio, e agli ambasciadori del comune di Firenze la loro ambasciata, magnificando con ornato sermone la serenità della maestà imperiale, chiamandolo loro signore, e senza alcuno patto offersono quello comune liberamente alla sua signoria, con le più magnifiche lode che pronunziare si possono, e con le più libere offerte, pensando di questo rimanere esaltati e grandi, e aver messo in fondo il comune di Firenze. Onde l’imperadore graziosamente e con lieto volto ricevette e accettò l’offerte di quello comune, e gli ambasciadori commendò molto del loro onorevole parlare, in onesta riprensione di coloro che con meno reverenza aveano parlato all’imperiale maestà. Ma perocchè l’intenzione dell’ordine de’ nove di Siena infino a quello punto era stata occulta a molti grandi cittadini di Siena e al comune di Firenze, cominciata a palesare ne’ fatti, ebbe ravvolgimenti, e seguironne cose assai notevoli, come al suo tempo innanzi racconteremo: ricordando qui, che come a Dio piacque, l’ordine de’ nove, che questo tradimento ordinarono, ne fu abbattuto e disfatto, e il comune di Firenze n’è esaltato in maggiore e migliore stato.
CAP. LV. De’ falli commessi per lo comune di Firenze, e degl’inganni ricevuti da’ suoi vicini.
Avvegnachè quello che seguita non sia cosa notevole, concedesi al nostro trattato per ammaestramento delle cose a venire. I rettori del comune di Firenze sentendo passato in Italia l’imperadore e coronato a Moncia, per loro non si fe’ alcuna provvisione in utilità o beneficio del nostro comune; stando egli lungamente a Mantova nel lieve stato che v’era, se il nostro comune v’avesse mandato a dargli conforto, ciò che avessono voluto avrebbono di grazia impetrato da lui, ove poi con pericolo e con gran costo s’accordarono con lui, come seguendo si potrà trovare. E ancora lasciarono per matta ignoranza a provvedere d’arrecare alla loro volontà e disposizione tutte le città e castella e terre vicine, le quali lievemente con alquanta provvedenza arebbono recato a dire e a fare quello che il comune di Firenze avesse voluto, ove in sul fatto catuna terra e castello senza richiesta del comune di Firenze prese suo vantaggio, non senza pericolo del nostro comune; la diligenza e la sollecitudine de’ nostri rettori fu abbandonata al corso della fortuna, come per antico vizio degli uomini del nostro comune è consueto, perocchè non è chi si curi di patrocinare lo stato e la provvedenza del nostro comune: e i rettori, c’hanno poco a fare all’uficio, intendono più alle loro private cose che a’ beneficii del comune, e però più lo conduce fortuna che provvedimento, ma molto l’aiuta Iddio, e gli ordini dati alla grande massa del comune per i nostri antichi maggiori. E in questo tempo per questa cagione avvenne, che i Sanesi non si curarono di rompere in sul fatto la fede a’ Fiorentini: e i Volterrani, sentendo l’offerte fatte pe’ Sanesi, anch’eglino si diedono liberamente all’imperadore contro al volere de’ Fiorentini; e i Pistoiesi contro al volere de’ Fiorentini, e senza con loro conferirne vi mandarono ambasciadori per darlisi: ma sentendo che il comune di Firenze si turbava contro a loro, si rattennono della libera profferta, e soprastettono più per paura che per amore: e’ Samminiatesi cominciarono segretamente, coprendosi a’ Fiorentini, di darsi liberamente all’imperadore, e trovando tra loro concordia, prima l’ebbono fatto ch’e’ Fiorentini vi potessono riparare; e se non fosse che i rettori d’Arezzo temeano forte de’ Tarlati loro usciti e de’ ghibellini d’entro, avendosi veduti a stanza de’ Sanesi abbandonare da’ Fiorentini nella presenza dell’imperadore, si sarebbono dati come gli altri, non curandosi del Comune di Firenze, ma per loro medesimi sostennono la libertà di quello comune, essendo forte impugnati da’ Tarlati Pazzi e Ubertini loro ribelli ch’erano con l’imperadore. E avvedutisi gli ambasciadori fiorentini dell’inganno de’ Sanesi, e di quello ch’aveano fatto i Samminiatesi e’ Volterrani, cominciarono a parlare per gli Aretini e per i Pistoiesi; l’imperadore per sua industria non li sostenne, ma disse la parola del Vangelo: aetatem habent ipsi, de se loquantur, e non lasciò dar loro audacia o favore; e così per difetto di mala provvedenza, i Fiorentini de’ loro propri fatti, e di quelli che s’appartengono alla guardia de’ loro vicini, furono più e più giorni a pericoloso partito, e in grande ripitio degli altri cittadini.
CAP. LVI. Di molti Alamanni venuti alla coronazione dell’imperadore.
Stando l’imperadore a Pisa ne’ trattati colle città e comuni di Toscana, come detto è, innanzi che i sindachi fossono venuti a fermare le suggezioni, la novella della sua coronazione da Moncia, e dell’avvenimento da Pisa, era sparta in Alamagna e nel suo reame di Boemia, e come le città d’Italia erano senza guerra acconce alla sua ubbidienza: e per questo l’imperatrice si mosse con mille cavalieri di buona gente d’arme e molti baroni a sua compagnia per venire a Pisa, e per simile modo molti prelati e grandi signori della Magna di diverse provincie si mossono, catuno con grande compagnia, per venire in Italia per essere alla sua coronazione a Roma, e in breve tempo giunsono a Pisa l’imperatrice e più di quattromila cavalieri della più bella e ricca baronia del mondo, bene montati, e con nobili paramenti, e molti arnesi, ma con lieve armadura, e molti ne vennono per la nostra città, albergandone seicento e settecento per notte, ove con cortese e buona guardia onorevolmente furono veduti e albergati. L’imperatrice volea di grazia venire per Firenze, ma perocchè ancora per lo nostro comune non era presa fermezza d’accordo con l’imperadore, temendo che l’ignorante e indiscreto popolo minuto non movesse parole villane contro a’ forestieri essendo l’imperadrice nella città, o contro i rettori del nostro comune, per lo meno reo e più sicuro fu diliberato e preso, che con grande compagnia o piccola ella non venisse nella città di Firenze.
CAP. LVII. Di novità della Marca per Recanati.
Messer Malatesta da Rimini, e il capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, collegati insieme contro al legato, sentendo che i signori di Milano aveano tregua con gli allegati Lombardi, e catuno stava sospeso per cagione dell’imperadore, aveano cassi cento bandiere di soldati, e perchè non tornassono loro addosso per via di compagnie non li lasciavano partire del loro distretto se non per la via della Magna: e per questo li ritennono a manicare sopra la pelle più d’un mese, e molti se ne tornarono nella Magna, perocch’erano tutti Tedeschi, e quando gli ebbono assottigliati, concedettono al resto la via per la Lombardia, i quali senza arresto improvviso giunsono in Romagna: e arrestati quivi senza far danno da millecinquecento barbute, i tiranni sopraddetti romagnuoli s’accolsono con loro, e fatto loro alcuno aiuto di loro danari, e promesse d’una buona terra dove potrebbono vernare ad agio, li condussono a Recanati, pensando per forza poterla vincere e racquistare. Il legato ammaestrato de’ fatti della guerra e de’ baratti de’ suoi avversari, avendo per suo capitano di guerra messer Ridolfo da Camerino, pro’ e valente cavaliere, avea fatta guernire di gente d’arme da cavallo e da piè la città di Recanati: sicchè sopravvenendo i tiranni con quella cavalleria, e sforzandosi di combatterla, la trovarono sì guernita alla difesa, che ne perderono tosto ogni speranza: e non potendovi soprastare, con vergogna se ne partirono tornandosi addietro.
CAP. LVIII. Come la gran compagnia del conte di Lando entrò nel Regno.
Essendo per l’avvenimento dell’imperadore in triegua i fatti di Lombardia, la gran compagnia del conte di Lando era tornata nella Marca: e ricordandosi che l’anno dinanzi il re Luigi non avea mandato loro quarantamila fiorini d’oro ch’egli avea promessi, e sentendo che il duca di Durazzo e il conte Paladino erano in rubellione della corona, ed erano contenti che la compagnia entrasse nel Regno, nondimeno il conte di Lando, perchè il re non si provvedesse contro a loro, tenea trattato d’accordarsi al soldo della Chiesa: ma non gli era bisogno, che ’l traccurato re era stato assai dinanzi avvisato dall’imperadore e da più altri che si provvedesse, che di certo la grande compagnia dovea entrare nel Regno, e la provvigione che di ciò fatta era, era di stare continovo in danzare e in festa colle donne: e però la detta compagnia facendo la via della marina d’Abruzzi, senza trovare contasto o riparo entrò nel Regno: e nella prima entrata presono Pescara, e Villafranca, e san Fabiano, e trovandoli pieni di vittuaglia e d’arnesi si dimorarono in essi fino al marzo, recando in preda ciò che venne loro alle mani, scorrendo le contrade d’intorno. E d’altra parte il conte Paladino, con trecento cavalieri e molti masnadieri, in questo medesimo tempo correva predando le terre di Puglia, facendo noia e danno assai a’ paesani; e avvegnachè messer Luigi di Durazzo non si scoprisse in questi fatti, tutto si riputava che fosse di suo consentimento e volontà. Il re facea fortificare le terre alla difesa contro alla compagnia, e confortavali che si guardassono bene per non cadere nelle mani de’ predoni: altro aiuto non dava loro, che non n’era provveduto nè fornito di poterlo fare.