Essendo stato l’imperadore in Pisa, e lasciato fare a’ cittadini le novità che narrate avemo, stimando che quelle divisioni fossono favorevoli alla sua signoria, e in iscusa a’ patti rotti, intra’ quali era la suggezione di Lucca, già immaginandone alcuna cosa a sua utilità, volle andare a vedere la città, e a dì 13 di febbraio anno detto si mosse con piccola compagnia di gente d’arme, e stettevi quel dì e l’altro, e prendendo la riverenza da’ cittadini, il pregavano della loro libertà. Il savio e avveduto imperadore, volendo compiacere a’ Pisani e mostrare di volere mantenere i patti, quanto che altro avesse nell’animo, disse, com’e’ sapeva che i cittadini di Lucca erano stati per lungo tempo ribelli all’imperio, e però li reputava degni di quello ch’avevano ricevuto: e confortandoli disse, che comportassono con pazienza quello che sosteneano per penitenza del peccato commesso, tanto che meritassono la liberazione: e nell’agosto lasciò que’ medesimi cittadini che i Pisani v’aveano deputati alla guardia, e non rimosse uficiali nell’ordine di quel reggimento in alcuna parte, e l’altro dì se ne tornò a Pisa.

CAP. LX. Come al Galluzzo nacque un fanciullo mostruoso.

In questo mese di febbraio nacque presso a Firenze in un luogo che si chiama il Galluzzo, a uno barbiere, un fanciullo mostruoso e diminuto, che ’l viso era come di vitello con gli occhi bovini, e dove doveano essere i bracci, dagli omeri delle spalle uscivano due branche quasi come d’una botta, da ogni parte la sua, e avea il corpo e la natura umana senza coscie: ma dove le coscie dall’imbusto doveano discendere, uscivano due branche da catuno lato una, ravvolte che non aveano comparazione: e’ vivette parecchie ore, e appresso morì, lasciando ammirazione di se. Ma di questo e degli altri corpi umani nati mostruosi nella nostra città non potemmo comprendere che fosse vestigio o pronosticatori d’alcuni accidenti, come credeano gli antichi, ma gli sconci e disonesti peccati spesso sono cagione di mostruosi nascimenti, e alcuna volta l’empito delle costellazioni.

CAP. LXI. De’ fatti di Siena con l’imperadore.

Era per lunghi tempi governato il reggimento della città di Siena per l’ordine de’ nove, il quale era ristretto in meno di novanta cittadini sotto certo industrioso inganno: perocchè quando il tempo veniva di fare i loro generali squittini, acciocchè ogni degno cittadino popolare entrasse nell’ordine de’ nove, coloro ch’aveano già usurpati gli ufici si ragunavano segretamente in una chiesa, e ivi disponevano d’alcuni cui voleano che rimanessono nell’ordine, fermandoli tra loro per saramento, e prometteano tutti dare a’ detti le loro boci co’ lupini neri, e tutti gli altri ch’andavano allo squittino, ch’erano molti buoni e degni cittadini, li riprovavano co’ lupini bianchi, sicchè l’ordine non crescea più che volessono, nè alcuno v’entrava che tra loro prima non fosse deliberato: per la qual cosa erano in odio a tutti gli altri popolani, e a gran parte de’ nobili con cui non s’intendeano. Eranvi certi che manteneano questa setta, e guidavano il comune com’e’ voleano; costoro furono quelli che con loro tradimento credettono abbattere il comune di Firenze, e disfare sua franchigia e reggimento con la forza dell’imperadore, ed esaltare loro, sottomettendo la libertà del loro comune alla libera signoria dell’imperio, come poco addietro abbiamo narrato: avvenne, che manifestata in Siena l’intenzione de’ loro rettori, strana all’intenzione de’ Fiorentini e della maggior parte de’ loro cittadini grandi e popolani, essendo mandato per gli ambasciadori al comune di Siena che facessono il sindaco a fare la sommissione, la cosa cominciò a intorbidare gli animi de’ cittadini, e a impedirsi il sindacato con grandi ripitii de’ loro rettori e dell’ordine de’ nove che questo aveano fatto, e fu la città in grave sospetto di ravvolgimento e di romore, e tutte le case de’ grandi feciono ragunata di gente d’arme. L’imperadore in Pisa volea che gli ambasciadori sanesi facessono la sommessione ch’aveano promessa di fare, e per questa cagione avea fatto bandire il parlamento. Allora uno degli ambasciadori ch’era della casa de’ Tolomei disse a’ compagni, che non intendea senza nuovo sindacato palese a’ suoi cittadini fare quella sommessione: e per questo traendosene catuno addietro, la cosa soprastette, e rimandarono a Siena: di che l’imperadore ebbe malinconia e gran sospetto, e tutti i dì di questo aspetto stette rinchiuso senza dare alcuna udienza o mostrarsi ad alcuno. I grandi cittadini di Siena conoscendo il gran pericolo che occorrere poteva al loro comune ribellandosi della promessa fatta all’imperadore, e avendo fatto conoscere all’ordine de’ nove e al popolo, che senza loro volontà non aveano podere di darsi all’imperadore, a dì 26 di febbraio ragunato il parlamento, per volere piacere non meno al minuto popolo, ch’era imperiale, che all’ordine e alla setta de’ nove, feciono fare il sindacato pieno a darsi liberamente all’imperadore. Avvenne per questo, che l’imperadore conobbe e seppe che le case de’ grandi di Siena ebbono la signoria di fare della città a loro senno, e da loro principalmente conobbe la soggezione di quella; e venuto il nuovo sindacato agli ambasciadori detti, domenica, a dì primo di marzo del detto anno, raunato il parlamento, i detti ambasciadori con pieno sindacato del loro comune, feciono al detto eletto imperadore per se e pe’ suoi successori ricevere libera suggezione del misto e mero dominio di quella città e contado, e de’ loro uomini alla signoria dell’imperio, non riserbandosi alcuna franchigia dell’antica libertà di quello comune: e di questo li feciono fare reverenza, e prestarono il saramento, ed egli l’accettò e ricevette per se e pe’ suoi successori in futuro in presenza di tutto il parlamento, con grande allegrezza e festa del popolo pisano ch’era presente; e accecati dalla coperta invidia che portavano al comune di Firenze, avvisandosi per questo abbattere la libertà de’ Fiorentini, mattamente sommisono la loro.

CAP. LXII. Di più imbasciate ghibelline state in presenza dell’imperadore.

Non ci parve da lasciare in silenzio quello che al presente seguita. Messer Piero Sacconi, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e Neri da Faggiuola, co’ loro consorti e co’ Pazzi di Valdarno, feciono loro sforzo accattando sopra loro possessioni, e vendendone, per mettersi a comperare belli cavalli, e armi orrevoli, e robe e ricchi paramenti, per comparire magnifici nella presenza e servigio dell’imperadore, credendosi essere esaltati da lui sopra gli altri Toscani: ed essendo gli ambasciadori d’Arezzo per trovare accordo con l’imperadore, i loro caporali nominati s’appresentarono nell’udienza imperiale, e in quella addomandarono baldanzosamente d’essere rimessi nella loro città d’Arezzo, e che a loro fossono rendute le terre e le possessioni. Gli ambasciadori francamente li ripugnavano. L’imperadore, ch’avea l’animo a’ fatti suoi e non a quelli della parte ghibellina, li si levò dinanzi, dando loro uditori ch’avessono a riferire a lui: e nella presenza degli uditori messer Piero montò in tanta arroganza, che con aspre minacce e villanie domandava di volere essere restituito nella capitaneria d’Arezzo e del contado. Gli ambasciadori savi e coraggiosi rimproveravano la sua abbominevole tirannia, e il proprio acquisto fatto per violente rapina, e per manifesta ruberia fatta a’ meno possenti sotto il titolo del capitanato, conchiudendo, ch’egli era degno di ricevere dall’imperio gravi pene, avendo convertita la capitaneria di quella città in incomportabile tirannia: e che quella città che gli era accomandata per la santa memoria dell’imperadore Arrigo, egli per malizia e per somma avarizia l’avea sottoposta e venduta a’ Fiorentini per quarantamila fiorini d’oro, in vergogna e detrimento del santo imperio: e grande vergogna gli era ora con sfrenata baldanza avere fatto manifesto all’imperiale maestà cotanti suoi difetti. Ancora il detto messer Piero avea nella presenza degli uditori e degli ambasciadori infamato Neri da Faggiuola, ch’avea per amistà de’ Perugini fatta la terra del Borgo, ch’era per lui acquistata a’ ghibellini, venire in parte guelfa; per Neri gli fu altamente risposto, mostrando come tutto era avvenuto per la sua malizia, e per le sue violenze quando v’avea stato: e anche avvenne che il vescovo d’Arezzo si lamentò di messer Piero di gravi ingiurie; e così l’uno disse improvviso contro all’altro per modo, che tutti impetrarono grazia nel cospetto dell’imperadore e del suo consiglio di gravi abbominazioni, senza altro acquisto di frutto; e d’allora innanzi gli ambasciadori del comune d’Arezzo ebbono graziosa udienza dall’imperadore per l’accordo di quello comune.

CAP. LXIII. Come i Volterrani si diedero all’imperadore.

Avvegnachè innanzi sia fatta alcuna narrazione della sommissione di Volterra e di Samminiato, qui si torna al termine del fatto. I Volterrani sapendo che i Sanesi senza patto erano sottomessi all’imperadore, avendo poco amore e meno confidanza al comune di Firenze, perocchè si reggevano sotto la tirannia de’ figliuoli di messer Ottaviano de’ Belforti, i quali quanto che fossono guelfi di nazione, per la tirannia dichinavano ad animo ghibellino come mettesse loro bene, e non amavano il comune di Firenze nè i Fiorentini per la tirannia, ch’era contradia alla libertà del nostro comune, e però senza volere seguire il consiglio de’ Fiorentini di domandare patti, feciono sindachi i loro ambasciadori con pieno mandato e mandarli a Pisa, i quali in pubblico parlamento, a dì 4 di marzo del detto anno, si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperatore e de’ suoi successori, e feciono l’omaggio e la reverenza per lo detto comune, e il saramento come i Sanesi aveano fatto.

CAP. LXIV. Come i Samminiatesi si diedero all’imperadore.