I Samminiatesi, che soleano essere più all’ubbidienza del comune di Firenze che i Volterrani, avendo vedute le sopraddette città di parte guelfa già sottomesse all’imperio, e che il comune di Firenze trattava per se d’accordarsi con lui, essendo tra loro divisi per setta per la maggioranza delle due famiglie Malpigli e Mangiadori, temendo l’una parte che l’altra non pigliasse vantaggio, s’accostarono insieme dopo l’aspetto di più giorni: e celandosi da’ Fiorentini perchè non movessono alcuna delle dette case, e veduto loro tempo convenevole, di concordia feciono loro ambasciadori con pieno mandato e sindacato del comune a darsi liberamente all’imperadore; e mandatili a Pisa, a dì 8 di marzo in parlamento si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperadore; e fatto il saramento, e volendo fare l’omaggio e baciare i piedi all’imperadore, li levò di terra, e ricevetteli ad osculum pacis, cosa che non avea fatta a’ sindachi di niuna altra città: la cagione si stimò che fosse per l’affezione che l’imperio per antico avea a quello castello, ove solea essere la residenza degl’imperadori e de’ loro vicari, perchè è uno mezzo tra le grandi e buone città di Toscana. Questo fu prima fatto che il comune di Firenze ne sentisse alcuna cosa, e quando il seppono, più gravò nell’animo de’ cittadini di Firenze che la sommissione di Siena e di Volterra, per la vicinanza che ’l detto castello ha con la nostra città e con l’altre di Toscana: ma gran cagione ne fu la poca provvedenza già detta de’ rettori del nostro comune.
CAP. LXV. Di disusato tempo stato nel verno.
Non ci pare da lasciare in silenzio quello che fu singolare alla memoria de’ più antichi, la cagione si credette che venisse da influenza di costellazioni: il fatto fu, che dal novembre al marzo il tempo fu di dì e di notte il più sereno, cheto e bello che per addietro si ricordasse, essendo il freddo senza venti continovo e grande: e le nevi ch’erano cadute dal principio si mantennono ghiacciate nel contado di Firenze, e in molte parti bastò nella città più di tre mesi: il mare fu tranquillo e dolce a navicare oltre alla credenza degli uomini; tutti i gran fiumi stettono serrati di ghiaccio lungamente per modo che niuno si poteva navicare, e il nostro fiume d’Arno, che è corrente come uno fossato, stette fermo e serrato di ghiaccio, che lungamente senza pericolo in ogni parte si poteva sopra il ghiaccio valicare: e a dì 8 di marzo cominciarono a rompere le piove dolci e utili a tutte le sementa della terra.
CAP. LXVI. Come il segreto giurato in Firenze fu manifestato all’imperadore.
Seguendo gli ambasciadori di Firenze il trattato della concordia con l’imperadore, e avendo il mandato di profferirgli per lo comune cinquanta migliaia di fiorini d’oro, avendo da lui i patti privilegiati che per parte del comune gli si dimandavano, l’imperadore, avvisato e malizioso, della moneta, dov’egli avea l’animo, non mostrava di curarsi, ma ne’ patti si mostrava strano e tenace per vendere più cara la sua mercatanzia. Avvedendosi di questo gli ambasciadori, e avendone alcuno segreto accennamento di fuori da lui, due degli ambasciadori per comune consiglio degli altri tornarono in Firenze per informare a bocca i rettori, e avvisarli di quello che a loro pareva dell’intenzione del signore. Vedendo i rettori che l’imperadore s’addurava, e che le terre vicine s’era no date liberamente alla sua signoria, aveano cagione di più temere: e tennono più consigli segreti ove si raccontavano de’ falli dell’eletto: come manifesto appariva che non avea tenuto fede a’ Gambacorti, nè allo stato di coloro che reggevano la città di Pisa, dilettandosi de’ romori e della divisione de’ cittadini, e tenea con loro che più erano pronti a movere le novità nella terra per averne più libera signoria, e come si mostrava bisognoso e cupido di trarre a se moneta: e avendo per più riprese praticato sopra i fatti dell’imperadore e sopra quelli del nostro comune, infine d’un animo presono partito per lo meno reo, che non si guardasse a costo di moneta infino in fiorini centomila d’oro, dandoli all’imperadore, dove la nostra città di Firenze rimanesse libera in sua giurisdizione, con altri singolari patti. E commettendo la pratica di queste cose ne’ detti ambasciadori, avendoli informati che si tenessono forti a cinquantamila fiorini, e che non mostrassono nè paura nè viltà in domandare e sostenere il vantaggio del comune nella quantità della moneta e negli altri patti, ma innanzi si rompessono da lui aveano di darli i detti fiorini centomila d’oro. Questo consiglio fu ristretto ne’ priori e ne’ loro collegi con piccolo numero d’arroti, e fu comandata a tutti la credenza, e giurata solennemente: e rimandati i due ambasciadori a Pisa, essendo con l’imperadore, e sostenendo francamente quello ch’era stato loro imposto, l’imperadore cominciò a sorridere contro a loro, e manifestò ciò ch’era loro commesso, e la deliberazione del loro comune, dicendo, che per scrittura tutto gli era manifesto. Gli ambasciadori di presente senza procedere più innanzi significarono all’uficio de’ priori ciò ch’aveano di bocca dell’imperadore della revelazione del loro segreto consiglio, che per questa cagione, avvegnachè per loro non li fosse acconsentita alcuna cosa, il trovavano più duro e più turbato che prima, dicendo, come non era traditore de’ Gambacorti, nè che non era cupido di moneta più del suo onore, nè si dilettava nella commozione de’ cittadini. Come questa novella fu divolgata nella nostra città, l’infamia de’ signori, e de’ collegi, e degli arroti, in cui era la credenza, fu molto grande: ma però non trovò il comune chi alcuna cosa ne facesse allora per purgare la comune infamia, temendo per la tenerezza dello stato, avendo così dipresso l’imperadore, che maggiore pericolo non ne seguisse. Il consiglio non fu reo, se rifermato lo stato del comune con la pace dell’imperadore se ne fosse fatta debita inquisizione e giustizia.
CAP. LXVII. Come l’imperadore mandò aiuto di gente al legato.
Essendo i tiranni di Romagna accozzati insieme, e accolta gente d’arme assai venuta di Lombardia per reprimere la forza del legato, ch’era piccola, il legato mandò a richiedere l’imperadore d’aiuto. L’imperadore immantinente, per mostrarsi zeloso e divoto a’ servigi di santa Chiesa, vi mandò di presente de’ suoi Tedeschi cinquecento barbute, e feciono la via per Siena, veduti e onorati da’ Sanesi graziosamente: e giunti al legato con l’insegna del loro signore, rifrenarono la forza e la volontà de’ tiranni. Questo non era per l’andata di cinquecento barbute cosa da farne memoria, ma consentesi al nostro trattato perchè fu la prima e l’ultima che l’imperadore facesse in Italia in fatti d’arme.
CAP. LXVIII. Trattati dell’imperadore ai Fiorentini.
Essendo gli ambasciadori del comune di Firenze quasi ogni dì con l’imperadore per trattare la concordia, ed egli avendo scoperto il segreto del comune, e crescendogli ogni dì forza grandissima di baroni e di cavalieri della Magna, non gli parea volere di meno, e però si tenea forte a non condiscendere alla volontà de’ Fiorentini: e nondimeno temperava per non rompersi da loro, con tutto l’attizzamento de’ caporali ghibellini d’Italia ch’erano appresso di lui, che al continovo l’infestavano, perchè si rompesse dai trattato della concordia de’ Fiorentini, mostrandogli che avendo egli Pisa e Siena, Volterra e Samminiato, e l’aiuto de’ ghibellini ch’erano ivi a fare i suoi comandamenti, e la gran forza della sua baronia, senza dubbio di presente ne sarebbe signore a cheto, e abbatterebbe la loro arrogante superbia con grande onore e magnificenza dell’imperio. Il savio signore conoscea quanto pericolo gli potea incorrere, potendo con suo onore e vantaggio avere pace, cercare guerra: e conosceva, che quando il comune di Firenze, ch’era potentissimo, si facesse capo della guerra contro a lui, che tosto gli si scoprirebbono molti nemici: e conoscea il servigio che avrebbe dalla gente tedesca, se con larga mano non li provvedesse, e quanto erano fallaci le suggestioni de’ ghibellini d’Italia: e però serbava il consiglio e la diliberazione nel suo petto, e forte si temea che nascesse cagione per la quale i Fiorentini si rompessono dal trattato; e però avendo trattato con loro per modo che pareano assai di presso, l’imperadore disse, che facessono d’avere il sindacato pieno dal loro comune come la materia richiedeva: e allora diliberarono che tre degli ambasciadori tornassono a Firenze a fare che il sindacato si facesse.