Perocchè gli antichi moderati e virtudiosi che soleano reggere e governare lo stato della repubblica in grande libertà, e con maturi movimenti e con diligente provvidenza governavano quella in tempo di pace e di guerra, e non perdonando i falli che si faceano contro la patria, nè lasciando senza merito l’operazioni che si facevano virtudiose in accrescimento e onore del comune, onde al nostro tempo è da maravigliare come la cittadinanza si mantiene, essendo strana da quelle virtù, e dalla provvisione di quel reggimento: e in luogo di quelli antichi amatori della patria, spregiatori de’ loro propri comodi per accrescere quelli del comune, si trovano usurpatori de’ reggimenti con indebiti e disonesti procacci e argomenti, uomini avveniticci, senza senno e senza virtù, e di niuna autorità nella maggiore parte, i quali abbracciato il reggimento del comune intendono a’ loro propri vantaggi e de’ loro amici con tanta sollecitudine e fede, che in tutto dimenticano la provvisione salutevole al nostro comune: e non è chi per lui pensi, nè per la sua libertà, nè per lo suo esaltamento, nè onore, nè per riparare al pericolo che sopravvenire gli può, se non nella strema giornata o in sul fatto; e per questo spesso occorrono gravi casi al nostro comune, e niuno prende vergogna, o aspetta, per avere mal fatto al comune, alcuna pena: e però non è senza pensiero di grande ammirazione come il nostro comune non cade in grandi pericoli di suo disfacimento. Ma i discreti del nostro tempo tengono che questo sia singolare grazia e operazione di Dio, perocchè in così gran fascio di cittadini e di religiosi, benchè molti ne sieno de’ rei, assai v’ha de’ virtuosi e de’ buoni, le cui preghiere conservano la città da molti pericoli, e alquanto è la gente cattolica e limosiniera, perchè Iddio la conserva; e oltre a ciò gli ordini dati alla massa del comune per li nostri antichi, e ’l reggimento che ha preso il corso alla comune giustizia per le conservate leggi, è grande braccio al conservamene del comune stato. E benchè gli usurpatori del non degno uficio sieno molti, e male disposti al comune bene, e solleciti e provveduti a’ loro propri vantaggi, e occupino la civile libertà, il tempo di due mesi ordinato al reggimento del sommo uficio del priorato per li nostri provveduti antichi è sì breve, che fa grande resistenza alla propria arroganza: e ancora la riprieme non poco la compagnia di nove priori e de’ loro collegi. Ma non possono ammendare il continovo fallo dell’abbandonata provvedenza: onde avviene, che come fortuna guida le cose, infino al pubblico destamento del popolo si pena a provvedere, non il migliore consiglio, che nol concede il trapassamento delle debite provvedenze, ma il meno reo. E questo avviene continovo in tutte grandi e pericolose cose e accidenti ovvero imprese che accaggiono al nostro comune.
CAP. LXX. Come a Firenze si fece il sindacato per l’accordo con l’imperadore.
Avendo narrato il modo del reggimento del comune di Firenze e de’ suoi rettori, si può dire con verità del fatto, manifestato più volte in pieno consiglio per la bocca dell’imperadore, che avendo mandati il comune di Firenze a Mantova suoi ambasciadori a profferirgli l’aiuto del comune, e confortarlo della sua coronazione, non avrebbono domandati que’ patti, che largamente senza niuna promessa di moneta non avesse liberamente fatti; ma la provvedenza era, ed è per lunghi tempi stata in contumace del nostro comune: e però tornati a Firenze i tre ambasciadori per far fare il sindacato, sperando la concordia con l’imperadore, a dì 12 di marzo del detto anno, ragunato il consiglio del popolo secondo l’ordine del nostro comune, che prima s’ha a deliberare in quello, poi in quella del comune, avvenne che il notaio delle riformagioni, ch’era natio da..... leggendo i patti che s’intendeano d’avere con l’imperadore, per mostrare grande tenerezza al popolo della libertà pura del comune, non ostante che in quelle scritture se ne contenesse assai già deliberate pe’ signori e pe’ collegi, si ruppe a piagnere per modo, che la proposta non si potè leggere; e gli animi de’ consiglieri a quelle lagrime si commossono dal loro proponimento, e però si rimase il consiglio e il sindacato per quella giornata, e convenne che di nuovo si rifacessono altri privati consigli, ne’ quali il movimento del notaio non fu riputato fatto con movimento di ragionevole carità, ma piuttosto per adulazione per accattare benivoglienza dal popolo. E pertanto tutti i privati consigli fermarono l’intenzione a fare quello s’addomandava dagli ambasciadori, e da capo a dì 13 del detto mese si mosse la proposta al consiglio del popolo, e sette volte l’una dopo l’altra si perdè: all’ultimo levati molti cittadini d’autorità a dire, e a mostrare il beneficio che di questo seguitava al comune, e il pericolo che venia del contrario, si vinse, e fu dato la balìa di pieno sindacato a tutti e sei gli ambasciadori del comune, a potere promettere per lo comune ciò ch’era trattato o di nuovo si trattasse: e appresso l’altro dì, a dì 14 del mese, con minore fatica si rifermò nel consiglio del comune, e gli ambasciadori col mandato pieno si tornarono a Fisa.
CAP. LXXI. Quello si fe’ per alcuno cardinale per la coronazione dell’imperadore.
In questi dì il cardinale d’Ostia, a cui s’appartiene la coronazione dell’imperadore, giunse in Pisa, ricevuto dall’eletto a grande onore. Era consuetudine di santa Chiesa di mandare tre cardinali alla coronazione degl’imperadori, quello d’Ostia, c’ha l’uficio d’andare a coronare l’imperadore alle sue spese e alla sua provvisione, gli altri due debbono andare alle spese di santa Chiesa: ma a questa volta essendone fatto gran procaccio in corte, e per questo avuto la grazia il cardinale di Pelagorga, e quello di Bologna in su ’l mare, ch’erano di maggiore legnaggio, il papa e gli altri cardinali non acconsentirono che la Chiesa facesse loro le spese, dicendo, se voleano andare ch’aveano la benedizione, ma altro non aspettassono. I cardinali considerarono la spesa grande, e l’imperadore povero di moneta e stretto d’animo, e però con poco loro onore per lo procaccio fatto si rimasono di quella legazione, e il papa per non accrescere loro vergogna non ve ne mandò alcuno altro: e di questo non si turbò l’imperadore per non avere a stendere in loro il suo onore.
CAP. LXXII. Come si fermò l’accordo e’ patti dall’imperadore al comune di Firenze.
Sentendo l’imperadore tornati gli ambasciadori del comune di Firenze con pieno mandato e sindacato da fare l’accordo con lui, e come a’ Fiorentini era paruto malagevole, e conosciuto ch’egli avea recati gli ambasciadori a promettergli centomila fiorini d’oro, più per la revelazione ch’egli avea fatta loro del segreto del comune che per altro piacere, e trovando che i Pisani per mala suggestione già gli aveano domandato che li dovesse liberare della franchigia ch’e’ Fiorentini aveano in Pisa per li patti della pace, ed egli sostenea dicendo, che il loro movimento non era buono; e vedendo che il suo consiglio era insuperbito per la gente alamanna che crescea al suo servigio tutto dì, e per la forte inzicagione che i ghibellini italiani faceano loro, temette del suo consiglio, e poi volle gli ambasciadori avere in camera seco col patriarca e col vececancelliere soli: e cominciando a chiarire i patti, l’imperadore vi s’allargò molto più che infino allora non avea fatto, per tema che discordia non rinascesse, e per non avere a riferire la sua volontà col suo consiglio. Nondimeno quando vennero al saramento per fermezza delle cose che si trattavano, gli ambasciadori al tutto voleano il salvo manifesto e palese fermato col detto saramento; l’imperadore si fermò a non volerlo fare: ma volea la sommissione libera, e da parte privilegiare i patti, e che nel saramento de’ sindachi non fosse eccezione. Gli ambasciadori, in questa parte alquanto indiscreti, potendolo fare a salvezza del comune, lungamente lo tennono sospeso non senza sua turbazione, e poi il feciono, e già era molto infra la notte. Appresso vennono a dire, che il saramento della sommissione non voleano che si stendesse a’ successori dell’imperio, altro che alla sua corona; a questo, disse l’imperadore, che non credea che vi si stendesse, perocchè questo si dovea fare nominatamente alla sua persona, ma dove a’ successori andasse, in niuna maniera intendea a derogare le loro ragioni. Appresso domandarono, che tutte le leggi e statuti fatte e fatti, o che per innanzi si facessono per lo comune di Firenze, in quanto le comuni leggi nominatamente non le repugnassono, le dovesse per suoi privilegi confermare. Questa gli parve sconvenevole domanda, e non la volea consentire: e parendo questo agli ambasciadori dubbioso, tre ore o più di piena notte tennono la contesa con lui, e infine l’imperadore infellonito gittò la bacchetta ch’avea in mano per terra, e mostrandosi forte crucciato, giurò in alta voce per più riprese, che se innanzi ch’egli uscisse di quella camera questo non si consentisse per i sindachi, che con la sua forza e de’ signori di Milano e degli altri ghibellini d’Italia distruggerebbe la città di Firenze, dicendo, che troppa era l’altezza della superbia d’uno comune a volere suppeditare l’imperio. Gli ambasciadori vedendolo così forte turbato dissono, che troverebbono modo di venire a fare di ciò la sua volontà: e perocchè l’ora era fuori di modo tarda, presono licenza per andarsi a posare, e per questa cagione ogni cosa rimase imperfetta in quella notte, e in quell’ora significarono il fatto gli ambasciadori a’ signori di Firenze, per avere il dì vegnente da risposta a buon’ora. L’imperadore sentendo che gli ambasciadori aveano scritto al comune di Firenze significando le sue parole, temette forte che i Fiorentini non si rompessono dalla concordia, e però la mattina per tempo, non attendendo che gli ambasciadori avessono risposta, mandò per loro, e usate molte savie parole intorno al movimento tedioso della notte, con dimostramento di grande amore verso il comune di Firenze, largamente acconsentì ciò che gli ambasciadori aveano domandato: e oltre a ciò per sua liberalità, ove gli ambasciadori gli aveano promesso d’essergli stadichi per attendere la promessa del comune, poco appresso fatta la concordia disse, ch’alla fede del comune intendea di stare di questo e d’ogni gran cosa, e licenziò gli stadichi, e raffermata tutta la concordia, innanzi che da Firenze venisse la risposta: nondimeno il comune avea risposto, che per le dette cose non volea che la concordia rimanesse: e questo fu a dì 20 di marzo del detto anno.
CAP. LXXIII. Come i Fiorentini per mala provvedenza errarono a loro danno.
Avvegnachè molto sia detto de’ falli del nostro comune, uno singolare non ci si lascia passare senza fare in questo luogo memoria di lui. Fatta e ferma la concordia con l’imperadore di dargli fiorini d’oro centomila per avere fine e remissione da lui delle condannagioni e pene, in che ’l nostro comune era incorso per decreti dell’imperadore Arrigo e degli altri suoi antecessori, si ritrovò il saramento fatto per lo detto eletto a papa Clemente sesto e alla Chiesa di Roma, quando fu promosso per operazione del detto papa e di santa Chiesa all’elezione dell’imperio, ch’egli libererebbe i comuni di Toscana d’ogni condannagione fatta per i suoi antecessori, e d’ogni debito a che si trovassono obbligati per addietro all’imperio, massimamente il comune di Firenze, il quale per l’imperadore Arrigo era stato condannato con i suoi cittadini in loro singolarità, la qual cosa era manifesta a santa Chiesa. E ancora giurò, che i detti comuni non graverebbe, nè farebbe contro alcuno di quelli muovere guerra, nè sottometterebbe la loro libertà. Grande ignoranza fu trattare presso a due mesi con l’imperadore, e non avere memoria di cotanto fatto. Io reputo essere stata degna compensagione, avendo così fatta ignoranza compensata con prezzo di cento migliaia di fiorini d’oro, i quali il comune pagò per avere con fatica e con paura quello che aver potea senza costo, per la benigna provvedenza di santa Chiesa: e quello che pagò per debito in piccola parte, potea in luogo di servigio e di grazia compensare. Vergognomi ancora di scrivere la seguente arrota: avendo nella fama dell’avvenimento in Italia dell’imperadore, mandato a corte al papa e a’ cardinali per avere aiuto e favore da santa Chiesa, le lettere furono impetrate piene e graziose e favorevoli per lo nostro comune all’imperadore, ove il papa e’ cardinali gli ricordavano la promessa fatta sotto il suo saramento; le lettere stettono in cancelleria per spazio di tre mesi, innanzi che modo si trovasse di pagare fiorini trenta d’oro per le comuni spese della cancelleria: e per questo, poco appresso che la sommissione del comune e la promessa della moneta fu fatta, giunsono le lettere bollate al nostro comune, con grande ripitio e vergogna de’ nostri rettori.