Secondo che noi comprendiamo da coloro che conversano intorno all’imperadore, la sua persona era di mezzana statura, ma piccolo secondo gli Alamanni, gobbetto, premendo il collo e ’l viso innanzi non disordinatamente: di pelo nero, il viso larghetto, gli occhi grossi, e le gote rilevate in colmo, la barba nera, e ’l capo calvo dinanzi. Vestiva panni onesti e chiusi continovamente, senza niuno adornamento, ma corti presso al ginocchio: poco spendea, e con molta industria ragunava pecunia, e non provvedeva bene chi lo serviva in arme. Suo costume era eziandio stando a udienza di tenere verghette di salcio in mano e uno coltellino, e tagliare a suo diletto minutamente, e oltre al lavorio delle mani, avendo gli uomini ginocchioni innanzi a sporre le loro petizioni, movea gli occhi intorno a’ circostanti per modo, che a coloro che gli parlavano parea che non dovesse attendere a loro udienza, e nondimeno intendea e udiva nobilemente, e con poche parole piene di sustanzia rispondenti alle domande, secondo sua volontà, e senza altra deliberazione di tempo o di consiglio faceva pienamente savie risposte. E però furono in lui in uno stante tre atti senza offendere o variare l’intelletto, il vario riguardo degli occhi, il lavorare con le mani, e con pieno intendimento dare l’udienze e fare le premeditate risposte; cosa mirabile, e assai notevole in uno signore. La sua gente, avendo in un’ora in Pisa più di quattromila cavalieri tedeschi, faceva mantenere onestamente, eziandio astenere dalle taverne e dalle disoneste cose per modo, che innanzi alla sua coronazione in Pisa non ebbe zuffa nè riotte tra’ forestieri e’ cittadini d’alcuna cosa. Il suo consiglio ristrignea con pochi suoi baroni e del suo patriarca, ma la deliberazione era più sua che del suo consiglio: perocché ’l suo senno con sottile e temperata industria valicava il consiglio degli altri; e molto si guardò di muoversi alla stigazione e conforto de’ ghibellini d’Italia, usati d’incendere e d’infocare l’imprese all’appetito parziale, più che al singolare onore dell’imperiale corona, i cui vizi nobilemente conoscea.

CAP. LXXV. Come si bandì in Firenze l’accordo con l’imperadore.

Sabato mattina, a dì 21 di marzo del detto anno, l’imperadore provvedutamente fece ragunare tutti i forestieri ch’erano in Pisa e’ Pisani a parlamento nel duomo di Pisa, e con dimostramento di singolare allegrezza fece venire dinanzi da se tutti e sei gli ambasciadori e sindachi del comune di Firenze: i quali giunti nel parlamento furono guardati da tutti con ammirazione grande, perocchè alla memoria di coloro ch’erano vivi, nè di molto tempo innanzi, si trovava che il comune di Firenze fosse stato altro che nemico all’imperadore, e ora vedeano che con pace aveano dall’imperadore que’ patti ch’aveano saputi dimandare: e da loro ricevette l’omaggio e il saramento della fede che promisero all’imperadore, sotto la condizione de’ patti e convenienze che ferme aveano con lui per lo comune di Firenze, le quali su brevità appresso in sostanza diviseremo: e l’eletto imperadore come re de’ Romani ne fece a loro privilegi reali, e promise ricevuta l’imperiale corona di farli imperiali. E a dì 23 del detto mese, lunedì sera, si pubblicò in Firenze la concordia presa con l’imperadore, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo. Poca gente, a rispetto del nostro comune, si ragunò al parlamento, e senza alcuna vista d’allegrezza ogni uomo si tornò a casa. Il comune fece in sulle torri e in su i palagi festa e luminaria: ma nella città pe’ cittadini non si fece falò per segno d’alcuna allegrezza, conoscendo quanto costava caro al comune l’ignoranza de’ loro cittadini governatori per l’abbandonata provvedenza.

CAP. LXXVI. I patti e le convenienze da’ Fiorentini all’imperadore.

Questi furono i patti che messer Carlo re di Boemia eletto imperadore impromise al comune di Firenze, e co’ suoi reali privilegi confermò. In prima cassò e annullò ogni sentenza e condannagione le quali per addietro fossono fatte contro alla città, e’ cittadini e comune di Firenze e’ suoi contadini, e contra i conti da Battifolle, e da Doadola, e da Mangona, e Nerone d’Alvernia per gl’imperadori romani ovvero re de’ Romani suoi antecessori: e tutti e catuno integrò e restituì ne’ suoi onorie giurisdizioni e dominii personali e reali. E concedette che il comune e popolo, e la città e contado e distretto di Firenze si reggesse secondo gli statuti e le leggi municipali e ordinamenti consueti del detto comune: e di singolare grazia confermò al detto comune per suoi privilegi quello che più gli parve grave, cioè, la confermazione delle leggi dette e statuti fatti, e che per innanzi si facessono, approvandoli e confermandoli in quanto le comuni leggi nominatamente non le riprovassono: dicendo, la moltitudine delle leggi è tanta, che se a questo non hanno provveduto, io a’ Fiorentini nol vo’ negare. Ancora, che i priori dell’arti e il gonfaloniere della giustizia, che sono e che per li tempi saranno all’uficio del priorato, sieno irrevocabili suoi vicari tutto il tempo della sua vita. E il detto imperadore graziosamente, avendo affezione a volere mantenere il pacifico stato e tranquillo riposo del comune di Firenze, acciocchè per lo suo avvenimento in quella città non nascesse tumulto o mutazione, promise e concedette di grazia speziale di non volere entrare nella città di Firenze nè in alcuna sua terra murata. I sindachi predetti a vice e a nome del comune di sopra detto feciono a lui in pubblico la sommessione e l’ubbidienza, e giurarono liberamente riconoscendolo per vero eletto e futuro imperadore: e la reverenza li feciono in segno del debito omaggio; e promisongli in nome del comune di Firenze per satisfazione intera di ciò, che obbligati fossono per lo tempo passato infino al presente dì, a lui e a tutti i suoi antecessori, per qualunque ragione o cagione dire o nominare si potesse, e ancora per tutte le terre che ’l detto comune tiene, e ha tenute in suo contado e in suo distretto, fiorini centomila d’oro in quattro paghe in cinque mesi, finendo per tutto il mese d’agosto del detto anno 1355: e per lo tempo avvenire promisono di dare ogni anno del mese di marzo al detto imperadore Carlo, alla sua vita solamente, fiorini quattromila d’oro per compensagione di censo, in quanto le città di Toscana fossono tenute di ragione all’imperio, e oltre a ciò, per tutte e singule quelle cose le quali il detto comune per se e per lo suo contado e distretto dire si potesse ch’all’imperio fossono per alcuna cosa obbligati; e di tutti i detti patti e convenienze, oltre a’ privilegi reali, fu contento l’imperadore futuro che ser Agnolo di ser Andrea di messer Rinaldo da Barberino, notaio pubblico imperiale, ne facesse carta e pubblico istrumento al detto comune. Aggiugnesi qui, benchè quello che seguita avvenisse dopo la sua coronazione, acciocchè insieme si trovi la memoria de’ patti e de’ privilegi imperiali, e dell’arrota della graziosa libertà del detto imperadore inverso il nostro comune. E a dì 3 di maggio 1355 nella città di Siena, tornando l’imperadore dalla sua coronazione, tutte le dette convenienze e promesse fatte rinnovò, e comandò che si dessono al nostro comune sotto la fermezza de’ suoi privilegi imperiali roborati delle bolle dell’oro. E avendo nel processo del tempo il detto imperadore trovato il comune di Firenze in molta fede e dirittura delle sue promesse, non ostante che i Pisani, e’ Sanesi e gli altri Toscani l’avessono tradito e messo in grave caso di fortuna, essendo ridotto a Pietrasanta per partirsi d’Italia, e avendogli i Fiorentini con gran pericolo mandato là il compimento de’ centomila fiorini promessi, avendolo egli molto a grado, e commendando l’amore e la fede del comune, in vituperio degli altri comuni ch’aveano mostrato la libera suggezione all’imperio, e poi l’aveano tradito, s’offerse singolarmente a’ Fiorentini, e di suo proprio movimento privilegiò al nostro comune generalmente ciò che tenea in suo distretto, e mandonne i suoi privilegi imperiali bollati d’oro al nostro comune, fatti in Pietrasanta a dì 3 di giugno 1355. In questo tempo il comune di Firenze tenea in suo distretto la Valdinievole, il Valdarno di sotto, Pistoia, e ’l castello di Serravalle, e tutta la montagna di sotto, e Colle, e Laterina, e Montegemmoli, e la terra di Barga con più castella di Garfagnana, e Castel san Niccolò col suo contado, e la montagna fiorentina, e molte altre terre e castella che qui per brevità non si nominano, e la nobile terra di Sangimignano e di Prato, avvegnachè già, come è detto, erano ridotte a contado di Firenze.

CAP. LXXVII. Come fu offesa la libertà del popolo di Roma da’ Toscani.

Vedendo i falli commessi per li comuni di Toscana, che liberamente sottomisono la loro libertà al nuovo imperadore, ci dà materia di ricordare per esempio del tempo avvenire, come col popolo romano i comuni d’Italia, e massimamente i Toscani, sotto il loro principato parteciparono la cittadinanza e la libertà di quello popolo, la cui autorità creava gl’imperadori: e questo medesimo popolo, non da se, ma la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli cristiani, concedette l’elezione degl’imperadori a sette principi della Magna. Per la qual cosa è manifesto, avvegnachè assai più antiche storie il manifestino, che ’l popolo predetto faceva gl’imperadori, e per la loro reità alcuna volta gli abbattea, e la libertà del popolo romano non era in alcun modo sottoposta alla libertà dell’imperio, nè tributaria come l’altre nazioni, le quali erano sottoposte al popolo, e al senato e al comune di Roma, e per lo detto comune al loro imperadore: e mantenendo a’ nostri comuni di Toscana l’antica libertà a loro succeduta dalla civiltà del popolo romano, è assai manifesto, che la maestà di quel popolo per la libera sommessione fatta all’imperadore per lo comune di Pisa, e di Siena, e di Volterra, e di Samminiato fu da loro offesa, e dirogata la franchigia de’ Toscani vilmente, per l’invidia ch’avea l’uno comune dell’altro, più che per altra debita cagione.

CAP. LXXVIII. Di quello medesimo.

Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò ch’è detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa del sommo impero, è loro lecito anzi debito il patteggiare con gl’imperadori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una, che seguita ne’ fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato che ha da Dio e dal santo imperio in quello, e questi sono dinominati Guelfi, cioè guardatori di fè: e l’altra parte seguitano l’imperio, o fedele o infedele che sia delle cose del mondo o santa Chiesa, e chiamansi Ghibellini, quasi guida belli, cioè guidatori di battaglie, e seguitano il fatto, che per lo titolo imperiale sopra gli altri sono superbi, e motori di lite e di guerra. E perocchè queste due sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere il principato, ma non potendosi fare, ove signoreggia l’una, e ove l’altra, quanto che tutti si solessono reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo in Italia gl’imperadori alamanni, hanno più usato favoreggiare i ghibellini ch’e’ guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città vicari imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria, e morti gl’imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, e levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti imperadori. Appresso è da considerare, che la lingua latina, e’ costumi e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, e divisati e strani agl’Italiani, la cui lingua e le cui leggi, e’ costumi, e’ gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo, e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gl’imperadori della Magna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della Magna reggere gl’Italiani, non lo sanno, e non lo possono fare: e per questo, essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per essere per contraversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù, o per ragione d’intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e vere ragioni, le città e’ popoli che liberamente gli ricevono conviene che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il loro usato reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato di quella città, o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli, che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non essere ribelli agl’imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperadori, che senza gran sicurtà li mettano nelle loro città. Quello che di ciò abbiamo qui di sopra fatto memoria, a beneficio e ammaestramento della libertà de’ comuni d’Italia, si prova per gli antichi esempi, chi li vorrà ricercare, e per li nuovi, chi li vorrà ricercare e appresso leggere il nostro trattato.

CAP. LXXIX. Come la gran compagnia rubò il Guasto in Puglia.