Il conte di Lando con la gran compagnia avendo soggiornato in Abruzzi infino all’entrata di marzo, si mosse da Pescara e da san Fabiano, e andò verso il Guasto. Que’ della terra male provveduti da loro, e peggio dal re loro signore, trattarono con la compagnia, e fidaronsi mattamente nelle loro promesse, che non li ruberebbono, e che torrebbono della roba derrata per danaio, li misono nella terra; ma come furono entrati dentro, i predoni usarono crudelmente la loro rapina uccidendo e rubando tutta la terra, e appresso con fuoco n’arsone gran parte: per lo cui esempio tutte l’altre terre di Puglia si disposero a ogni pericolo per difendersi da loro, e afforzaronsi francamente per modo, che quanto ch’elli stessono lungamente a campo senza potere più acquistare città o castella. Appresso valicarono a san Siverno in Puglia, e ivi s’accamparono e stettono lungamente, scorrendo e predando e facendo danno assai a’ paesani: e dall’altra parte il Paladino aggiuntosi gente della compagnia tribolava la marina della Puglia, ed era palese a’ regnicoli che messer Luigi di Durazzo favoreggiava la compagnia.
CAP. LXXX. Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini, e non l’ebbe.
Avendo l’imperadore compiuto e fermo l’accordo co’ Fiorentini, mandò a Firenze suoi ambasciadori a richiedere il comune di Firenze con grande stanza, che piacesse loro per bene e stato di tutte le città di Toscana, e per levare ogni pericolo che venire potesse loro addosso per la forza de’ tiranni e della gran compagnia, per vivere i detti comuni insieme in unità e in pace, di fare lega insieme, e quella gente per via di taglia che a’ Fiorentini piacesse, e offerendo l’aiuto suo ove che fosse a ogni loro bisogno molto largamente, dicendo, che presa la corona intendea d’andare in Lombardia o nella Magna, ove il comune di Firenze consigliasse. I Fiorentini in più consigli privati e palesi praticarono se questa lega fosse da fare o no: e infine considerato il pericolo dell’imprese, e temendo di non correre ad essere indotti a rompere la pace a’ signori di Milano, e che la gente d’arme raunata sotto un capitano dato dall’imperadore non potesse essere cagione di novità contro alla libertà del comune, al tutto deliberare che la lega per lo nostro comune non si facesse, e con belle e oneste e legittime cagioni si diliberarono di quella richiesta. L’imperadore essendo in movimento per andare a vicitare le città e le terre che gli s’erano date, e andare per la corona, soprastette senza accettare la scusa, e domandò che il nostro comune apparecchiasse dugento cavalieri che l’accompagnassono a Roma: e da Pisa si partì a dì 23 di marzo e andossene a Volterra, ove fu ricevuto secondo la loro possa assai onoratamente; e albergatovi una notte, l’altro dì venne a Samminiato, e da loro fu ricevuto come signore; e a dì 23 di marzo giunse a Siena la sera, ove fu ricevuto con singolar festa e onore.
CAP. LXXXI. Come si mutò lo stato de’ nove di Siena.
E’ pare degna cosa, che coloro i quali ingannano in comune i loro cittadini, e rompono la fede a’ loro amici, che alcuna volta per quella medesima sieno puniti, e portino pena de’ peccati commessi. L’ordine de’ nove di Siena, avendo per lungo tempo ingannati e detratti dagli ufici del comune con malo ingegno i loro cittadini, come già abbiamo narrato, e tradito il comune di Firenze nel cospetto dell’imperadore, seguitando la rea intenzione della setta di Giovanni d’Agnolino Bottoni loro caporale, quando liberamente si dierono all’imperadore, credendo per quello essere esaltati, e avere abbattuto lo stato e la libertà del comune di Firenze; il comune di Firenze per la sua costanza e savia provvisione rimase grande nel cospetto dell’imperadore e privilegiato da lui, e mantenea accrescendo suo stato, la sua libertà e il suo onore. Entrato l’imperadore in Siena il martedì sera, il mercoledì vegnente, il dì dell’Annunziazione di nostra Donna, gli anni Domini 1355 a dì 25 di marzo, Tolomei, Malavolti, Piccolomini, Saracini, e alcuno de’ Salimbeni, contrari a Giovanni d’Agnolino Bottoni loro consorto, con seguito del minuto popolo levarono il romore nella città, dicendo: Viva l’imperadore, e muoiano i nove e le gabelle: e in questa furia furono morti due cittadini: e corsi alle case del capitano della guardia, e trovandolo gravemente malato in sul letto, rubarono tutto l’ostiere e ciò che aveva la famiglia, e l’arme e’ cavalli, e lasciato il capitano in sulla paglia in terra, in poch’ore appresso morì: e di là corsono al palagio de’ nove, e cacciatine in furia i nove e la loro famiglia vi misono l’imperadore, e feciono mandare per la cassa dov’erano insaccati i cittadini dell’ordine de’ nove e gli altri loro uficiali, e usando la loro besseria, con grande dirisione la feciono tranare per la terra, andandola scopando, e poi impetrato il comandamento dall’imperadore l’arsono con gran romore in sul campo, e appresso tutti gli atti e ordini de’ nove, e tutti gli ufici della città; e le persone di coloro ch’aveano avuti gli ufici furono in persecuzione e in pericolo grande nella cittadinanza, come leggendo si potrà trovare.
CAP. LXXXII. Di quello medesimo.
Avendo veduto l’eletto imperadore il romore e le novità fatte nella città di Siena con dimostrazione d’esserne stato contento, con poco onore dell’imperiale fama, il seguente dì fece ragunare tutti i cittadini a parlamento; e quando gli ebbe ragunati, fece separare i grandi dal popolo, e i popolani maggiori dal minuto popolo, e a catuno per se fece fare un sindaco con pieno mandato a sottomettersi da capo liberamente senza alcuno eccetto, e da capo si diedono all’imperadore, sottomettendo all’imperiale signoria il comune, il popolo, e la città, e il contado, e il distretto e la giurisdizione di Siena, dandogli in tutto il misto e mero imperio di quella città, contado e distretto: e incontanente licenziati tutti gli uficiali e rettori della terra ne fece suo vicario l’arcivescovo di Praga: e fatta pigliare la tenuta e la guardia di tutte le loro terre e castella, per decreto cassò, e annullò, e vietò in perpetuo l’uficio e ordine de’ nove. Coloro ch’erano stati di quell’ordine, villaneggiati da’ cittadini, veggendosi a pericolo stando nella terra, chi se n’andò in una parte e chi in un’altra partendosi della città; ed essendo dalle loro vicinanze con giusta infamia guardati come traditori della propria patria e de’ loro vicini, con grande vituperio traevano la loro vita nell’altrui terre.
CAP. LXXXIII. Il modo trovò il comune di Firenze per avere danari.
E’ non sarebbe da fare memoria di quello che seguita, se il modo col quale il comune di Firenze ebbe i danari con agevolezza non ce ne sforzasse, per buono esempio delle cose avvenire. Incontanente che l’imperadore fu riposato in Siena, i Fiorentini non aspettando il termine della prima paga, gli mandarono contanti a Siena fiorini trentamila d’oro, i quali si pagarono a dì 27 di marzo 1355; della qual cosa l’imperadore si tenne molto contento, perocchè li vennono a gran bisogno, perchè era in su l’andare da Roma, e avea necessità di provvedere a’ suoi baroni per aiuto alle spese. Il comune di Firenze per avere questi danari e gli altri, ordinò nella città a’ suoi cittadini un estimo che si chiamò la sega, che fu posto a’ cittadini per casa certi danari il dì: e fatta la sega, si fece pagare soldi quindici per ogni danaio, e catuno pagava questa piccola somma a colta. Nondimeno, perchè i meno possenti parevano troppo gravati a rispetto degli altri, il comune elesse d’ogni gonfalone certi uomini, e commise loro ch’abbattessono il quarto di quello che montava la loro sega sgravandone gl’impotenti; e questo si fece subito e comunalmente bene: e però appresso la detta paga si raccolse un’altra volta a soldi trenta il danaio per modo, che in termine di due mesi, o in meno, ebbono contanti i fiorini centomila che si diedono all’imperadore, senza andare alcuni esattori per la città, o essere alcuno gravato per forza. È vero che leggi s’ordinarono per lo comune, che chi non pagasse la sega per se o altri per lui non potesse avere uficio di comune, nè dovesse essere udito in alcuno uficio in suo beneficio: e ordinò il comune, che catuno che prestasse danari di questa sega, fosse in certo tempo assegnato in su le sue gabelle con provvisione a dieci per centinaio l’anno: e per questo molti cittadini mobolati pagavano per chiunque volea dar loro alcuno vantaggio, e così gl’impotenti per piccola cosa che si cavavano di borsa trovavano chi pagava per loro e prendevano l’assegnamento. Il comune mantenne la fede di pagare a’ termini ch’avea promesso, e però a molti cittadini era grande guadagno, e agli altri non era gravezza; e per questo, quanti danari fossono bisognati al comune avea senza alcuna fatica, e il merito che pagava tornava nelle mani de’ suoi cittadini, non però senza alcuna invidia. Abbianne fatta questa memoria per li tempi avvenire, a dimostrare quanto è utile al soccorso della repubblica mantenere il comune la fede a’ suoi cittadini, e quanto bene seguita al comune l’ordine di restituire le prestanze: perocchè nella nostra ricordanza è di veduta, che il comune soleva fare libbre ed imposte le quali generavano molte mortali nimicizie tra’ cittadini, perocchè si facevano disordinatamente sconce, e se pure ventimila fiorini imponeva il comune, più di cento case se n’abbattevano in Firenze, e recavansi i beni tra quelli de’ rubelli per cessanti delle fazioni del comune, e i cittadini erano pegnorati o presi, e molti s’uscivano in bando per le dette cagioni, e gli esattori e’ messi se n’andavano per loro col quarto dell’imposta, in grave confusione della cittadinanza.