Gli ambasciadori del comune d’Arezzo avendo sostenuto molte battaglie in giudicio da’ Tarlati e dagli Ubertini nell’udienza dell’imperadore e del suo consiglio, che domandavano di volere tornare nella loro città d’Arezzo, e avendoli gli ambasciadori convinti con ragione come non erano degni di tornare cittadini in quella città, dov’avevano per loro sfrenata potenza usate le tirannie manifeste e l’ingiuste operazioni, per le quali aveano per più riprese fatto manifesto all’imperadore e al suo consiglio, che quello comune sosterrebbe innanzi ogni altro pericolo di fortuna, che coloro consentissono di rimettere nella città sotto alcun patto. L’imperadore avendo assai sostenuto a riceverli in servigio de’ Tarlati e degli Ubertini, vedendo la giusta costanza degli ambasciadori, diliberò che tutti i cittadini non ribelli di quello comune raccomunassono gli ufici, e che tanti vi fossono de’ ghibellini quanto de’ guelfi; ma che le due castella della città si guardassono solo per i guelfi, com’erano usate di guardare, per più fermezza dello stato della città; e che catuno dovesse avere il frutto de’ suoi propri beni, e non potessono domandare altro a quello comune. Gli ambasciadori col sindacato del loro comune gli feciono la sommessione di quello comune e l’omaggio, promettendoli ogni anno per censo fiorini quattrocento d’oro del mese di marzo: e oltre a ciò gli donarono per aiuto alla sua coronazione fiorini cinquemila d’oro, e l’imperadore futuro per suoi privilegi reali privilegiò loro tutto il contado: e questo fu fatto nella città di Siena all’uscita del mese di marzo 1355.

CAP. LXXXV. Come fu preso Montepulciano dalla casa de’ Cavalieri.

Essendo per lunga esperienza certificati messer Niccolò e messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano, che la loro discordia gli avea abbattuti della signoria, e cacciati in esilio della loro terra e della città di Siena, si ridussono a pace e a concordia; e innanzi che il bollore del popolo sanese s’acchetasse in fermo stato, messer Niccolò di volontà di messer Iacopo suo consorto tornò in Montepulciano, ricevuto da’ terrazzani che dentro v’erano con allegra faccia, perocchè volentieri tornavano al loro antico reggimento: nondimeno la rocca ch’era in mano e in guardia de’ Sanesi non potè avere. La novella venne a Siena di presente dov’era l’imperadore, e messer Iacopo de’ Cavalieri ch’era di ciò avvisato, avendo in sua compagnia alquanti grandi uomini di Siena, incontanente fu in presenza dell’imperadore, e informollo pienamente del manifesto torto che il popolo di Siena avea fatto loro, non attenendo i patti nè le convenienze ch’aveano promesse per la corrotta fede de’ nove; e que’ grandi cittadini ch’erano con lui feciono chiaro l’imperadore che quello che diceva era in fatto vero: e però in quello stante, quanto ch’e’ s’avesse altro in cuore, disse ch’era contento che tenessono la terra di Montepulciano come suoi vicari; e il terzo dì appresso, cavalcando l’eletto verso Roma, volle andare a desinare nella terra. I signori allegramente gli apparecchiarono la desinea; e com’ebbe mangiato ne menò seco a Roma l’uno e l’altro, e nella terra mise altra gente alla guardia: ed essendo in Roma, e sentendo alcuna cosa contro a messer Niccolò, o che per sospetto si movesse, il fece citare, ed egli ingelosito per sospetto della sua persona si partì di Roma, senza comparire e senza prendere comiato.

CAP. LXXXVI. Come il papa riprese in concistoro certi dissoluti cardinali.

Il cardinale di Pelagorga di Guascogna baldanzoso e superbo, non meno per la potenza dei suo legnaggio che per lo cappello rosso, oltre a molte grandi e sconce cose fatte per la sua arroganza, singolari nella corte di Roma, in questi dì del mese di marzo, nella santa Quaresima, essendo per loro bisogne venuti a corte nella città d’Avignone alquanti cavalieri guasconi, disordinati, della setta sua e di suo lignaggio, senz’altra singolare cagione ne fece uccidere tre, che niuna guardia si pensavano avere a fare, non guardando alla reverenza de’ pastori di santa Chiesa, nè a’ santi giorni quaresimali. E altri giovani fatti cardinali per papa Clemente erano stati, e in questi dì erano in tanta disonesta e dissoluta vita, che niuni giovani dissoluti tiranni gli avanzavano: e intra l’altre cose (con vergogna il dico) facevano nella città a’ loro scudieri rapire le giovani donne a’ loro mariti manifestamente, e senza vergogna le teneano palesi nelle loro livree; e molte cose violenti usavano in vituperio di santa Chiesa. Onde papa Innocenzio sesto udendo molta infamia nella corte di questi cardinali, facendo dell’edima santa singolare consistoro per questa cosa, li riprese in pubblico aspramente, dicendo: Voi vi portate sì dissolutamente in vituperio di santa Chiesa, che mi conducerete a essere in parte, ch’io farò abbassare la vostra superbia; minacciandoli di tornare la corte in Italia: ma poco se n’ammendarono; e il tempo non era ancora ordinato da Dio di tornare alla sedia apostolica di Roma i suoi pontefici per l’antico peccato de’ prelati italiani, che ancora non si mostravano soperchiati dagli oltramontani.

CAP. LXXXVII. Di alcuna novità di Pisa per gelosia.

Essendo l’imperadore a Siena, era in Pisa rimaso un suo vicario con seicento cavalieri tedeschi: i Pisani per le divisioni e per l’invidia delle loro sette mormoravano l’uno contro l’altro, e catuno contro all’imperadore. Il vicario per reprimere la volontà de’ malcontenti, e per accrescersi favore del minuto popolo ch’era tutto imperiale, a dì 29 di marzo 1355 fece improvviso a’ Pisani di subito armare tutte le sue masnade tedesche, e con loro insieme corse tutta la città gridando, viva l’imperadore, e il popolo rispondea per tutte le contrade, viva l’imperadore; e senza alcuna altra novità fare s’acquetarono: e tornati a’ loro alberghi puosono giuso l’armi, e a’ Pisani delle sette crebbe il mal volere contro all’imperadore.

CAP. LXXXVIII. Della gente che i Fiorentini mandarono con l’imperadore.

L’eletto imperadore volendo andare a prendere la corona a san Piero a Roma, si pensò, che non ostante la sua copiosa compagnia, grande sicurtà gli sarebbe per tutto ad avere in sua condotta l’insegna del comune di Firenze, e alla guardia della sua persona de’ suoi cittadini con parte della loro gente d’arme; e però richiese i Fiorentini che gli mandassono de’ loro cavalieri dugento con l’insegna del comune, e con alcuni cittadini alla sua compagnia. Il comune elesse di presente due cittadini, uno grande e uno popolare, ambedue cavalieri, e dugento barbute di gente eletta molto bene montati e armati nobilemente, e bene guerniti di robe e d’arnesi, e diedono l’insegna del popolo, il giglio e il rastrello, senza alcuna aguglia: e giunti a Siena, l’imperadore li ricevette graziosamente, e costituilli alla guardia del suo corpo, perocchè gran confidanza avea de’ Fiorentini, e tra tutta sua gente non avea altrettanti cavalieri sì bene a cavallo nè sì bene armati: e in sua compagnia andarono, e stettono, e tornarono da Roma infino alla città di Siena, e ivi licenziati dall’imperadore si tornarono a Firenze. Abbiamo di questa lieve cosa fatta memoria, non tanto per lo fatto, quanto che fu cosa disusata e strana per lunghi tempi passati, vedere l’insegna del comune di Firenze a guardia dell’imperadore.

CAP. LXXXIX. Come l’imperadore si partì da Siena.