CAP. XXX. Come gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana tornarono dall’imperadore senza accordo.

In questi dì gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana ch’erano stati con l’eletto imperadore tornarono, avendo assai praticato sopra i patti e convenenze promesse per lo suo vececancelliere, non trovando con lui concordia per la brevità del termine, e per la povertà del detto eletto, tempellato dal consiglio de’ ghibellini che non si fidasse de’ guelfi; ma questa parte non ebbe in lui podere, che conoscea che la necessità lo strignea, volendo pervenire al suo onore, d’avere l’amore e la confidenza de’ guelfi d’Italia, e però non si rompeva e non riusciva a niuno effetto. In questo avvenne che ragionando con gli ambasciadori, l’uno de’ Fiorentini per corrotto parlare, tenendosi più savio che gli altri perchè avea maggiore stato in comune, riprendendo l’eletto imperadore, disse: voi filate molto sottile; l’imperadore che sapea la lingua latina conobbe l’indiscreta parola, e turbato temperò se medesimo, parendoli che l’imperiale maestà ricevesse ingiuria dall’indiscreta e vile parola; ma d’allora innanzi poco volle udire quel savio ambasciadore. E venuto il termine diputato a’ detti ambasciadori convenne che tornassono, lasciando la cosa sospesa da ogni parte.

CAP. XXXI. Come l’arcivescovo cercava pace co’ Toscani.

In questa sospensione, gli animi de’ Toscani e principalmente de’ Fiorentini si cominciarono a cambiare, veggendo ch’erano a nulla del loro proponimento; e in questo l’arcivescovo conoscendo che questi comuni di Toscana intendeano a muovere contro a lui gran cose, e veggendosi ributtato da’ Fiorentini e da’ Perugini, grave gli sarebbe a mantenere guerra in Toscana, e già sentiva che i suoi vicini Lombardi non si contentavano di vederlo troppo grande, pensò che per lui facea d’avere pace co’ Fiorentini e Toscani; e confidandosi molto in Lotto Gambacorti da Pisa che allora era amico de’ Fiorentini, fece muovere le parole e insistere in quelle. Il nostro comune conoscendo che della pace del tiranno poco si poteano confidare, nondimeno vedendo che colla Chiesa nè coll’imperadore non aveano potuto far quello che procuravano, diede a intendersi a questo trattato. E avendo l’arcivescovo a questa fine mandati suoi ambasciadori a Serezzana, il comune vi mandò prima religiosi per suoi ambasciadori, per sentire se la sposizione fosse con speranza d’alcuno frutto. E nondimeno ordinarono e mandarono gli altri ambasciadori a Trevigi, ov’era venuto il patriarca d’Aquilea fratello dell’eletto e altri ambasciadori dell’imperadore futuro per trattare le cose cominciate co’ comuni di Toscana. Lasceremo al presente l’ambasciate tanto che torni il loro frutto, e seguiteremo nell’altre cose la nostra materia.

CAP. XXXII. Come il prefetto da Vico fu fatto signore d’Orvieto.

I cittadini d’Orvieto rotti divisi e insanguinati per le cittadine discordie, e caduti nella forza de’ ghibellini, essendo naturali guelfi, voltandosi come l’infermo palpando, voltandosi ora da una parte ora dall’altra, alla fine per la sagacità del prefetto da Vico loro vicino fu fatto signore con certi patti; e messo nella città cominciò a far fare alcune paci, e rimise dentro de’ cittadini cacciati, e di fuori ritenne cui e’ volle, e la signoria reggea con poco contentamento del popolo, e patto promesso non osservava, sicchè non si vedeano alleggiati delle divisioni, nè delle nimistà cittadinesche, e vedendosi sottoposti al tiranno e signoreggiati da’ ghibellini. Ma dopo il fatto, aggiunta del vituperio è il pentersi; che la soma sotto il tirannesco giogo convenne loro portare. E questo avvenne all’uscita d’agosto del detto anno.

CAP. XXXIII. Novità state a Roma.

All’entrata del mese di settembre del detto anno, il rettore del popolo romano oltraggiato da Luca Savelli, e male ubbidito dal popolo, volle ragunare il parlamento per rinunziare la signoria. Nel popolo nacque dissensione, che chi volea che rinunziasse, e chi nò. In questa contenzione messer Rinaldo Orsini, ch’era senatore, prese l’arme, e seguitato dal popolo, cacciò di Roma Luca Savelli co’ suoi seguaci, ma poco stettono fuori, che si tornarono dentro. Il rettore volendo fortificare il popolo con ordini, acciocchè i principi non avessono soperchia audacia, fece richiedere il popolo per rioni a bocca, e appresso colla campana: e non raunandosi, prese sospetto della sua persona; e trovando in sua balia seimila fiorini d’oro, che la Chiesa avea donati al popolo per aiutare mantenere quell’uficio, e altri denari ch’egli avea accolti, si partì di Roma e andossene in Abruzzi, e comperato uno castello si stette nel paese, avendo abbandonata la snervata repubblica, meritandolo per la sua incostanza.

CAP. XXXIV. Come la gente del Biscione assediarono la Città di Castello.

All’uscita di questo mese, i cavalieri dell’arcivescovo di Milano stati ad Arezzo e consumato il loro contado se ne partirono, e andarono sopra la Città di Castello, rubando per lo paese amici e nimici. E stando ivi, per più riprese i castellani uscirono a loro per assalti e per aguati, facendo d’arme assai notevoli cose.