CAP. XXXV. Come i Fiorentini soccorsono Barga e sconfissono i Castracani.
Del mese d’ottobre del detto anno, essendo stata la terra di Barga in Garfagnana del comune di Firenze assediata quattro mesi e più da messer Francesco Castracani degl’Interminelli di Lucca coll’aiuto dell’arcivescovo di Milano, per modo che più non si potea tenere per difetto di vettuaglia, il comune di Firenze, quanto che quella terra gli fosse di grande costo e di piccola utilità, per non abbandonare gli amici ragunò a Pistoia seicento barbute e ventimila masnadieri, accomandati a messer Ramondo Lupo da Parma capitano di guerra, il quale maestrevolmente a dì 7 d’ottobre, la notte, si mosse colla gente e colla salmeria per la montagna di Pistoia, dando vista d’andarla a fornire da Sommacologna. E mandati cinquecento fanti con parte della salmeria per quella via, innanzi il dì traversò da Seravalle e misesi per la Valdinievole, e cavalcato per lo contado di Lucca, il dì di santa Reparata si trovò in Garfagnana nel piano dinanzi al Borgo a Mezzano in sul passo, dov’era messer Francesco con trecento cavalieri e con millecinquecento fanti buona gente d’arme alla guardia, il quale si mise fuori del borgo colle schiere fatte, prendendo l’avvantaggio del terreno. Il capitano de’ Fiorentini avendo confortata la sua gente di ben fare, in sull’ora del mezzo dì percosse a’ nimici con sì fatto empito, che in poca d’ora gli ebbe rotti e sbarattati, e morti da cinquanta in sul campo, e centoventi n’ebbono a prigioni, e tolto l’arme e’ cavalli li lasciarono alla fede. E preso il Borgo a Mezzano, messer Francesco campato della battaglia si fuggì in Uzzano. I Fiorentini coll’empìto di questa vittoria senza arresto se n’andarono a Barga, e trovando abbandonati i battifolli, ch’erano quattro, gli presono e arsono, e la vittuaglia ch’aveano portata e la guadagnata misono in Barga, e fornitala doppiamente, tornati per la via ond’erano andati, con vittoria se ne tornarono e Pistoia.
CAP. XXXVI. Come si difese il borgo d’Arezzo per i Fiorentini.
In questi dì, sentendo i cavalieri dell’arcivescovo ch’erano alla Città di Castello come i cavalieri de’ Fiorentini erano andati a Barga, tornarono ad Arezzo milleottocento cavalieri e puosonsi a Quarata. Cento de’ cavalieri de’ Fiorentini che tornavano da Perugia albergarono la notte nel borgo d’Arezzo, ove molti contadini erano rifuggiti col loro bestiame per paura de’ nimici; la cavalleria del Biscione si strinse al borgo, assalendolo aspramente per modo, che i cittadini l’abbandonarono; e sarebbe perduto, se non ch’e’ cento cavalieri de’ Fiorentini francamente il difesono, e alla ritratta de’ nimici uscirono fuori del borgo, e feciono alla codazza danno e vergogna.
CAP. XXXVII. D’un segno mirabile ch’apparve.
Nel detto anno, a dì 12 d’ottobre, venerdì sera tramontato il sole, si mosse tra gherbino e mezzogiorno una massa grandissima di vapori infocata, la quale ardeva con sì gran fiamma, che tutto il cielo di sopra e la terra alluminava maravigliosamente, e alla nostra vista valicò sopra la città di Firenze, e così parve a tutti i cittadini di catuna città d’Italia. E perchè fosse in somma altezza pareva agli uomini in catuna parte che dovesse toccare le sommità delle torri e le cime degli alberi; e spesso gittava fuori di se grandi brandoni di fuoco, che parea che cadessono in terra. E il suo corso fu tanto veloce fra tramontana e greco, che a tutti gl’Italiani, e a quelli del mare Adriatico, e a’ Friolani, e agli Schiavoni e Ungheri, e ad altri popoli più lontani, apparve valicando in quella medesima ora che a noi, e catuno stimava che ivi presso dovesse essere data in terra. Com’ebbe di subito valicata la nostra vista, essendo il cielo sereno senza alcuna macchia di nuvoli, a’ nostri orecchi pervenne un tonitruo grandissimo steso tremolante, il quale tenne sospesi gli orecchi lungamente non come tuono consueto, ma come voce di terremuoto, e dopo il tuono rimase l’aria quieta e serena, e così in ogni parte s’udì questa voce dopo il valicamento della massa. Questo segno fece molto maravigliare la gente, eziandio i più savi, non meno per la novità del tuono che per la grande massa del fuoco. Dissono alquanti sperti, che quello infocamento de’ vapori, o cometa o Asub che si fosse, che ella fu nel cielo in somma altezza in quello di Marte: ed era sì grande, che se venuta fosse a terra avrebbe coperta tutta l’Italia e maggiore paese. Vedemmo seguire in quest’anno diminuzioni d’acque, che dal maggio all’ottobre non furono acque che rigassono la terra, se con tempesta di gragnola e fortuna di disordinati venti non venne, e di quelle niuna che con frutto nella terra entrasse.
CAP. XXXVIII. Come i Tarlati arsono il Borgo di Figghine.
Messer Piero Sacconi de’ Tarlati d’età di più di novant’anni, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e’ Pazzi di Valdarno con alquanti degli Ubaldini, avendo al loro servigio le masnade de’ cavalieri dell’arcivescovo di Milano, a dì 12 d’ottobre del detto anno si mossono da Quarata con duemila cavalieri, e duemilacinquecento pedoni, e la domenica mattina, a dì 14 d’ottobre, colle schiere fatte, coperti da una grossa nebbia, valicarono Montevarchi, e lungo la riva d’Arno vennono fino all’Ancisa, e di là girarono ed entrarono nel borgo di Figghine: il quale per la subita venuta non era sgombro, ma pieno di masserizie, e di vittuaglia e di bestiame senza difesa, che ogni uomo avea inteso a guardare la persona. Il castello e il castelluccio de’ Benzi erano forniti e pieni di gente alla difesa, e però non tentarono d’assalirli. In Firenze avea poca gente d’arme, che ancora non era tornata l’oste che andò a Barga; quelli che si poterono avere cavalcarono all’Ancisa. I nemici stettono nel borgo di Figghine la domenica e il lunedì, e raccolsono la preda, lasciando la vittuaglia. E durando la grossa nebbia continuamente, il martedì mattina affocate le case del borgo si partirono senza alcuno impedimento; e prima ebbono preso e arso il Tartagliese, che quelli delle castella di Figghine sapessono la loro partita, o che il borgo fosse infocato, tanto ingrossava il fumo la nebbia, che tolto era loro del foco ogni vista. Allora corsono al borgo a spegnere il fuoco, ma tardi, per la maggior parte. Il danno fu grande, e la vergogna non minore, avendo liberata Barga in Garfagnana, e perduto e arso il borgo di Figghine; ma tornò in bene, che fu cagione di fare una forte e grossa e buona terra, come appresso a suo tempo racconteremo. I cavalieri dell’arcivescovo si tornarono ad Arezzo, e posonsi fuori della porta alla fonte Guinizzelli, e tribolato alcuno tempo da capo il loro contado si divisono per vernare tra gli amici del Biscione, e parte se ne tornò a Milano.
CAP. XXXIX. Come gli usciti di Montepulciano venuti alla terra ne furono poi cacciati.
A dì 2 del mese di novembre del detto anno, messer Iacopo della casa de’ Cavalieri di Montepulciano, poco innanzi cacciato della terra perchè ne volea essere signore, avendo cento cavalieri dell’arcivescovo, e accolti altri cavalieri e fanti a piè di sua amistà, corrotto per moneta un notaio da Sanminiato del Tedesco ch’era sopra la guardia, e alcuni di quelle guardie, un venerdì notte spezzò una delle porte, e con tutta sua gente entrò nella terra, e fu in sulla piazza; e levato il romore, messer Niccolò suo consorto cavaliere di grande ardire di presente fu all’arme, e montato a cavallo con pochi compagni, subitamente senza attendere aiuto sì fedì tra costoro, e ravviligli sì forte, che non feciono resistenza, ma volti in fuga, messer Iacopo s’uscì della terra con venticinque cavalieri; gli altri errando per la terra, desto il popolo, furono presi, che furon settantacinque cavalieri, e il notaio colle guardie, de’ quali venticinque ne furono impiccati, col notaio, e gli altri smozzicati. Montepulciano fu libero per questa volta, ma cagione fu appresso della loro suggezione, come seguendo si potrà trovare.