CAP. LX. Come i Genovesi venderono Tripoli.
I Genovesi ch’aveano preso Tripoli di Barberia, come addietro abbiamo narrato, e non avendo potuto avere risposta dal loro comune quello che della città si facessono, cercarono di venderla per danari a’ baroni saracini che v’erano di presso, e niuno trovarono che vi volesse intendere. Era a quel tempo signore dell’isola di Gerbi un Saracino ricco e di gran cuore; costui intese a volerla comperare, e trattato il mercato, ne diè a’ Genovesi cinquantamila doble d’oro; e ricevuto il pagamento e la tenuta della città, e sceltisi de’ cittadini uomini e femmine e fanciulle cui e’ vollono, gli altri lasciarono colla città spogliata d’ogni bene; e raccolti in su le loro quindici galee piene d’arnesi e di gran tesoro partironsi del paese, e lungamente stettono ora in una parte ora in un’altra, tanto che il loro comune fu rassicurato de’ loro cittadini ch’erano in Alessandria e in Tunisi, che per questa novità di Tripoli non aveano ricevuto danno, allora ribandirono quelli delle galee, i quali aveano sbanditi per lo fallo commesso, e dierono loro licenza che potessono tornare a Genova, quando tre mesi alle loro spese avessono guerreggiate le marine di Catalogna; i quali fatto il servigio tornarono a Genova, e riempierono la città di schiavi e schiave saracine, e di molto tesoro acquistato con gran tradimento, ma per giusto giudicio di Dio in breve tempo capitarono quasi tutti male, rimanendo in povero stato.
CAP. LXI. Come gli usciti di Lucca tentarono di far guerra.
Essendo per le novità sopravvenute all’imperadore in Pisa perduta agli usciti di Lucca la speranza d’essere liberati dal giogo de’ Pisani, secondo il trattato di cui era scorsa la fama; e veduto come fortuna avea fatti signori della città le piccole reliquie de’ Lucchesi ch’erano nella città in una giornata, per un poco d’ardire ch’aveano dimostrato, se da loro medesimi non fossono stati traditi, come detto è, trovandosi gli usciti avere ragunata alcuna moneta per la detta cagione della speranza dell’imperadore, e parendo loro ch’e’ Pisani fossono in dubbioso stato, s’intesono insieme i guelfi co’ ghibellini, e’ figliuoli di Castruccio ch’erano in Lombardia promisono a tutti i caporali delle famiglie guelfe uscite di Lucca nella loro fede, che contro alla loro origine e’ si farebbono guelfi per trarre di tanto servaggio la loro città; e trattarono con loro di fare ogni loro sforzo con buona punga per rientrare in Lucca, e catuno promise di fornirsi di gente per loro aiuto, e di cavalli e d’armi per fornire loro impresa. E sentendo i Pisani questo apparecchiamento, si provvidono sollecitamente al riparo. Le cose procedettono e seguirono al loro fine come degnamente meritarono, e tosto ci verrà il tempo da raccontarlo.
CAP. LXII. Conta della gran compagnia di Puglia.
Avvedendosi quelli della compagnia ch’erano in Terra di Lavoro, che il re nè i suoi baroni mettevano alcuno riparo contro a loro, presono maggiore baldanza, e raccolti insieme se ne vennero verso Napoli, e posonsi a campo a Giuliano tra Aversa e Napoli, presso a Napoli a quattro miglia di piano, e domandavano al re danari senza fare guasto. Allora i Napoletani vedendo che il re non si movea, si mossono da loro, e accolsono de’ paesani e de’ forestieri una quantità di cavalieri, e feciono capo il conte camarlingo, e ’l conte di san Severino e l’ammiraglio di volontà del re; nondimeno costoro non uscivano di Napoli a riparare le cavalcate della compagnia e sturbavano l’accordo, che si cercava di dare loro danari. Per la qual cosa i Napoletani temendo di ricevere il guasto, di che la compagnia gli minacciava, a dì 12 di Luglio del detto anno s’armarono a cavallo e a piè romoreggiando, e minacciando i baroni che non lasciavano fare l’accordo colla compagnia. I baroni erano forti da loro, e aveano con seco i forestieri armati, sicchè poco curavano le minacce o le mostre de’ Napoletani, e avvedendosene i Napoletani, posono giù l’arme, e se n’acquetarono. Nondimeno il re mostrando di fare al movimento de’ Napoletani l’accordo, vedendosi l’oste di presso addosso, per schifare maggiore pericolo, trattò di dare loro fiorini centoventimila in certi termini, e per questo si levarono da Giuliano, e dilungaronsi da Napoli, paesando e vivendo alle spese de’ paesani. L’effetto di questo trattato ebbe mutamenti con danno de’ regnicoli innanzi che si traesse a fine, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. LXIII. Come il gran siniscalco condusse mille barbute contro alla compagnia, ond’ella s’accrebbe.
Mentre che queste cose si trattavano in Napoli, il gran siniscalco del Regno messer Niccola Acciaiuoli di Firenze essendo stato in Toscana, e in Romagna e nella Marca accogliendo gente d’arme, s’era con essa messo a cammino: e giunto alla città di Sulmona con mille barbute di gente tedesca e oltramontana, fè sentire al re la sua venuta; il re richiese i baroni per volersi combattere colla compagnia venendo contro a’ patti promessi: ma la cosa venne dilatando e prendendo indugio, e nel soprastare il caldo appetito del re venne raffreddando, e ancora de’ suoi baroni, e il termine delle paghe de’ soldati menati per lo gran siniscalco cominciò a venire; e non essendo il re mobolato da poterli pagare e riconducere per innanzi, assai se ne partirono dal servigio del re. e andarsene alla compagnia, e fecionla maggiore.
CAP. LXIV. Come gli usciti di Lucca s’accolsono senza far nulla.
Ritornando nostra materia al fatto degli usciti di Lucca, que’ caporali ch’erano a soldo del comune di Firenze, con le loro bandiere appresentandosi al tempo ordinato tra loro, cominciò la cosa a pubblicarsi in Firenze. Quando il comune sentì questo, incontanente tutti gli cassò dal suo soldo, e comandò loro sotto pena della vita, che niuna ragunata di gente facessono nel contado o distretto di Firenze, e contradisse a tutti i cittadini e contadini sotto pena dell’avere e della persona, che niuno aiuto o favore si desse loro, perocchè non volea il nostro comune rompere per niuna cagione la pace ch’avea co’ Pisani. Nondimeno i Lucchesi guelfi ch’erano in Toscana, con loro sforzo s’accolsono in certo luogo in sù quello di Lucca, e ivi si trovarono con dugento cavalieri e con molti masnadieri che gli seguitavano per speranza di guadagnare. I conducitori furono Obizzi e Salamoncelli, e attendeano che dall’altra parte, com’era ordinato, venissono i figliuoli di Castruccio con gli usciti ghibellini, e col popolo di Lunigiana e Garfagnana. I Pisani sentendo che gli usciti di Lucca si cominciavano a ragunare, cacciarono di Lucca tutti i cittadini ch’aveano alcuna apparenza, e mandaronvi per comune i due quartieri di Pisa alla guardia, e con grande studio si fornirono di gente d’arme alla difesa. I figliuoli di Castruccio non attennono la promessa al termine, per la qual cosa gli usciti guelfi soprastati al termine più di due dì, e non avendo novelle che venissono, si cominciarono a sfilare, e senza ordine tornare catuno a casa con poco onore. Abbianne fatto memoria non per lo fatto, che nol meritava, ma perchè in quel tempo che questo fu, erano quarantadue anni ch’e’ Lucchesi guelfi erano stati fuori della loro città, e mai non aveano fatta altrettanta vista per cercare di volere tornare in Lucca, come a questa volta.