LIBRO QUINTO Qui comincia il quinto libro della Cronica di Matteo Villani; e prima il Prologo.
CAPITOLO PRIMO.
Chiunque considera con spedita e libera mente il pervenire a’ magnifici e supremi titoli degli onori mondani, troverà che più paiono mirabili innanzi al fatto e di lungi da quello, che nella presenza della desiderata ambizione e gloria: e questo avviene, perchè il sommo stato delle cose mobili e mortali, venuto al termine dell’ottato fine, invilisce, perocchè non può empiere la mente dell’animo immortale; ancora si fa più vile, se con somma virtù non si governa e regge; ma quando s’aggiugne a’ vizi, l’ottata signoria diventa incomportabile tirannia, e muta il glorioso titolo in ispaventevole tremore de’ sudditi popoli. Ma perocchè ogni signoria procede ed è data da Dio in questo mondo, assai è manifesto, che per i peccati de’ popoli regna l’iniquo. L’imperial nome sormonta gli altri per somma magnificenza, al qual solea ubbidire tutte le nazioni dell’universo, ma a’ nostri tempi gl’infedeli hanno quello in dispregio, e nella parte posseduta per i cristiani tanti sono i potenti re, signori, e tiranni, comuni, e popoli che non l’ubbidiscono, che piccolissima parte ne rimane alla sua suggezione; la qual cosa estimano ch’avvenga principalmente dalla divina disposizione, il cui provvedimento e consiglio non è nella podestà dell’intelletto umano. Ancora n’è forse cagione non piccola l’imperiale elezione trasportata ai sette principi d’Alamagna, i quali hanno continovato lungamente a eleggere e promuovere all’imperio signori di loro lingua, i quali colla forza teutonica, e col consiglio indiscreto e movimento furioso di quella gente barbara hanno voluto reggere e governare il romano imperio; la qual cosa è strana da quel popolo italiano che a tutto l’universo diede le sue leggi, e’ buoni costumi e la disciplina militare: e mancando a’ Tedeschi le principali parti che si richieggono all’imperiale governamento, non è maraviglia perchè mancata sia la somma signoria di quello. E stringendone l’usata materia a fare principio al quinto libro, la coronazione di Carlo di Luzimborgo, e quanto di quella seguitò in brevissimo tempo, sieno in parte esempio di quello che narrato avemo nella presente rubrica.
CAP. II. Come messer Carlo di Luzimborgo fu coronato imperadore de’ Romani.
Domenica mattina a dì 5 del mese d’aprile, gli anni Domini 1355 dalla sua salutevole incarnazione, il dì della Resurrezione di Cristo, essendo il cardinale d’Ostia legato del papa a fare la consecrazione dell’imperadore con molti prelati nella basilica di san Pietro, l’eletto Carlo sopraddetto giugnendo a san Pietro co’ Romani, e colla grande cavalleria e moltitudine di popolo che l’aveano accompagnato, scavalcato colla sua donna, furono ricevuti nella chiesa con grande tumulto di stromenti, e allegrezza e festa di catuna gente. E incontanente ch’egli fu in san Pietro, com’egli avea ordinato, molti cavalieri armati tramezzarono tra la sua persona e della donna con alquanti più confidenti prelati ch’erano all’uficio dell’altare, e l’altro popolo riempierono sì il mezzo della grande basilica che niuno potea valicare verso l’altare, o vedere la sua consacrazione, salvo i prelati e coloro ch’erano in compagnia con l’eletto. E celebrato l’uficio della solenne messa, spogliato l’eletto de’ suoi primi vestimenti, e stando a piè dell’altare, ricevuta la sagra unzione, e confessata la sua cattolica fede, con quelle cerimonie che l’usanza richiede, fu vestito dell’imperiali vestimenta, e consecrato dal cardinale; per lo prefetto di Vico, in chi sta l’uficio d’incoronare, gli fu messo la corona dell’oro imperiale, ed egli incoronò l’imperatrice. E fatta la solennità della sua coronazione, l’imperadore nella maestà imperiale montò in su uno grande e nobile destriere, portando nella mano destra un bastone d’oro, e nella sinistra una palla d’oro ivi suso una crocetta di sopra, e sotto nobilissimi palii d’oro e di seta, addestrato da’ principi romani e da altri nobili signori alla sella e al freno e d’intorno, e appresso a lui l’imperadrice, con grande allegrezza e festa furono condotti per la città di Roma a san Giovanni Laterano, ov’era fatto l’apparecchiamento per desinare; e ivi smontati, con grande reverenza andarono a vicitare l’altare: e già valicata l’ora di nona, si posono a mangiare: e fatta la desinea, l’imperadore e l’imperadrice, con poca compagnia di loro gente, mutato l’abito dell’imperiale maestà, montarono a cavallo, e andarono ad albergare fuori della città di Roma a san Lorenzo tra le vigne: e questo fece per ubbidire al comandamento a lui fatto dal santo padre, che coronato che fosse, non dovesse albergare in Roma. A questa coronazione si trovarono cinquemila tra baroni e cavalieri alamanni, i più Boemi, e più di diecimila Italiani vi furono a cavallo, tutti al servigio e a fare onore all’imperadore. E niuno contrario o sospetto a lui si trovò in Italia, per l’umile venuta e savia pratica che tenne, di non essere partefice e di non seguire il consiglio de’ ghibellini come i suoi antecessori, cosa maravigliosa e non udita, addietro per molti tempi. E partito l’imperadore da san Lorenzo con minore compagnia se n’andò a Tivoli per osservare alcuna ceremonia debita a’ novelli imperadori; incontanente tutta la cavalleria si cominciò a partire da Roma, e venire verso Siena e Pisa, e chi a ritrarsi verso la Magna. Lasceremo alquanto l’imperadore e la sua cavalleria al cammino, e seguiremo d’altre novità strane, che in questi giorni s’apparecchiano alla nostra materia.
CAP. III. Come messer Ruberto di Durazzo prese per furto il Balzo in Provenza.
Quello che seguita essendo molto strano dalla schiatta reale, ci fa manifesto, che dove la necessità regna, rade volte s’aggiugne la ragione. Messer Ruberto, figliuolo che fu di messer Gianni duca di Durazzo, nipote del re Ruberto, tornato di prigione d’Ungheria, e male provveduto dal re Luigi suo cugino, se n’andò in Francia; e servendo il re alle sue spese, non essendo provveduto da lui tornò in Provenza; e ivi, per mantenersi a onore, gravati gli amici e’ parenti, consumò ciò ch’egli avea: e venuto a tanto che non potea mantenere quattro scudieri, si pensò di fare male; e non avendo da se la forza, s’accostò col sire della Guardia, a cui manifestò il suo pensiero, e richieselo d’aiuto. Costui, ch’era uomo atto alla guerra più ch’al riposo, disse di seguirlo volentieri, e accolsono ottanta cavalieri, e provvidonsi di scale; e una notte, a dì 6 d’aprile del detto anno, essendo il forte castello del Balzo in Provenza senza alcuno sospetto, e ’l signore del Balzo nel Regno in cortese guardia del re, messer Ruberto vi s’entrò dentro, e senza contasto prese il castello e la rocca inespugnabile. Sentendosi la novella in corte, il papa e’ cardinali se ne turbarono forte, salvo il cardinale di Pelagorga ch’era suo zio, il quale con seguito di certi cardinali di sua setta lo scusavano in concestoro, e segretamente l’atavano per modo, che in pochi dì ebbe nel Balzo trecento cavalieri e cinquecento fanti armati, e cominciò a correre il paese e fare preda fin presso Avignone, non senza sospetto del papa, e de’ cardinali, e di tutta la Provenza.
CAP. IV. Come i Provenzali s’accolsono per porre l’assedio al Balzo.
Essendo questa cosa divolgata per la Provenza, i baroni del paese ch’amavano la casa del Balzo, e temeano delle loro castella per lo male esempio, senza essere richiesti da altro signore fece catuno suo sforzo, e trassero con cavalieri e fanti che poterono fare al Balzo, e in pochi giorni vi si trovarono ottocento cavalieri e gran popolo: e dato ordine tra loro, tennono assediato il castello e la gente che dentro v’era. La novella andò di subito a Napoli al conte d’Avellino signore del Balzo, il quale di presente il disse al re; ond’egli si turbò forte, e incontanente licenziò il conte, e rimandollo in Provenza, profferendogli il suo aiuto: il conte si mise in fretta al suo viaggio. Il papa e’ cardinali erano in turbazione colla setta di quelli di Pelagorga, la qual cosa conturbava non poco la corte e tutta la Provenza. Lasceremo al presente la materia del Balzo, e trapasseremo alle novità che occorsono in Italia innanzi che il Balzo si racquistasse.