CAP. V. Come si comincio l’izza da messer Galeazzo Visconti a messer Giovanni da Oleggio.

Messer Giovanni da Oleggio vicario di Bologna per messer Maffiolo de’ Visconti di Milano, innanzi che l’arcivescovo avesse presa Bologna era provveduto dal detto arcivescovo, del quale si credea che fosse figliuolo, tra altre utili possessioni d’un castello grande e nobile chiamato...., del quale messer Giovanni avea buona rendita: il castello vicinava con certe terre di messer Galeazzo Visconti. Avvenne, che messer Giovanni s’intendea in Milano d’amore con alcuna donna la quale nel segreto era al servigio di messer Galeazzo, il quale accorgendosi di messer Giovanni, l’ebbe a sdegno, e senza altro dimostramento della cagione prese izza contro a lui, e messer Giovanni sforzandosi di fargli onore nol potea contentare: infine gli tolse il castello, più per fargli dispetto che per altra cagione. Della qual cosa messer Giovanni non s’osò rammaricare nè dolere, ma di questo nacque poi maggiore novità quando messer Giovanni si rubellò alla casa de’ Visconti, come leggendo appresso si potrà trovare.

CAP. VI. Come il capitano di Forlì sconfisse gente della Chiesa.

Del mese d’aprile del detto anno, il capitano di Forlì cavalcava nella Marca, e avea in sua compagnia dugento cavalieri i più gentili uomini giovani, i quali erano con lui per amore a sua provvisione. Il capitano della gente d’arme della Chiesa seppe l’andata del capitano di Forlì, e di notte gli si fece incontro, e misegli un aguato di quattrocento cavalieri. Il capitano di Forlì, innanzi che fosse al passo dell’aguato, per sue spie seppe come i nemici in quantità di quattrocento cavalieri l’attendeano di presso; egli era in parte ch’el si poteva tornare addietro salvamente, ma pensando che ciò gli tornerebbe a vergogna, avendo l’animo grande, e giovani cavalieri con seco pro’ e arditi, diliberò con loro d’andare ad assalire i nemici, non ostante che gran vantaggio avessono del numero della gente e del terreno; fece cento feditori ch’andassono innanzi a cominciare la zuffa, i quali si mossono in un fiotto, e dirizzaronsi al cammino verso l’aguato, a modo come se ’l capitano fosse tra loro. I nemici pensandogli raccogliere a mansalva uscirono loro addosso, credendo che vi fosse il capitano di Forlì. I cento cavalieri, vedendo venire verso loro tutto l’aguato, strettamente con grande ardire, sì fedirono tra loro sì virtuosamente, che gli feciono invilire; e vedendo come francamente sosteneano contro a loro, temettono che il capitano con maggior forza non venisse loro addosso; e vedendo dalla lunga apparire gente al loro soccorso, e che questi cento cavalieri tanto francamente si sosteneano, innanzi che il capitano giugnesse ruppono; e giugnendo il capitano di Forlì al soccorso de’ suoi, trovò rotti i nemici, e perseguitandoli, prese dugento cavalieri e più di quell’aguato, e raccolta la preda, vittoriosamente fornì il suo viaggio.

CAP. VII. Come messer Filippo di Taranto prese per moglie la figliuola del duca di Calavria.

Essendo dama Maria, sirocchia della reina Giovanna figliuola del duca di Calavria, rimasa vedova di due mariti tagliati a ghiado, che l’uno fu il duca di Durazzo, l’altro Ruberto figliuolo del conte d’Avellino, de’ quali innanzi è fatta menzione, essendo così vedova, del mese d’aprile, ella e messer Filippo di Taranto fratello carnale del re Luigi senza moglie, non ostante ch’ella fosse figliuola di suo cugino carnale e stata moglie del duca suo cugino, senza alcuna dispensazione, con volontà e consiglio del detto re e della reina Giovanna sua sirocchia, per nome di matrimonio si congiunsono insieme; e dopo la loro congiunzione e maritaggio, il detto messer Filippo andò a corte di Roma a Avignone al papa per avere la dispensagione. Il papa ebbe questa cosa molto a grave, e il collegio de’ cardinali, e fu da loro messer Filippo mal veduto, e dimorò in corte e in Provenza lungamente, adoperando cose da piacere al papa per potere avere la dispensazione a lui più volte negata. Infine dopo lungo dimoro, caricato il papa dal re e dalla reina, che questa vergogna non rimanesse nella casa reale, infine per lo meno male, e per ricoprire quello vituperio, concedette la detta dispensagione.

CAP. VIII. Come Massa e Montepulciano non ricevettono i vicari del patriarca.

In questi dì, essendo l’imperadore a Roma, i Massetani, e’ Montepulcianesi, e que’ di Grosseto, che soleano ubbidire al comune di Siena, avendo sentiti i romori della città, e l’abbattimento dell’ordine de’ nove e di tutti gli ufici del comune mandandovi il vicario dell’imperadore per riprendere la signoria di quelle terre, catuna si ritenne senza volere ricevere la signoria del vicario, volendo prima vedere come la città di Siena si dovea riposare. E di questa novità il minuto popolo e gli artefici ch’aveano abbattuto l’ordine de’ nove, che di ciò erano contenti, furono turbati assai, e presono cagione d’intendersi insieme, onde poi seguirono gravi revoluzioni, come al suo tempo appresso racconteremo.

CAP. IX. Come i Visconti tolsono a messer Giovanni da Oleggio il suo castello.

Essendo messer Giovanni de’ Peppoli che vendè Bologna molto confidente a messer Galeazzo Visconti, per accattare benivolenza a’ suoi amici da Bologna da messer Giovanni da Oleggio che n’era vicario operò tanto, che messer Galeazzo gli rendè la grazia sua, e il castello, che per sdegno gli avea tolto; la qual cosa fu a messer Giovanni da Oleggio a grado, e di presente si provvide di ricchi doni, e mandolli a messer Galeazzo, il quale gli ricevette graziosamente. Messer Maffiolo vedendo che messer Giovanni era tornato nella grazia di messer Galeazzo, incominciò a prendere sconfidanza di lui, e inanimossi di rimuoverlo del vicariato di Bologna, e il suo proprio castello ch’avea riavuto da messer Galeazzo recò cortesemente al suo governamento, e certa provvisione ch’egli era usato di fare ogni anno a messer Giovanni per i servigi che ricevea da lui cominciò a sostenere con dissimulazioni. E parendogli che messer Giovanni ubbidisse più gli altri suoi fratelli che se, avendo intendimento di mutarlo e trarlo di Bologna, copria il suo intendimento con povero consiglio, che non sapea più; ma colui con cui egli avea a fare era uomo astuto e avvisato, e però il fine andò tutto per altro modo che messer Maffiolo e’ fratelli non pensarono, come leggendo innanzi si potrà vedere.