CAP. X. Andamenti della gran compagnia.
Essendo lungamente stata in Puglia la compagnia del conte di Lando, favoreggiata dal duca di Durazzo e dal conte Paladino in vergogna della corona, perchè dal re erano stati mal trattati, del mese di maggio la condussono in Terra di Lavoro, e misonsi a Serni e a Matalona, facendo per lo paese danni di ruberie e di prede quanto più poteano, senza trovare fuori delle mura delle terre alcuno contasto: e appresso feciono più parti di loro, e sparsonsi per lo paese facendo danni assai, come per i tempi innanzi si racconteranno.
CAP. XI. Come il re di Tunisi fu morto.
Innanzi ch’e’ Genovesi prendessono Tripoli di Barberia, il re di Tunisi avendo assai figliuoli di diverse donne, com’è usanza de’ saracini, i quali figliuoli male ordinati, non volendo che la successione del regno venisse a quel loro fratello a cui il re intendea di lasciare la reale signoria, trattarono e misono ad esecuzione la violente morte del re loro padre; e rimanendo il reame in vacazione, i baroni occuparono chi in un paese e chi in un altro le possessioni e ragioni del reame; e nondimeno alcuni de’ piccoli figliuoli del re che non era partefice al patricidio feciono re, il quale possedea Tunisi e parte del reame, ma non l’occupava. In quel tempo avvenne, ch’un figliuolo d’un fabbro saracino, essendo sperto, e ben parlante, e di grand’animo, ebbe cuore, trovandosi in Tunisi, d’occupare la città con tirannia; ed essendovi grande per la sua eloquenza, per la sua industria se ne fece signore, e reggea e governava quel popolo e quell’antica città a suo volere, senza lasciarli ritornare alla debita signoria del re di Tunisi; e per lo male stato di quello reame non era chi lo repugnasse. Per la qual cosa avvenne, che certi Genovesi ch’aveano veduto il reggimento di quel tiranno, e sentito com’egli era in odio al re di Tunisi e a’ suoi baroni, da cui non avrebbe soccorso, e il gran tesoro ch’era in quel popolo, si pensarono di prendere per ingegno e per forza quella città, come poi venne loro fatto, secondo che appresso leggendo si potrà trovare.
CAP. XII. Come messer Giovanni da Oleggio rubellò Bologna.
Noi abbiamo poco addietro narrato come messer Maffiolo de’ Visconti di Milano, nella cui parte era venuta la città di Bologna, avea preso sospetto di messer Giovanni da Oleggio suo vicario, e provvedeasi segretamente a rimuoverlo; e parendogli tempo, mandò a Bologna messer Galeazzo de’ Pigli da Modena con certa famiglia, acciocchè prendesse da messer Giovanni la signoria, e rimanesse suo vicario in Bologna, e a messer Giovanni scrisse, ch’assegnato ch’avesse al nuovo vicario la tenuta e la signoria, che se ne tornasse a Milano, facendogli assai larghe offerte. E giunto in Bologna messer Galeazzo, fu da messer Giovanni ricevuto graziosamente nella prima apparenza, e per mostrarsi fedele e ubbidiente al suo signore, di presente fece assegnare la rocca e la guardia della porta di verso Modena a uno Milanese, di cui messer Maffiolo n’avea fatto castellano. Questo si crede che facesse piuttosto per poter meglio trattare l’altre cose che gli bollivano nell’animo, che per semplice disposizione d’ubbidienza. E vedendosi egli allo stremo partito, lavorava dentro con grande angoscia dell’animo, e non avea con cui confidentemente potersi consigliare; e dall’una parte il premea la fede promessa alla casa de’ Visconti di cui e’ si tenea per nazione, ma più per i grandi onori e per lo stato ov’era pervenuto di piccolo grande, per i beneficii ricevuti da’ suoi signori; e dall’altro lato tempellava la mente l’ambizione della signoria che gli convenia lasciare, e lo sdegno che già sentiva preso per messer Maffiolo gli generava paura che lasciata la signoria e’ non fosse mal trattato, e però, ma più l’appetito della signoria, il fece diliberare di mettersi innanzi a ogni pericolo di sua fortuna, che di lasciare così grande signoria com’egli avea tra le mani, e ogni fede promessa, e tutte l’altre ragioni di sua natura, e d’onori e di beneficii ricevuti mise addietro per niente. E avendo in se medesimo così diliberato, ebbe a se messer Galeazzo nuovo vicario, e fecegli vedere con belle ragioni, come la subita revoluzione della signoria di Bologna era di gran pericolo, e maggiormente perchè sapea che ’l marchese di Ferrara avea accolto gente d’arme, e manifesto era per l’aspre cose ch’egli avea fatte a’ Bolognesi ch’elli erano mal contenti; e però consigliava, ch’egli prima andasse a prendere le tenute delle castella di fuori, e quelle rifornisse e provvedesse di buona guardia, e fatto questo, senza pericolo potea sicuramente ricevere la signoria. Costui ignorante del baratto seguitò il consiglio di messer Giovanni, e prese le masnade ch’avea in Bologna a cavallo e a piè, e’ nuovi castellani e le lettere del comandamento, ch’e’ castellani e l’altre masnade dovessono ubbidire al nuovo vicario; e messolo fuori della città di Bologna, incontanente messer Giovanni mandò pe’ rettori e per tutti gli uficiali ch’erano in Bologna, catuno per se, e come veniano a lui, gli facea mettere in certa camera del suo palagio in salva guardia: e com’ebbe raccolti tutti i rettori, e uficiali in quella sera, mandò per tutti i maggiori cittadini di Bologna grandi e popolani, e per coloro cui egli avea più serviti e meno gravati, e raunatili insieme nel suo palagio, essendo già assai infra la notte, disse, com’egli col loro aiuto intendea di volere torre la signoria di Bologna a messer Maffiolo e agli altri suoi fratelli signori di Milano, e voleala tenere per se, promettendo di trattare benignamente grandi e popolani, e d’alleggiare i cittadini dal disordinato giogo, che a petizione di que’ tiranni era stato costretto di tenere loro addosso contro a sua volontà; scusando se, che come sottoposto al duro comandamento avea fatte assai aspre e crudeli cose a que’ cittadini, facendole contro alla sua natura e all’animo suo per ubbidire a’ crudeli tiranni, a cui non avea potuto fare resistenza, ma da quinci innanzi intendea trattarli come fratelli, e ne daria loro un segnale, mettendo il governamento della cittadinanza nelle loro mani. I cittadini paurosi per l’usata tirannia, temendo che ’l parlare di messer Giovanni non fosse per tentarli della loro fedeltà, dimostrarono e rispuosono di concordia, ch’elli erano apparecchiati a mantenere a lui e a’ suoi signori la fede promessa. Messer Giovanni vedendo la ferma risposta de’ cittadini, e temendo il pericolo della brevità del tempo, con aspre parole cominciò a minacciare i cittadini, dicendo, che parlava aperto e non per tentarli, e che poteano bene comprendere, che in questo punto a lui convenia prendere o lasciare la signoria, ed egli per suo vantaggio, e per trarre loro del servaggio, volea fare con loro consentimento quello ch’avea loro proposto e ragionato: ma poichè vedea tanta follia nelle cieche menti di que’ cittadini, disse, che contro a loro e contro agli altri che non v’erano farebbe aspre e dure cose infino alla morte di catuno, e la città arderebbe e lascerebbe desolata. E questo dimostrava con tanto infocamento d’animo, che manifesto fu a tutti ch’e’ parlava da dovero e non per alcuna tentazione. Allora presono tra loro consiglio, e dissono: Signor nostro, che aiuto vi possiamo noi fare, essendo senz’arme? messer Giovanni disse, che volea ch’eglino il chiamassono signore, e in quella notte farebbe a catuno rendere l’armi: ed eglino il feciono, e l’armi furono rendute in quella notte a chi le volle. La mattina messer Giovanni mandò per i conestabili de’ soldati da cavallo e da piè, e disse, che volea il saramento da loro a se come signore di Bologna, e chi fare nol volesse di presente si partisse di Bologna, e del contado e del suo distretto, a pena della testa; giurarono a lui le due parti, e gli altri si partirono, e di presente uscirono del paese: e tutti gli uficiali ch’egli avea rinchiusi rimutò de’ loro ufici, e misevi de’ nuovi che giurarono a lui, e quelli fece partire della città. Il nuovo castellano, ch’avea messo nella rocca della porta verso Modena, avendo messer Giovanni mandato per lui, non v’era voluto andare, ma per mattia n’avea mandato il figliuolo, il quale messer Giovanni ritenne: e in quella mattina con gran fretta mandò a tutti i castellani di fuori, che non si dovessono rimuovere, nè ricevere in loro castella messer Galeazzo de’ Pigli per lettere o per comandamento ch’e’ portasse da sua parte, e di ciò fu bene ubbidito. Il castellano della città sopraddetto, sentendo la ribellione di messer Giovanni, non volea rendergli la rocca. Messer Giovanni, dal venerdì mattina fino alla domenica sera, con molta sollecitudine intese a ordinare e a rifermare il reggimento della città e della guardia dentro: e in questo tempo il marchese di Ferrara, cui egli avea richiesto d’aiuto, gli mandò dugentocinquanta cavalieri. Il lunedì mattina, non volendo il castellano milanese rendere la rocca della porta, messer Giovanni vi mandò gente d’arme per mostrare di volerla combattere, e per fare impiccare il figliuolo nel cospetto del padre; la battaglia fu ordinata, e le forche ritte, e ’l figliuolo menatovi a piè per impiccare. Il padre doloroso, vedendosi senza soccorso da non potere resistere, e ’l figliuolo per essere impiccato, rendè la tenuta, e fu libero egli e ’l figliuolo: e messer Giovanni rimase libero signore della città di Bologna, levatala dalla signoria de’ signori di Milano, per cui l’avea governata e retta in cruda tirannia infino a dì 20 del mese d’aprile 1355 che se ne fece signore ed ebbe la detta rocca, e in Bologna prese tutti i Milanesi che v’erano e le loro mercatanzie, de’ quali trasse molti danari per riscatto delle persone e della mercatanzia. E nelle castella di fuori non ebbe podere d’entrare messer Galeazzo, salvo che in Luco, e ivi si ritenne, sentendo la ribellione di messer Giovanni, aspettando la volontà de’ suoi signori. Messer Giovanni mettendosi alla fortuna rimase signore; quegli che segue rifrenandola per senno, ovvero per mattia, ne perdè la vita, come appresso diviseremo.
CAP. XIII. Come il doge di Vinegia fu decapitato.
Messer Marino Faliere doge di Vinegia, uomo di gran virtù e senno, reggendo l’uficio di cotanta dignità, e senza sospetto e in grazia de’ suoi cittadini, avendo l’animo grande si contentava male, non parendogli potere fare a sua volontà com’avrebbe voluto, strignendolo la loro antica legge di non potere passare la deliberazione del consiglio a lui diputato per lo comune; e però avea preso sdegno contro a’ gentili uomini che più lo repugnavano presontuosamente. E intanto avvenne, che certi popolani furono da alquanti de’ grandi di parole e di fatti oltraggiati villanamente; e crescendo lo sdegno del doge per la disordinata baldanza de’ gentili uomini, prese sicurtà di scoprire agli oltraggiati popolani l’animo suo ch’avea contro la riverenza de’ gentili uomini, che tutti erano del consiglio; e di questo seguitò, che il doge concedette segretamente licenza a’ popolari ingiuriati che si procacciassono di confidenti amici, e d’arme e di gente acconcia al servigio, e una notte ordinata fossono su la piazza di san Marco, e sonassono le campane a stormo, e dessono voce che le galee de’ Genovesi fossono nel golfo; e per usanza in cotali novità i gentili uomini di consiglio soleano venire al palazzo al doge per provvedere e consigliare quello che fosse da fare, e in quella venuta i popolani armati li doveano uccidere, ovvero radunati in palagio metterli alle spade; e questo fatto, doveano correre la città gridando, viva il popolo, e fare il doge signore, e annullare l’ordine del consiglio e de’ gentili uomini, e fare tutti gli uficiali popolari. Ed essendo con molta credenza la cosa condotta sino alla sera che la notte dovea seguire, il fatto come a Dio piacque per lo minore male, il doge in questa sera mandò per un suo confidente popolare amico, uomo di grande ricchezza, a cui rivelò il trattato, e come in quella notte si dovea fare il fatto: costui turbato nella mente, con savie parole gli biasimò l’impresa e impaurì il doge, e non ostante che la cosa fosse recata molto agli stremi del tempo, disse, che là dove piacesse al doge, che metterebbe subito consiglio che la cosa non procederebbe. Il doge invilito nell’animo al consiglio di questo suo amico, gli diè mattamente parola ch’egli ordinasse segretamente che il fatto si rimanesse; e acciocchè dato gli fosse fede, gli diè un suo segreto suggello. Questi andò di presente ai caporali a cui il doge il mandò ch’aveano accolta la loro compagnia, e disse loro da parte del doge, che si dovessono ritrarre dall’impresa, e mostrò loro il segno del suo suggello. A’ popolari ch’erano apparecchiati parve essere traditi, e non ardirono di procedere più innanzi, sentendo la mutazione del doge. Uno pellicciere ch’era degl’invitati, sentendo che la cosa non procedea, per paura d’essere incolpato se n’andò a uno gentile uomo di consiglio, e manifestogli quello che sapea del fatto, che non sapea però tutto. Costui menò il pellicciere al doge, il quale, non sapendo che il doge sentisse di questo fatto, gli narrò ciò che ne sapea, e nominogli i caporali. Il doge annullò molto il fatto, dicendo, che per alcuno sentimento che n’avea avuto avea fatto spiare, e trovato avea che la cosa era nulla. Il savio consigliere disse al doge, che volea che questa cosa sentisse il consiglio; e contradiandolo il doge, costui perseverò tanto in questo, che il savio doge divenuto per viltà fuori del senno promise farlo raunare; commettendo fallo capitale della sua testa, che lieve gli era ritenere costoro, e fare eseguire quello che ordinato era, o stringerli e giudicarli a suo volere segretamente. La mattina raunato il consiglio, e divolgata la novella, furono mandati a prendere i caporali, e venuti dinanzi al doge e al consiglio, il doge li chiamò traditori per dimostrarsi strano dal trattato, ma vennegli fallato, perocchè in faccia gli dissono, che ogni cosa che ordinata era s’era mossa da lui e proceduta dal suo consiglio. Il doge nol seppe negare. Il consiglio incontanente il fece guardare nel suo palagio per loro medesimi. In prima impesono quattro de’ caporali alle colonne del palagio del doge, e il dì seguente confiscarono tutti i beni del doge, ch’era grande ricco uomo, al comune, salvo che per grazia gli concedettono che di duemila fiorini potesse testare a sua volontà; e menatolo in sulla scala dov’egli avea fatto il saramento quando il misono nella signoria, gli feciono tagliare la testa, e vilissimamente il suo corpo messo in una barca fu mandato a seppellire a’ frati; e l’amico suo che sturbò il patricidio de’ grandi cittadini, e il rivolgimento dello stato di quella città, ebbe per merito condannagione grande pecuniale, e perpetuo esilio, rilegato nell’isola di Creti.
CAP. XIV. Come l’imperadore tornò coronato a Siena.
L’imperadore Carlo ricevuta la corona in Roma, come detto abbiamo, se ne tornò verso Siena, e soggiornato a Montalcino, e appresso venuto a Montepulciano; e in catuno luogo lasciati suoi vicari con alcuna gente, domenica a dì 19 d’aprile in sul vespero giunse alla città di Siena; e innanzi che entrasse nella città, fattoglisi incontro i cittadini con gran festa in sull’ora del vespero, in quest’abboccamento otto cittadini pomposi e avari per cessare la debita spesa alla cavalleria si feciono a lui fare cavalieri, e appresso entrato nella città glie n’accorreano molti senza ordine o provvisione, ed egli avvisato del vano e lieve movimento di quella gente, commise al patriarca che in suo nome gli facesse. Il patriarca non potea resistere a farne tanti quanti nella via glie n’erano appresentati: e vedendone così gran mercato, assai se ne feciono che innanzi a quell’ora niuno pensiere aveano avuto a farsi cavalieri, nè provveduto quello che richiede a volere ricevere la cavalleria, ma con lieve movimento si faceano portare sopra le braccia a coloro ch’erano intorno al patriarca, e quand’erano a lui nella via il levavano alto, e traevangli il cappuccio usato, e ricevuta la guanciata usata in segno di cavalleria gli mettevano un cappuccio accattato col fregio dell’oro, e traevanlo della pressa, ed era fatto cavaliere; e per questo modo se ne feciono trentaquattro in quella sera tra grandi e popolari. E condotto l’imperadore al suo ostiere, fu fatto sera, e catuno si tornò a casa; e’ cavalieri novelli senza niuno apparecchiamento o spesa con la loro famiglia celebrarono quella notte la festa della loro cavalleria. Chi considera con la mente non sottoposta alla vile avarizia l’avvenimento d’un novello imperadore in cotanto famosa città, e tanti nobili e ricchi cittadini promossi all’onore della cavalleria nella patria loro, uomini di natura pomposi, non avere fatto alcuna solennità in comune o in diviso a onore della cavalleria, può giudicare quella gente poco essere degna del ricevuto onore.