CAP. XV. Come il legato parlamentò a Siena con l’imperadore.

Messer Gilio cardinale di Spagna, a cui il papa e’ cardinali aveano commesso il procaccio e la legazione di riacquistare la Marca, e ’l Ducato, e la Romagna occupata per messer Malatesta da Rimini e per gli altri tiranni Romagnuoli, avendo molto premuto e dirotto messer Malatesta, l’avea condotto in parte, ch’e’ tentava di volere accordarsi col cardinale per le mani dell’imperadore, e avea detto di venire a Siena per questa cagione all’imperadore; e ’l legato per questo fatto, e per vicitare l’imperadore, si mosse della Marca, e a Siena giunse a dì primo di Maggio; e ivi, con l’altro cardinale d’Ostia ch’avea coronato l’imperadore, furono a parlamentare con lui de’ fatti d’Italia ch’apparteneano a santa Chiesa, attendendo messer Malatesta per pigliare accordo con lui: ma il tiranno mutato consiglio, non vi volle andare. In questo attendere, l’imperadore trattò con loro de’ fatti di Perugia, che a lui aveano proposto ch’erano immediate sotto la giurisdizione di santa Chiesa, come del ducato di Spuleto, per liberarsi da lui, e al legato non rispondeano in alcuna ubbidienza per nome di santa Chiesa; e per questa cagione deliberarono tra loro, che l’imperadore senza offendere santa Chiesa potea trattare con loro, come con l’altre città d’Italia, e così si pensava l’imperadore di fare, ma sopravvenendogli altre novitadi, come noi diviseremo appresso, feciono dimenticare i fatti di Perugia, e partire il legato in animo forte adirato contro a messer Malatesta, da cui si tenea deluso a questa volta.

CAP. XVI. Come l’imperadore ebbe la seconda paga da’ Fiorentini.

Essendo l’imperadore in Siena, obbligato a molti baroni e cavalieri da cui avea ricevuto servigio, mostrandosi povero di moneta, li nutricava di promesse, e rimandavali nella Magna mal contenti: e volendogli i Fiorentini fare la seconda paga, mandò a dire a’ signori di Firenze, che glie la mandassimo segretamente. I Fiorentini innanzi al termine promesso, all’uscita d’aprile gli mandarone contanti trentamila fiorini: e fattogli in segreto sentire come i danari erano venuti, di presente fece uscire dall’ostiere tutta sua famiglia, e rinchiusosi in una camera, in sua presenza li fece contare al patriarca; e trovato che uno di sua famiglia stava a vedere al buco dell’uscio, il punì gravemente, temendo ch’e’ suoi baroni nol sentissono, perocchè più amava di tenersi i danari in borsa, che l’amore de’ suoi baroni o il loro contentamento.

CAP. XVII. Come il nuovo tiranno di Bologna mandò a Firenze ambasciadori a richiedere i Fiorentini.

Messer Giovanni da Oleggio avendo novellamente tolto e rubato la città di Bologna a’ suoi signori de’ Visconti, e trovandosi povero d’aiuto a sostenere il fascio di quella città e de’ potenti avversari, incontanente mandò lettere per suoi messaggi, e appresso solenni ambasciadori al comune di Firenze, offerendo di volere essere singulare amico de’ Fiorentini, e di governare e reggere quella città alla volontà e piacere del comune di Firenze. E i detti ambasciadori con molte suasioni e larghe promesse da parte di messer Giovanni pregarono, ch’almeno in privato, se non volesse in palese, il nostro comune il dovesse consigliare, acciocchè potesse quella città mantenere in amore e in fratellanza, come anticamente era costumata d’essere co’ Fiorentini, e difenderla da’ tiranni di Milano, originali nemici del comune di Firenze. I Fiorentini conobbono chiaramente, ch’essendo Bologna in loro amistà e lega, sarebbe a modo che forte muro alla difesa del nostro comune contro a ogni potenza tirannesca di Lombardia; ma per osservare lealmente la promessa pace a’ Visconti signori di Milano, per niuno vantaggio che conoscessono, o per promesse che fatte fossono loro, poterono essere recati a fare in segreto o in palese cosa, che sospetto potesse essere alla pace promessa a’ Visconti. E avendo gli ambasciadori trovata ferma costanza nel comune a mantenere sua fede, si tornarono mal contenti al loro signore a Bologna a dì 4 mese di maggio del detto anno; e questo fu chiaramente manifesto a’ signori di Milano, che molto l’ebbono a bene, e offersonsi largamente al comune di Firenze.

CAP. XVIII. Come fu sconfitto, e preso messer Galeotto da Rimini da’ cavalieri del legato.

Avendo poco addietro narrato come messer Malatesta da Rimini avea cambiato l’animo dell’accordo con messer lo cardinale legato, seguitò, che la sua gente d’arme capitanata e guidata per messer Galeotto suo fratello, perocchè in pochi giorni due volte avea rotti i cavalieri della Chiesa, avviliva tanto quella gente che poco se ne curava. E però avendo per assedio e per forza preso un castello di Recanati, con più di seicento barbute e gran popolo s’era posto ad assedio a un altro, e nondimeno per buona provvidenza di guerra avea fortificato il campo con un muro per modo, ch’entrare nè uscire per lo piano non si potea se non per una sola entrata; e per questo stavano baldanzosi all’assedio con minore guardia, non temendo per gente che il legato avesse, per la qual cosa prima ebbono addosso la cavalleria del legato, che di loro si fossono provveduti. Messer Ridolfo da Camerino capitano della gente della Chiesa, con più d’ottocento cavalieri e con assai buoni masnadieri, avendogli condotti al campo de’ nemici, gli fece assalire agramente, e per due volte tolse loro l’entrata del campo, e quelli di messer Galeotto combattendo virtuosamente catuna volta lo racquistarono per forza d’arme. Infine avvedendosi il capitano della Chiesa che un piccolo poggetto si guardava per lo popolo d’Ancona ch’era sopra il campo, mosse i cavalieri e’ balestrieri contro a loro, i quali francamente gli assalirono: e non potendo avere soccorso dal campo, ch’erano combattuti dall’altra parte, per forza furono rotti: e di quel poggetto senza riparo di muro cacciando e uccidendo i nemici per forza entrarono nel campo, e l’altra parte di loro presono l’entrata del campo e misonsi dentro. Messer Galeazzo si ristrinse co’ suoi combattendo co’ nemici, dinanzi e di dietro assaliti, molto vigorosamente a modo di valenti cavalieri, e per più riprese si percosse tra’ nemici, e due volte preso fu riscosso dà suoi cavalieri. Infine vincendo quelli della Chiesa, a messer Galeotto fu morto il destriere sotto, e ricoverato un piccolo cavallo, volendosi salvare, fu fedito di più fedite; e ritenuto prigione, e tutta sua gente rotta, presa e sbarattata e morta; e liberato il castello, messer Ridolfo detto con piena vittoria si tornò al legato: e questa fu la cagione perchè poi messer Malatesta non potè fare retta contro al legato, come appresso si potrà trovare.

CAP. XIX. Come la fama della liberazione di Lucca si sparse.

Avvenne in questi dì, all’entrante del mese di maggio del detto anno, essendo l’imperadore libero signore di Pisa, di Lucca, di Siena, di Sangimignano e di Volterra, e dell’altre terre loro sottoposte, e in amore e pace co’ Fiorentini e’ Perugini, Pistoiesi e Aretini, senza alcuno avversario in Italia, onde che la cosa muovesse, una fama corse per tutta Italia ch’egli avea fatto accordo con gli usciti di Lucca, i quali si dicea che gli doveano far dare in Francia centoventimigliaia di fiorini d’oro quand’egli liberasse la città di Lucca della signoria de’ Pisani; e questo si dicea ch’avea promesso di fare finito il termine ch’e’ Pisani aveano promesso di liberarla; e doveala lasciare in libertà al reggimento del popolo e rimettervi tutti gli usciti, la quale suggezione de’ Pisani dovea seguire il secondo anno. Il divolgamento di questa fama non si trovò ch’avesse fondamento da trattato fatto dall’imperadore, o se fatto fu, altrove che in Toscana e per altri che per la persona dell’imperadore ebbe movimento. Trovossi bene, che grandi ricchi mercatanti usciti di Lucca intendeano a fare colta di moneta. Ma come che la cosa si fosse o si spirasse, a tutti parve che così dovesse essere, e in segno di ciò furono revoluzioni e gravi novità ch’appresso ne seguitarono, come leggendo nostro trattato si potrà trovare.