CAP. XX. Come l’imperadore diede Siena al patriarca.

Nel soggiorno che l’imperadore facea a Siena trattò di volere che il patriarca suo fratello fosse libero signore di quella città, e’ Sanesi avendosi condotti nel reggimento non però fermo dell’ignorante popolo vacillante nello stato, per volere accattare la benivolenza dell’imperadore consentirono d’avere il patriarca per loro signore, e di volontà dell’imperadore di nuovo feciono la suggezione e ’l saramento al patriarca, e a lui furono assegnate tutte le terre e castella della loro giurisdizione, nelle quali confermò suoi castellani e vicari, cosa strana all’antico governamento della loro libertà, e di matto consentimento: e l’imperadore per la sua autorità e pe’ suoi privilegi gli confermò la libera signoria di quella terra, e del suo contado e distretto. Il patriarca volendo confermare la sua signoria s’accostò col minuto popolo, e di quelli fece uficiali a’ reggimenti comuni dentro nella città, e per lo loro consiglio si reggea, essendosi accorto che per lo favore di quella minuta gente era venuto alla signoria, e per questo avea schiusi gli altri maggiori popolani, e abbattuto in tutto la setta dell’ordine de’ nove per modo, che non ardivano in palese a comparire tra gli altri cittadini,

CAP. XXI. Come i capi de’ ghibellini d’Italia si dolsono all’imperadore.

In questi medesimi dì, all’entrante di maggio, i caporali di parte ghibellina ch’erano venuti alla coronazione dell’imperadore, aspettandone la loro esaltazione e l’abbassamento di parte guelfa in Toscana, e vedendo per opera il contradio, si raunarono insieme in una chiesa di Siena, e ivi ricordarono tra loro tutte le persecuzioni ricevute da’ guelfi per cagione dell’imperio, e le infamazioni de’ comuni di Toscana, e spezialmente del comune di Firenze, per le resistenze fatte agl’imperadori; e avendo raccolta loro materia da dire, feciono quelle cose pronunziare nel cospetto dell’imperadore al prefetto di Vico; il quale saviamente in prima raccontò la fede, l’amore, i servigi che i ghibellini d’Italia aveano portato e fatto per i tempi passati di quanto avere si potea memoria agl’imperadori alamanni, e in singularità all’imperadore Arrigo suo avolo, e come i guelfi d’Italia aveano sempre fatto grave resistenza all’imperio, e tra gli altri comuni più singolarmente e con maggior forza il comune di Firenze; e come per operazione di quel comune l’imperadore Arrigo suo avolo era morto, e le imperiali forze recate al niente; e’ ghibellini sentendo l’avvenimento della sua signoria tutti erano venuti in grande speranza, aspettando per lui essere esaltati, e vedere la struzione de’ guelfi, e singolarmente del comune di Firenze sempre ribello all’imperadore; e vedendo che per danari egli s’era acconcio con quel comune, e a’ suoi fedeli ghibellini per sua venuta non era seguito vendetta delle loro oppressioni e de’ danni ricevuti, e le loro terre e castella perdute non erano racquistate, nè per suo procaccio loro restituite, essendo perdute per volere mantenere la parte imperiale, si maravigliavano forte, e molto più conoscendo che il tempo era venuto che col loro aiuto, e delle città e castella di Toscana tornate all’imperiale suggezione, e colla sua grande potenza, e’ potea essere signore della città e de’ danari de’ Fiorentini, e per un poco di danari avea fatto accordo con quel comune in poco onore della maestà imperiale. L’imperadore, udite le dette cose, senza ristrignersi ad altro consiglio o fare risponditore alcuno altro, come signore facondioso d’intendimento e d’eloquenza, coll’animo quieto parlando soavemente, disse: Noi sappiamo bene l’amore e la fede ch’avete portata all’imperio, e’ servigi fatti al nostro avolo per voi non possiamo dimenticare, perocchè scritti sono ne’ suoi annali. Appo i nostri registri troviamo noi, che i mali consigli de’ ghibellini d’Italia, avendo più rispetto al proprio esaltamento, e a fare le loro proprie vendette, che all’onore e grandezza dell’imperadore Arrigo mio avolo, il feciono male capitare, e non il comune di Firenze, nè alcuna operazione di quel comune; e però non intendo in ciò seguitare vostro consiglio: e frustrati della loro corrotta intenzione, mal contenti e poco avanzati si tornarono in loro paese.

CAP. XXII. Come l’imperadore si partì da Siena e andò a Samminiato.

L’imperadore raccomandata la signoria e ’l reggimento della città di Siena al patriarca, a dì 5 di maggio del detto anno si partì della città, e vennesene da Staggia e da Poggibonizzi senza entrare nella terra; e fatta ivi di fuori sua lieve desinea, si mise a cammino, e la sera giunse a Samminiato del Tedesco, e da’ Samminiatesi fu ricevuto a onore come loro signore. E com’egli prese la via di là per andare a Pisa, molti de’ suoi baroni con grande comitiva de’ loro cavalieri si partirono da lui, e vennonsene a Firenze per seguire loro cammino tornandosi in Alamagna. In Firenze furono ricevuti cortesemente, rassegnandosi i caporali per nome, e dando il numero della loro gente al conservadore: e questo valico fu più giorni, avendo il dì e la notte da seicento in ottocento o più cavalieri tedeschi ad albergare in Firenze, e però niuno sospetto o movimento si fece o si prese nella città, salvo che un pennone per gonfalone guardava la notte senza andare la gente attorno.

CAP. XXIII. Come il cardinale d’Ostia fu ricevuto a Firenze.

Il cardinale d’Ostia ch’avea coronato l’imperadore, avendo volontà di venire a Firenze per vedere la città e per procacciare alcuna cosa dal comune, venne a Firenze a dì 6 di maggio del detto anno, ricevuto da’ cittadini con grande onore, andandogli incontro la generale processione, e messo sotto un ricco palio d’oro e di seta, addestrato da’ cavalieri di Firenze e da’ maggiori popolari, sonando tutte le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo mentre ch’e’ penò ad essere albergato, con grande riverenza per onore di santa Chiesa fu collocato nelle case degli Alberti; e fattogli per lo comune ricchi presenti, domandatosi per lui a’ priori cose indiscretamente che non gli poteano fare, delle quali iscusatisi onestamente, non contento da loro per la sua ambizione, a dì 8 di maggio del detto anno, mal contento del nostro comune per suo disonesto sdegno se ne ritornò a Pisa, dimenticato l’onore ricevuto per lo corrotto appetito della sconcia domanda.

CAP. XXIV. Come la gente del legato presono quattro castella di Malatesta.

Dopo la sconfitta e la presura di messer Galeotto narrata poco addietro, messer Malatesta andò a Pisa all’imperadore, perchè l’acconciasse in pace col legato e con la Chiesa; nondimeno avea alle frontiere della gente e delle terre della Chiesa tutta la forza della sua gente d’arme a cavallo e a piè ragunata quivi, avvisando che là si facesse la guerra, e così dimostrava di volere fare il capitano della gente della Chiesa; ma come uomo avvisato ne’ fatti della guerra, avendo condotto certo trattato per le mani del conticino da Ghiaggiuolo il quale era de’ Malatesti, ma nimico di messer Malatesta e de’ suoi per la morte di suo padre, questi avendo ordinato il suo trattato, fece col capitano della Chiesa che subito mandò della Marca in Romagna cinquecento cavalieri e altrettanti e più masnadieri, i quali furono prima in su le porte di Rimini ch’e’ terrazzani sprovveduti senza avere gente d’arme alla guardia se n’avvedessono, e funne la città in gran pericolo; e per questo subito avvenimento, non essendo gente nella terra da potere soccorrere di fuori nè riparare al trattato del conticino, presono e rubellarono a’ Malatesti il castello di sant’Arcagnolo, e ’l Verrucchio, e due altre castella intorno e di presso alla città di Rimini, le quali fornirono di gente da cavallo e da piè che faceano guerra a Rimini e nel paese, ed erano come bastite che teneano assediata la terra. Di questa cosa si conturbò tutta la Romagna, e fu cagione di recare i Malatesti più tosto a rendersi alla volontà del legato, come al suo tempo appresso racconteremo; e questo fu del mese di maggio del detto anno.