Perocchè ’l sesto libro del nostro trattato nuova e non pensata materia di guerra nel suo principio con seguito di gran cose in breve tempo ci apparecchia, ci fa pensare come e quanto lo stato della tirannesca signoria è pieno d’aguati e di calamitosa vita. Le loro scellerate operazioni sempre combattono e spesso abbattono le virtù de’ buoni: i loro diletti sono dissimiglianti a’ buoni costumi: per loro s’abbattono le ricchezze de’ sudditi; nimicano gli uomini che crescono nella loro giurisdizione in magnanimità e in senno; assottigliano con incarichi la sustanza de’ popoli: la loro sfrenata libidine non prende saziamento dal fatto, ma quanto il piacere della vista richiede, tanta in fatto a’ sudditi contro all’onesto debito conviene sostenere e patire. Ma perocchè in queste e molte altre maligne operazioni le violenti tirannie si manifestano, non richieggiono da noi nuovo raccontamento. Ma traendone una parte assai strana nell’apparenza e assai dimestica nel fatto, qual’è più maravigliosa vista, guardando nella tirannesca gloria, a vedere antichi e nobili principi naturali ubbidienti a’ tiranneschi servigi, e uomini d’alti lignaggi e d’antica nobiltà usare le mense di coloro, e prendere le loro provvisioni? Ma se guardare vogliamo l’uscimento delle cose, quella gloria spesso si converte in calamitosa miseria. Chi la può disegnare maggiore? che i tiranni medesimi non sanno nè possono in alcuno riposare la loro fede, ed eglino al continovo aspettano il cadimento del tiranno, e lievemente si dispongono e accordano alla loro distruzione, non ostante le sopraddette cose. E questo non si trova avvenire nelle reali e naturali signorie, perocch’e’ loro fatti ne’ sudditi, e nelle loro virtù e cose son contrarie a’ tiranni. Dunque come le tirannie si criano, com’elle esaltando si fortificano e crescono, così in esse si nutrica e nasconde la materia della loro confusione e ruina. Certo intra l’altre questa è grandissima miseria de’ tiranni: e perocchè al presente ci occorre alcuna cosa di ciò manifestare in fatto non di lieve movimento, come seguirà appresso nostro volume, basti narrando quella avere fatto certa prova al nostro proponimento.
CAP. II. Come nacque briga da’ Visconti e que’ di Pavia e di Monferrato.
Certa cosa è, che il marchese di Monferrato per vicinanza e per larghe provvisioni de’ tiranni di Milano, e i signori da Beccheria di Pavia parenti stretti e dimestichi della loro mensa, per lunghi tempi uniti colla casa de’ Visconti signori di Milano, e nelle loro guerre stati i principali aiutatori, e in questo tempo valicando Carlo d’Osteric re de’ Romani in Lombardia, come già è detto, il marchese, non ostante ch’e’ fosse soggetto all’imperio, venne a Milano per dare aiuto e favore a’ signori con seicento cavalieri di buona gente d’arme, e que’ da Beccheria anche vi mandarono loro sforzo. Avvenne, che un dì essendo il marchese in Piacenza in compagnia di messer Maffiolo Visconti, ch’allora vivea, un suo scudiere andò in cucina al cuoco di messer Maffiolo per un tagliere di vivanda: il cuoco villanamente gliel contradicea: lo scudiere sdegnoso diede una gotata al cuoco, e portonne la vivanda; il cuoco di presente se n’andò a dolere a messer Maffiolo suo signore. Il tiranno mosso a furore non considerò suo onore, nè quello di tant’uomo quant’era il marchese, e senza dirli alcuna cosa, avendolo in sua compagnia, fece prendere lo scudiere, e in quell’istante tagliarli la mano; della qual cosa il marchese fu molto turbato, ma ritenne con virtù nel petto il grave sdegno. Questo li rinnovò nella mente certo oltraggio che la famiglia di messer Galeazzo Visconti per maggioranza avea fatto alla sua gente che vicinavano con sue terre, la quale cosa con senno avea trapassata insino allora. E ancora di nuovo sentiva, come al continovo per nuovi dispetti la gente di messer Galeazzo oltraggiava i detti sudditi che vicinavano con loro, e il signore il sentiva, e vedea l’onore che ’l marchese facea alla loro signoria, e per arrogante maggioranza mostrava d’esserne contento; onde turbato il marchese, cambiò l’animo, ed essendo con quelli da Beccheria una cosa, s’intesono insieme, essendo l’imperadore futuro a Mantova, e ancora, con lui s’intesono in segreto. E trattando l’imperadore co’ signori di Milano di volere prendere la corona a Moncia, sentirono i Visconti, che se non s’accordavano con lui, che quelli da Beccheria erano acconci di riceverlo in Pavia; onde i signori concepettono contro a loro; per la qual cosa poterono comprendere, che partito l’imperadore, a loro converrebbe mutare stato. E tornando l’imperadore coronato da Moncia in Milano, i signori feciono molti cavalieri, e in questo stante il marchese cavalcò subito a Pavia, e menò seco due di quelli da Beccheria e feceli fare cavalieri all’imperadore, e questo accrebbe l’izza e la malavoglia a’ tiranni. Poi partito l’imperadore il marchese se n’andò via, e quelli da Beccheria rimasono in gran sospetto de’ signori di Milano, e stavanne in più guardia che non soleano. E dalle sopraddette cose seguitarono le ribellioni e le nuove guerre che appresso seguirono a’ signori di Milano, come seguendo nostro trattato per li tempi racconteremo.
CAP. III. Come si rubellarono terre di Piemonte.
Il marchese di Monferrato avendo ordinato co’ signori di Pavia che si fortificassono di gente e di buona guardia, acciocchè i tiranni vicini non li potessono improvviso sorprendere, tornato nelle sue terre, procacciò aiuto di gente d’arme da certi baroni tedeschi di sua amistà, e con suoi trattati (ch’era molto amato da quelli del Piemonte e dalla sua gente) trovandosi forte di cavalieri e favoreggiato dall’imperadore, del mese di dicembre, gli anni di Cristo 1355, fece rubellare nel Piemonte a messer Galeazzo de’ Visconti di Milano Chieri e Carasco; e poco appresso del mese di gennaio fece rubellare al detto tiranno la ricca terra d’Asti, e appresso Albi, Valenza, e Tortona, e più altre terre del Piemonte, e tutti i popoli di quelle d’un animo, con ordine di mantenere la difesa, feciono loro capitano il detto marchese. Messer Galeazzo vi mandò incontanente molta gente d’arme a cavallo e a piè credendo ricoverare delle terre; il marchese era provveduto di buona gente, e coll’aiuto de’ Piemontesi si fece loro incontro alle frontiere, e in alcuni abboccamenti fece vergogna alla gente di messer Galeazzo, e difese bene i Piemontesi. Allora quelli da Beccheria, ch’erano confederati nella amistà e compagnia del marchese, non si poterono più coprire, e però in aperto si fortificarono di gente e d’altre cose, aspettando l’impeto dell’ira e della forza de’ tiranni contro a loro, non dimostrando però di volere essere i movitori della guerra, ma apparecchiati alla difesa. Lasceremo alquanto questa materia per raccontare al suo tempo con più chiarezza le cose che ne seguitarono, e diremo degli altri fatti che prima occorrono alla nostra materia.
CAP. IV. Come i Fiorentini feciono lega contro la compagnia.
E’ m’incresce di scrivere quello ch’ora seguita, perocchè ’l nostro comune delle leghe e delle compagnie c’ha usato di fare co’ comuni di Toscana, al bisogno sempre s’è trovato ingannato, nondimeno il fatto narreremo. Sentendosi già per tutta Italia che ’l conte di Lando colla compagnia ch’aveva nel Regno era per venire al primo tempo nella Marca, e valicare in Toscana, i Fiorentini volendo riparare ch’ella non facesse ricomperare i comuni di Toscana, mandarono a Perugia, e a Pisa, e a Siena, e all’altre minori comuni di Toscana, richieggendo i detti comuni, che per beneficio di tutti parea loro di fare una lega e una taglia di duemila cavalieri il meno, i quali fossono al tempo apparecchiati interi e cavalcanti al servigio della detta lega contro alla compagnia, o a chi venisse a fare guerra sopra alcuna città di quelle della lega. E a ciò feciono muovere i detti comuni per loro ambasciadori, e durò il trattato lungamente, sturbandolo i Sanesi per l’izza ch’aveano presa co’ Perugini per l’impresa di Montepulciano; in fine, essendo la cosa cominciata al principio di gennaio, del mese di febbraio del detto anno ebbe compimento in questo modo tra’ Fiorentini, e’ Pisani, e’ Perugini: che la lega dovesse durare tre anni, e la taglia fosse di milleottocento cavalieri, ottocento de’ Fiorentini, cinquecentocinquanta de’ Pisani, e quattrocentocinquanta de’ Perugini; con patto ch’e’ Sanesi vi potessono entrare colla loro parte della taglia de’ cavalieri, e che del mese d’aprile fossono pagati e apparecchiati, e che l’uno comune dovesse fare rassegnare i cavalieri dell’altro. La lega fu ferma e fatta, l’effetto che ne seguitò fa manifesto quello che poco innanzi n’avemo detto.
CAP. V. Come gli Scotti presono Vervic.
Essendo tornato il re d’Inghilterra a Calese dalla cavalcata ch’avea fatta ad Amiens, come poco innanzi abbiamo detto, i baroni di Scozia sentendo il re, e i figliuoli, e’ baroni, e tutta la forza del re d’Inghilterra valicati nel reame di Francia, e cominciatovi grande guerra, non ostante che il loro re vi fosse in prigione, prestamente accolsono molta gente d’arme a cavallo e a piè, e improvviso agl’Inghilesi se ne vennono a Vervic, grande e forte terra degl’Inghilesi, situata agli stremi de’ confini di Scozia; e giugnendo alla città sprovveduta, per forza v’entrarono dentro e presono la terra, ma il castello del re che v’era forte e bene guernito non poterono avere; ma com’ebbono presa la terra, la lasciarono guernita di loro gente, e per savia provvisione con tutta loro oste si misono innanzi, e presono una montagna onde il soccorso degl’Inghilesi potea venire alla terra, e non d’altra parte, e ivi s’accamparono per contradire agl’Inghilesi il passo. Era in que’ dì il conte di Lancastro già tornato in Inghilterra, il quale di presente cavalcò nel paese colla sua gente, ma non ebbe podere di levare gli Scotti dal passo. Il re Adoardo sentendo la novella degli Scotti, incontanente valicò nell’isola con quella gente che subitamente potè muovere, e senza arresto se n’andò contro a’ nemici che teneano il passo della montagna, e aggiuntosi il conte di Lancastro colla sua gente, non ostante che grande fosse il loro disavvantaggio ad avere a combattere i nemici all’erta, colla sua persona si mise innanzi, e diede tanto conforto a’ suoi, ricordando loro le vittorie avute sopra gli Scotti e la loro viltà, che con tanto ardore d’animo, e con tanto duro assalto d’ogni parte li percossono, che per forza li ributtarono della montagna; e senza avere cuore di rifare testa alla terra ch’aveano presa l’abbandonarono in tanta fretta, che la preda ch’aveano accolta non ne portarono, e assai de’ loro Scotti vi lasciarono morti e presi per ricordanza. E questo fu del mese di gennaio del detto anno. Allora fece il re racconciare la terra, e fornire di miglior guardia.