CAP. LXXXV. Come il re d’Inghilterra cavalcò il reame fino ad Amiens.
Mandato ch’ebbe il re d’Inghilterra i detti baroni, catuno con grande compagnia di cavalieri e d’arcieri nel reame di Francia, egli in persona si mosse da Calese colla sua oste, e avviossi verso Parigi dov’era il re di Francia, e guastando le ville del paese con fuoco, facendo grandi prede se ne venne ad Amiens, e ivi s’arrestò alquanti dì. Ma vedendo che ’l soprastare gli era pericoloso per la gran cavalleria che ’l re di Francia apparecchiava contro a lui, e perchè i passi del suo ritorno erano da potere essere occupati, sopravvenendo la gente del re di Francia, a grave suo pericolo, come savio guerriere raccolse tutta la sua gente e tutta la preda ch’avea fatta, e senza contasto sano e salvo colla sua oste si tornò a Calese in dieci dì dalla sua mossa. Il conte di Lancastro entrò colla sua oste in Brettagna e cavalcò il paese, facendo danno assai e grandi prede, e stettevi più tempo: poi si raccolse colla sua oste, e con gran preda tornossi a salvamento.
CAP. LXXXVI. Della materia degl’Inghilesi medesima.
Il valente prenze di Guales colla sua compagnia di tremila cavalieri e quattromila arcieri mosso da Calese, a gran giornate si mise in Tolosana, e trovando i paesi sprovveduti del suo subito avvenimento, fece in Tolosana molte grandi prede, e con fuoco guastò molto paese; e senza arrestarsi in Tolosana cavalcò a Carcasciona, e vinse e prese l’antica città di Carcasciona, fuori che la rocca della villa, ch’era un forte castello; e recato in preda ciò che potè fare portare, arse la maggior parte della villa, e cavalcò più innanzi in Bideurese, e arse e fece preda grande senza contasto, e della sua gente corse insino presso a Mompelieri a poche leghe, e dimostrava di voler venire insino a sant’Andrea dirimpetto a Avignone, il Rodano in mezzo, e forte se ne temette nella corte di Roma; ma il papa gli mandò a dire che non venisse più innanzi, e incontanente per ubbidire al santo padre si tornò addietro, essendo stato nuovo flagello di quel paese, che memoria non v’avea per i viventi a quel tempo ch’altra guerra gli avesse molestati. Il conestabile di Francia, ch’era allora messer Giacche figliuolo del duca di Borbona, giovane cavaliere e di gran cuore, avendo accolta assai gente d’arme, in compagnia del conte d’Armignacca, e del conte di Foci e di più altri baroni del paese, sentendo tornare per quel paese il duca di Guales con tutta la preda, ch’era più di mille carrette cariche dell’avere de’ paesani, e più di cinquemila prigioni, si volle abboccare con gl’Inghilesi per combattere con loro per riscuotere la preda. Il conte d’Armignacca e gli altri baroni non vollono e non acconsentirono al conestabile, parendo loro avere disavvantaggio per la buona compagnia de’ franchi guerrieri ch’erano con il duca di Guales. Il giovane e franco barone ne prese sdegno, e cavalcò a Parigi e rifiutò l’uficio, e allora fu fatto conestabile il duca d’Atene conte di Brenna. Il valente duca di Guales intese a conducere la sua preda, ch’era oltre a modo grande, e sentendo i nemici appresso, come fu alla selva di Crugnì per maestria di guerra vi nascose una parte di sua gente in aguato, e i Franceschi vi mandarono ad imboscare, non sapendo degl’Inghilesi che v’erano, messer Astorgio di Duraforte con mille cavalieri, i quali entrando nella selva furono di subito assaliti dagl’Inghilesi che prima v’erano riposti, che poco sostennono, che furono sconfitti e sbarattati con loro danno, e d’allora innanzi non trovarono gl’Inghilesi contasto, e ricchi di preda, sani e salvi si tornarono a Bordello in Guascogna, del mese di novembre del detto anno.
CAP. LXXXVII. Come morì il re Lodovico di Cicilia, e l’isola rimase in male stato.
Di questo mese di novembre anno detto, Lodovico di Cicilia primogenito di don Pietro si morì molto giovane, e poco appresso di lui si morì il seguente suo fratello detto duca Giovanni, e de’ tre fratelli rimase Federigo il minore, il quale la setta de’ Catalani recarono appo loro, per potere sotto il titolo d’avere a governare il giovane, a cui s’appartenea il regno, aggiugnersi maggiore forza. Ma per questo l’altra setta degl’Italiani si feciono più strani contro al duca Federigo, e diventarono più animosi contro alla setta de’ Catalani. E per la detta maladizione di divisione e tempesta tanto intestina battaglia era nell’isola, che gli abitanti di catuna terra erano in fatica d’avere del pane per vivere, e consumavansi d’inopia e di carestia; e di questo seguitò poi grande novità nell’isola, come al suo tempo racconteremo.
CAP. LXXXVIII. Come in Napoli fu romore.
A’ Napoletani parendo essere gravati de’ danari pagati per la compagnia e d’alcune altre gravezze, del mese di novembre del detto anno, per mostrare la potenza e la franchigia di quella città, tutti di concordia presono l’arme, e feciono armare tutti i forestieri mercatanti e artefici ch’erano nella città, e levarono il romore, gridando: Viva la reina, e muoia il suo consiglio. E di questo tumulto seguitò solamente, che la misura del sale fu alcuna cosa consentita loro migliore mercato: convenevole prezzo di cotanto movimento, non volendosi francare dell’antica consuetudine della loro natura, che come sono pieni di furore per ambizioso vento, così poco mantengono l’ira, che li riduce a pace.