CAP. LXXX. Come abbondarono grilli in Cipri e in Barberia.
In questo tempo abbondarono nell’isola di Cipri tanti grilli, che riempierono tutti i campi alti da terra un quarto di braccio, e consumarono ciò che verde trovarono sopra la terra, e guastarono i lavori per modo, che frutto non se ne potè avere in quest’anno. E ’l simigliante avvenne questo medesimo anno 1355 in molte parti della Barberia, e massimamente nel reame di Tunisi; ed essendo mancato il pane al minuto popolo di Barberia, metteano i grilli ne’ forni, e cotti alquanto incrosticati li mangiavano i Saracini, e con questa brutta vivanda mantennero la misera vita, ma grande mortalità seguitò di quel popolo.
CAP. LXXXI. Come messer Maffiolo Visconti fu morto da’ fratelli.
Messer Maffiolo de’ Visconti di Milano essendo il maggiore de’ tre fratelli signori di Milano, perchè era dissoluto nella sua vita e senza alcuna virtù era riputato il minore nel reggimento della signoria: tuttavia messer Bernabò e messer Galeazzo gli rendeano assai onore. Avvenne, che per scellerato stemperamento della sua lussuria accolse nella camera sua venti tra donne maritate, e fanciulle, e altre femmine, colle quali, avendole fatte spogliare ignude, si sollazzava a suo diletto con loro bestialmente; e ricordandosi in quello sformato e sfrenato ardore di libidine d’una bella giovane moglie d’un buono cittadino di Milano, mandò per lei, e minacciandolo di farlo morire se immantinente non glie la menasse, o mandasse. Vedendosi questo buono uomo a così villano partito, come disperato piangendo se n’andò a messer Bernabò, e contogli il grave partito a che messer Maffiolo l’avea messo, dicendo, che innanzi volea morire ch’assentire a cotanta sua vergogna, pregandolo che ’l dovesse atare. Messer Bernabò disse: Io non ho a gastigare il mio maggiore fratello, per non mostrare a colui la sua intenzione, e di presente cavalcò all’ostiere di Messer Maffiolo, e trovò la scellerata danza del suo fratello; e senza dire alcuna cosa diede la volta, e accozzossi con messer Galeasso, e disse: Noi corriamo gran pericolo di nostro stato, e le sconce e dissolute cose di messer Maffiolo ci faranno cacciare della signoria, se per noi non si ripara a cotanto pericolo a che ci conduce. E manifestatoli ciò che facea delle donne de’ buoni uomini di Milano, e il richiamo che n’avea avuto, di presente s’accordarono alla morte sua, che altro gastigamento non avea luogo. E però essendo andato messer Maffiolo a Moncia a fare una caccia, la sera di sant’Agnolo di settembre, li feciono dare con quaglie veleno; e la mattina vegnente essendo nella caccia si cominciò a sentir male nel ventre, e di presente se ne tornò a Milano; e vicitato la sera da’ fratelli, la mattina si trovò morto in sù ’l letto. Alcuni dissono, che in quella visitazione e’ fu soffocato da loro, e altri tennono che morisse delle quaglie; e l’una cagione e l’altra potè essere, per non farlo storiare. Il vero fu che morì come un cane, senza confessione, di violenta morte, e forse degnamente per la sua dissoluta vita.
CAP. LXXXII. Come messer Bernabò ebbe la Mirandola.
Dappoichè la bastita da Modena per l’arsione fu ripresa da’ Modenesi, messer Bernabò tenne nelle castella ch’avea acquistate nel Modenese gente d’arme per scorrere il paese, e fare continova guerra a Modena: e oltre a ciò mise a campo tra Reggio e Modena millecinquecento cavalieri e assai masnadieri, i quali assediavano il castello della Mirandola, il quale era di certi gentili uomini loro patrimonio: e non essendo potenti a poterlo lungamente difendere da’ signori di Milano, s’accordarono con loro, e diedono la guardia del castello a messer Bernabò, ed egli li ricevette in amistà, e con provvisione li mise nelle sue guerre. E in questi dì, vedendosi messer Giovanni da Oleggio in pericolo della guardia di Bologna, cercò accordo con messer Bernabò; e messer Bernabò per poterlo rimettere in confidenza, per meglio potere venire alla sua intenzione, s’accordò con lui; e messer Giovanni gli promise di guardare Bologna per lui, e dopo la sua morte gliela lascerebbe, e riceverebbe nella città continuamente un suo potestà. E fece questo messer Giovanni da Oleggio senza volontà o consiglio de’ cittadini di Bologna, sperando rimanere in pace nella signoria, nella quale rimase in continovi aguati, come leggendo per innanzi si potrà trovare: e ricevette in prima per potestà di Bologna il signore della Mirandola sopraddetto.
CAP. LXXXIII. Come i Perugini presono a difendere Montepulciano.
I Sanesi vedendosi avere perduta in tutto la signoria ch’avere soleano in Montepulciano, trattavano della guerra; ed essendo cercato se co’ Sanesi si potea trovare modo d’accordo senza fargliene signori, non trovandosi, i signori che dentro v’erano ritornati, ricordandosi che ’l comune di Siena non avea attenuti i patti promessi loro altra volta sotto la sicurtà e fede del comune di Firenze e di Perugia, a cui i Sanesi l’aveano rotta con inganno assai sconcio e manifesto, al quale i detti comuni senza l’arme non aveano potuto mettere rimedio, e l’arme non aveano voluto pigliare, per questa cagione non si vollono più fidare alla corrotta fede de’ Sanesi; e vedendosi impotenti da difendersi da’ Sanesi, s’accordarono, e misono di volontà del popolo la guardia di Montepulciano con certi patti nelle mani de’ Perugini; e i Perugini vaghi di crescere signoria, e ricordandosi dell’ingiuria ricevuta in Siena per questi fatti di Montepulciano, accettarono la guardia, e incontanente la fornirono di loro soldati a cavallo e a piè per difenderla da’ Sanesi. Questa cosa conturbò molto il comune di Siena, e perciò facendosi la lega che seguitò appresso de’ Toscani, i Sanesi non vi vollono essere, e altre gravi cose ne seguirono, come innanzi si potrà trovare al debito tempo.
CAP. LXXXIV. Come il re d’Inghilterra tornò in Francia.
Quello che seguita è cosa bene strana: essendo il re d’Inghilterra, come poco innanzi avemo contato, ritornato di state nell’isola d’Inghilterra con tutto suo oste e col navilio, e dovendosi secondo usanza della guerra, il navilio e la gente d’arme riposare per la grazia del verno, il detto re di maggiore animo e ardire che altro signore al suo tempo, del mese d’ottobre del detto anno, co’ figliuoli, e colla moglie, e co’ baroni, e con grande moltitudine di suoi cavalieri e arcieri, di subito e improvviso a’ Franceschi valicò a Calese: e di presente fece tre osti, l’una accomandò al conte di Lancastro suo cugino, e questa mandò in Brettagna, e la seconda accomandò al suo maggiore figliuolo duca di Guales, e questa mandò in Guascogna, e l’altra ritenne a sè, per venire verso Parigi, e a catuna comandò che dimostrasse sua virtù, mettendosi innanzi fra le terre del re di Francia ardendo e predando, e facendo dimostranza di valorosi baroni contro a’ loro nemici.