CAP. LXXV. Come il re d’Inghilterra con grande apparecchio valicò a Calese.

Avendo noi addietro narrata la morte del conestabile di Francia, della quale il re di Navarra fu operatore, seguita, che d’allora innanzi il re di Navarra era in odio del re Giovanni di Francia, e per questa cagione tenne trattato col re d’Inghilterra di riceverlo nelle sue terre. Il re d’Inghilterra era di questo molto contento, e però mise in concio sua gente e suo navilio per valicare con forte braccio; e nel soprastare che facea, per sollecita operazione del cardinale di Bologna e d’altri baroni e’ fu fatta la pace tra ’l re di Francia a quello di Navarra, e perdonatoli liberamente l’offesa della morte del conestabile, e per suo amore a tutti gli altri ch’erano a ciò stati. Il re d’Inghilterra avendo apparecchiata la sua gente d’arme e ’l suo navilio, del mese di settembre del detto anno valicò a Calese. Il re di Francia avea d’altra parte apparecchiata la sua baronia, e con quindicimila cavalieri e molti sergenti gli si fece incontro in Normandia. Il re d’Inghilterra sentendo la pace fatta tra’ due re, e vedendo la gran forza apparecchiata contro a sè dal re di Francia, non si attentò d’uscire a campo, nè di seguire sua impresa, e data la volta, con sua vergogna si ritornò con tutta la sua oste in Inghilterra. Il re di Francia sentendo i suoi nemici tornati nell’isola si ritornò a Parigi, e dimostrando grande amore al re di Navarra, gli accomandò il Delfino suo maggiore figliuolo, i quali d’allora innanzi si congiunsono di fraternale amore, e di grande compagnia.

CAP. LXXVI. Come il re Luigi s’accordò colla compagnia del conte di Lando.

Mandaci il tempo materia di ritornare in Italia. Di questo mese di settembre del detto anno, essendo la compagnia ritornata presso a Napoli in Terra di Lavoro, e il re per arroto al danno per la gente condotta nel Regno alle sue spese, volendo atare i Napoletani che non perdessono le loro vendemmie, e non avendo il podere altro che con danari, rifece la nuova concordia, e promise loro centocinque migliaia di fiorini d’oro; le trentacinque migliaia contanti, e le settanta in due paghe a venire: e mentre che le penassono ad avere si doveano stare in Puglia. E per fornire la prima paga, il re Luigi gravò di fatto i Napoletani, e certi baroni, e forestieri, e mercatanti, e le loro mercatanzie, e pagò la compagnia, e andossene in Puglia alla roba d’ogni uomo, non senza grande rammarichio, contro alla corona degli uomini di quel paese.

CAP. LXXVII. Come il conte da Doadola fu sconfitto e morto dal capitano di Forlì.

Avendo il legato rivolto tutto suo intendimento di volere abbattere la tirannia di Francesco degli Ordelaffi capitano di Forlì, e guerreggiando la città di Cesena, il conte Carlo da Doadola con due figliuoli del conticino da Ghiaggiuolo de’ Malatesti si mise in preda con cento cavalieri e con assai masnadieri, e corsono insino presso alle mura di Cesena; e avendo raccolta una buona preda d’uomini e di bestiame, si raccoglievano per tornare al campo. Avendo questo sentito madonna Cia moglie del capitano, a cui egli avea accomandata la guardia di quella città, non come femmina, ma come virtudioso cavaliere montò a cavallo coll’arme indosso gridando, e smovendo i cavalieri soldati che v’erano che la dovessono seguire contro a’ nemici ch’erano di fuori. I cavalieri inanimati, vedendo tanto ardire in una femmina, di presente la seguitarono, e abboccatosi co’ nemici per forza li sconfissono, e fuvvi fedito il conte Carlo per modo che poco appresso morì, e presi i due figliuoli del conticino da Ghiaggiuolo, e la maggior parte de’ cavalieri e assai masnadieri furono prigioni; e riscossa la preda, con grande onore si tornarono in Cesena del mese d’agosto predetto.

CAP. LXXVIII. Come la gente del Biscione prese le mura di Bologna e furono cacciati.

Poco addietro ci ricorda, che noi trattammo de’ duemila cavalieri e de’ molti masnadieri che messer Bernabò avea mandati sopra Bologna, e le mute che fatte aveano di luogo in luogo; all’ultimo, all’uscita del mese d’agosto del detto anno, erano tornati al borgo a Panicale forniti di molte scale, e bolcioni ferrati da cozzare mura della città, e di queste cose il signore di Bologna non si prendeva guardia. E però una notte ordinata tutta l’oste se ne venne alle mura di Bologna dalla parte del prato, dov’era più solitario, ed ebbono poste le scale alle mura, e di subito vi montarono suso più di dugento cavalieri armati, ch’erano smontati de’ cavalli, e assai masnadieri, e traboccate le guardie che vi trovarono dalle mura in terra, cominciarono a perquotere le mura co’ bolcioni tanto che già l’aveano forate e aperte le mura da piè, innanzi che ’l signore o i cittadini se n’avvedessono, e alquanti per gagliardia erano scesi dentro e entrati per la piccola rottura; e parendo agli assalitori avere la forza delle mura e l’entrata, avvisando che dentro fosse dato loro alcuno aiuto per lo loro trattato, cominciarono a gridare ad alte boci: Vivano i popolani, e muoia il signore. A questo romore il popolo si cominciò a sentire, e ogni uomo a prendere l’arme, e certe masnade di fanti a piè toscani con alquanti cittadini trassono in quella parte ov’erano i nemici, e quanti ne trovarono a basso entrati uccisono, e ingrossandosi alla difesa quelli della terra a cavallo e a piè, con molti balestrieri cacciarono a terra quelli ch’erano montati su per le mura; e avvedendosi i capitani della gente di messer Bernabò, che per lo fallo dell’affrettato romore la città era difesa, con vergogna sonarono a ricolta e tornarsi al borgo a Panicale, e indi cavalcate le contrade d’intorno, e fatto assai danno d’arsione presono loro cammino e andarono a Milano; e il signore di Bologna, vedendo il pericolo ch’avea corso, prese miglior guardia.

CAP. LXXIX. Novità state in Udine.

Di questo medesimo mese d’agosto: o che il patriarca d’Aquilea facesse fare gravezze con oppressione al popolo della città d’Udine a lui soggetta, o che il vicario ch’era testa lucchese, chiamato messer Iacopo Morvello, per soperchia baldanza, ch’avea per moglie la figliuola del patriarca, facesse da sè cose sconce, a furore di popolo con l’aiuto d’alquanti terrieri del paese fu preso nel palazzo del comune, e tratto di là, fu racchiuso in prigione, e poco appresso senza processo dicollato, in grande vituperio e vergogna del patriarca, ch’era fratello dell’imperadore.