CAP. LXX. Come i Catalani non vollono la pace co’ Genovesi fatta per i Veneziani.
Il re d’Araona essendo in Ispagna dopo l’acquisto fatto della Loiera, e dell’accordo preso col giudice d’Alborea, sentendo che i Veneziani aveano fatta pace co’ Genovesi senza il suo consentimento contro al giuramento della loro compagnia, fece di presente armare venti galee per sua sicurtà: e domandaronli i Genovesi la Loiera e altre terre di Sardigna, se con loro volea pace. E questa fu la cagione già scritta addietro, perchè il comune di Genova ribandì le quindici galee ch’aveano preso Tripoli, le quali feciono per tre mesi gravi danni nella riviera di Catalogna, spezialmente d’ardere e di profondare loro navili ne’ porti. Le venti galee del re avendo fortificate e fornite le terre di Sardigna, e reiterata la pace col giudice, si ritornarono in Catalogna senz’altra novità fare.
CAP. LXXI. Come messer Ruberto di Durazzo lasciò il Balzo.
Di questo mese d’agosto, essendo stato messer Ruberto di Durazzo stretto da’ Provenzali nel Balzo per modo, che non avea potuto correre il paese nè fare prede com’avea cominciato, benchè ’l castello potesse tenere lungamente, parendogli stare con sua vergogna senza guadagno, di sua volontà s’uscì del castello, e rilasciollo a’ signori del Balzo. Alcuni dissono, che ’l papa gli diè alcuni danari co’ quali si mise in arme, e andò a servire il re di Francia nelle sue guerre ove morì a onore, come a suo tempo racconteremo.
CAP. LXXII. Come arse la bastita da Modena.
Essendo lungamente mantenuta per la forza di messer Bernabò di Milano una grande e forte bastita sopra la città di Modena con molti cavalieri e masnadieri, i quali aveano per stretto modo assediata la città, e recata in grandi stremi, come piacque a Dio, quello che non avea potuto fare la gran compagnia nel caso della ribellione di Bologna, nè appresso tutta la forza della lega di Lombardia, fece subitamente un fuoco che vi s’apprese, ma piuttosto fu fama ch’un soldato corrotto dal signore di Bologna il vi mise. Questo fuoco infiammò per sì fatto modo la bastita, che per la gente dentro non si potè ammortare. I Modenesi stati a vedere lungamente, e sentendo il romore, presono l’arme, e corsono verso la bastita con smisurato romore. I cavalieri e’ masnadieri, che ve n’erano assai, impacciati dal fuoco, e impauriti del romore, si ritrassono fuori della bastita con animo di fermarsi di fuori, ma non ebbono potere di farlo, che di presente catuno cominciò a fuggire senza essere cacciati, e abbandonarono la bastita. I Modenesi la presono e spensono il fuoco: e appresso per tema che messer Bernabò non la rifacesse da capo riporre, ch’era il luogo molto forte, la feciono riparare e rafforzare, e misonvi gente a guardarla lungamente per sicurtà della terra.
CAP. LXXIII. Come fu fatto il castello di Sancasciano.
Tornando alquanto nostra materia al fatto di Firenze, occorse in questi dì, che tornando a memoria a’ collegi del nostro comune i danni ricevuti a’ tempi delle persecuzioni fatte al nostro comune, e i pericoli che occorsi erano alla città ponendosi i nemici a oste in sul poggio del borgo di Sancasciano in Valdipesa, e questo conosciuto per esperienza dell’imperadore Arrigo di Luzimborgo, e appresso di Castruccio tiranno di Lucca, e novellamente della gran compagnia di fra Moriale, che catuno nimicando il nostro comune tennono campo in quel luogo con podere, per lo vantaggio del sito, di potere vantaggiare assai e non potere essere danneggiati: acciocchè questo non potesse più avvenire, deliberò il comune di farvi un forte e nobile castello di mura, e incontanente del mese d’agosto del detto anno 1355 si cominciarono a fare i fossi, e all’uscita di settembre del detto anno si cominciarono a fondare le mura, e tutte s’allogarono in somma a buoni maestri con discreti e avvisati provveditori, dando d’ogni braccio quadro soldi sette di piccioli, di lire tre soldi nove il fiorino dell’oro, dando il comune a’ maestri solo la calcina, acciocch’e’ maestri avessono cagione di fare buone le mura. Le mura furono larghe nel fondamento braccia quattro, e fondate braccia uno sotto il piano del fosso, e sopra terra grosse braccia due, ristrignendosi a modo di barbacane, e sopra terra alle braccia dodici, con corridoi intorno i beccatelli, e armate di torri intorno intorno, di lungi braccia cinquanta dall’una torre all’altra, alzate braccia dodici sopra le mura e con due porte mastre, catuna con due torri più alte che l’altre e bene ordinate alla guardia. E questo circuito comprese il poggio e il borgo, e senza arresto fu compiuto e perfetto il lavorio del mese di settembre seguente 1356. E veduto il conto del detto edificio, costò al Comune di Firenze trentacinque migliaia di fiorini d’oro.
CAP. LXXIV. Come in Firenze s’ordinò la tavola delle possessioni.
Di questo mese d’agosto, alquanti cittadini di Firenze, parendo loro che dovesse essere util cosa al comune per levare la briga a’ creditori di ritrovare i beni del debitore, misono innanzi a’ signori che si facesse una tavola, nella quale si scrivessono tutti i beni immobili della città e del contado per popolo e per confini, e diedono il modo a catuno quartiere della città e del contado per se; e’ signori misono la petizione, e vinsesi, parendo a tutti che dovesse essere utile cosa. Agli uomini antichi, e savi e pratichi parea la cosa impossibile a potere avere perfezione, ma non fu loro creduto, se non quando per pratica si conobbe. Furono comandate le recate a ogni possessore sotto grave pena, e nondimeno ch’e’ reggitori de’ popoli anche le dovessono recare, catuno si provvidde di recare e di fare recare i beni in cui volle, e confinavali secondo che trovava l’usata vicinanza, e quando tali nelle loro recate mutavano i primi possessori, e così d’ogni parte discordavano i confini, e oltre a questa inconvenienza ve n’accorrevano molte altre maggiori. Per la qual cosa dopo la lunga scrittura, e la grande spesa cresciuta parecchi anni, in confusione senza frutto rimase abbandonata, e la sperienza ammaestrò il nostro comune alle sue spese. Avenne fatta memoria per esempio di coloro che verranno appresso, acciocch’e’ notino quello ch’è detto provato per opera; e ancora, che molti recavano una medesima cosa per mostrare che possedessero i beni: ma quello ch’è più forte, si è la mutazione de’ beni, che più occorre nella nostra città che altrove, perchè più abbonda di mercatanzie e di mestieri e d’arti, c’hanno a fare la mutazione de’ beni immobili.