Essendo messer Pietro Sacconi de’ Tarlati d’Arezzo in età decrepita intorno al centinaio degli anni, e malato a morte, in questi dì si disse pubblico, ch’e’ pensò di non volere morire che non ordinasse prima alcuno nobile fatto del suo antico mestiere: e ordinò con Marco suo figliuolo, dicendo: Ora, che si crede che tu sia imbrigato intorno alla mia malattia, e che altri non prenderà guardia di te, procaccia di furare Gressa al vescovo d’Arezzo e agli Ubertini. Il figliuolo ubbidì al consiglio del padre, e molto segretamente accolse gente, e di furto entrò nel castello di Gressa, ma essendovi gli Ubertini forti, per forza ne lo pinsono fuori; e forse per dolore che messer Pietro n’ebbe s’avacciò la sua dispettosa e non contenta morte, lasciando nuova guerra tra’ suoi Tarlati e gli Ubertini per questo furto. Pro’ e valente uomo fu e avvisato, in fatti di guerra, ma più in operazioni di trattati, e di furti e di subite cavalcate, che in campo o in aperta guerra; e’ fu fortunato contro agli altri suoi nemici, e infortunato contro al comune di Firenze, e per animosità di parte ghibellina non seppe tener fede.

CAP. XII. Come scurò tutto il corpo della luna.

Martedì notte alle ore quattro, a dì 16 di febbraio anno 1355, cominciò la scurazione della luna nel segno dell’Aquario, e alle cinque ore e mezzo fu tutta scurata, e bene dello spazio d’un’altra ora si penò a liberare. E non sapendo noi per astrologia di sua inflenza, considerammo gli effetti di questo seguente anno, e vedemmo continovamente infino a mezzo aprile serenissimo cielo, e appresso continove acque oltre all’usato modo il rimanente d’aprile e tutto il mese di maggio, e appresso continovi secchi e stemperati caldi insino a mezzo ottobre. E in questi tempi estivali e autunnali furono generali infezioni, e in molte parti malattie di febbri e altri stemperamenti di corpi umani, e singularmente malattie di ventre e di pondi con lungo duramento. Ancora avvenne in quest’anno un disusato accidente agli uomini, e cominciossi in Calavria a Fiume freddo e scorse fino a Gaeta, e chiamavano questo accidente male arrabbiato. L’effetto mostrava mancamento di celabro con cadimenti di capogirli con diversi dibattimenti, e mordeano come cani e percoteansi pericolosamente, e assai se ne morivano, ma chi era provveduto e atato guariva. E fu nel detto anno mortalità di bestie dimestiche grande. E in quest’anno medesimo furono in Fiandra, e in Francia e in Italia molte grandi e diverse battaglie, e nuovi movimenti di guerre e di signorie, come leggendo si potrà trovare. E nel detto anno fu singulare buona e gran ricolta di pane, e più vino non si sperava, perchè un freddo d’aprile l’uve già nate seccò e arse, e da capo molte ne rinacquono e condussonsi a bene, cosa assai strana. E da mezzo ottobre a calen di gennaio furono acque contino ve con gravi diluvi, e perdessene il terzo della sementa, ma il gennaio vegnente fu sì bel tempo, che la perduta sementa si racquistò. I frutti degli alberi dimestichi tutti si perderono in quest’anno. Non ne avremmo stesa questa memoria se la scurazione predetta non vi ci avesse indotto.

CAP. XIII. Come la gran compagnia presono Venosa.

La compagnia del conte di Lando ch’avea avuta la prima paga dal re Luigi, e dovea attendere l’altre paghe in Puglia senza far danno a’ paesani, vernava di là, e non faceva guerra; ma la fede, vedendosi il destro, non seppe per promessa o saramento ch’avessono fatto osservare: e però entrarono in Rapolla, e presa la terra la spogliarono d’ogni sustanza, e consumarono colle persone e co’ cavalli ciò che da vivere vi trovarono; e appresso, del mese di febbraio predetto, per aguato di furto presono la città di Venosa, e fecionne il simigliante. E questa è la fede delle compagnie, che ogni cosa fanno licito alla corrotta volontà della preda, e però è folle chi alle loro promissioni si fida.

CAP. XIV. Come il legato bandì la croce contro al capitano di Forlì.

In questo tempo del verno, messer Gilio cardinale di Spagna legato di santa Chiesa, avendo prosperamente racquistato a santa Chiesa il Patrimonio, la Marca d’Ancona, e ’l ducato di Spoleto, e la maggior parte della Romagna, restavagli a racquistare Forlì e Faenza, e le terre vicine e de’ loro distretti, le quali tenevano occupate per loro tirannie Francesco degli Ordilaffi capitano di Forlì, e messer Giovanni di messer Ricciardo Manfredi; e non trovando il detto legato concordia con loro, ordinò contro a’ detti suo processo, e seguitollo fino alla sentenza, perocchè tornare non vollono all’ubbidienza. E pubblicata per Italia la loro dannazione, e fattili scomunicare, avendo dal papa lettere d’indulgenza con piena remissione de’ peccati e della pena a chi fosse contrito e confesso, fece bandire la croce contro Francesco Ordilaffi tiranno di Forlì, e di Forlimpopoli e di Cesena, e contro a Giovanni e Rinieri de’ Manfredi tiranni di Faenza, condannati per eretichi e ribelli di santa Chiesa, potendo il cavaliere e il pedone partecipare in due anni il servigio d’un anno in arme contro a loro. Ordinati furono i predicatori, e’ collettori delle provincie e delle città, e incontanente l’avarizia de’ cherici cominciò a fare l’uficio suo, e allargarono colla predicazione l’indulgenza oltre alla commissione del papa, e cominciarono a non rifiutare danaio da ogni maniera di gente, compensando i peccati e i voti d’ogni ragione con danari assai o pochi come gli poteano attrarre; e per non mancare alla loro avarizia, sommoveano nelle città e ne’ castelli e nelle ville ogni femminella, ogni povero che non avea danari, e dare panni lini e lani, e masserizie, grani e biada, niuna cosa rifiutavano, ingannando la gente con allargare colle parole quello che non portava la loro commissione; e così davano la croce, e spogliavano le ville e le castella più che non poteano fare le città, ma nelle città le donne e le femmine valicavano tutta l’altra gente, e per questa maniera davano la croce: e ’l termine della guerra cominciava in calen di maggio gli anni 1356. Della città di Firenze e del contado un frate de’ Romitani vescovo di Narni trasse grandissimo tesoro, del quale non potendo il cardinale avere diritto conto, lungo tempo tenne in prigione il detto vescovo in un suo castello nella Marca, guardato alle spese del detto vescovo.

CAP. XV. Come il conte Paffetta fu da’ Pisani messo in prigione.

Egli è assai utile cosa agli uomini considerare contro alla malizia e alla superbia de’ grandi cittadini, quando possono far male e abbattere gli altri, ch’e’ medesimi sono sottoposti a quella medesima calamità e fortuna; ma provarlo per esperienza gli ne fa più certi, e a quelli c’hanno a venire ne rimane migliore esempio. Detto abbiamo come la malizia di messer Paffetta conte di Montescudaio cittadino di Pisa, colla perversa operazione fece morire e cacciare i Gambacorti di Pisa, e sè fece il maggiore di quella città; avvenne che gli altri cittadini, cui egli avea rimessi al governamento del comune, parendo loro che messer Paffetta fosse troppo grande, si legarono e feciono setta contro a lui segretamente, e un dì, essendo messer Paffetta andato agli anziani, come ordinato era, gli anziani mandarono di subito a fare pigliare certi cittadini caporali della sua setta e stretti suoi confidenti, e altri di suo seguito intorno di cinquanta, e di presente li mandarono a’ confini, facendoli uscire della città, e messer Paffetta con alcuno altro mandarono in prigione nell’Agosta a Lucca; e messolo in carcere sotto buona guardia, rivocarono i confini agli altri e fecionli ritornare, senza fare altra novità o mutazione di loro stato. Parve a tutti rimanere più sicuri, e in migliore essere nella cittadinanza, che in prima; e questo fu all’entrata del mese d’aprile, e ancora non era compiuto l’anno ch’egli avea abbattuti i Gambacorti e gli altri buoni cittadini di Pisa. Era in Pisa il vicario sostituto del vicario dell’imperadore, il quale consentì a tutto, essendoli fatto intendere che messer Paffetta volea con certo trattato dare Pisa a’ signori di Milano: grande loro amico era, ma altro vero non se ne potè trovare; e stato alquanto in prigione, per tema che l’imperadore non lo ne facesse trarre, o i signori di Milano, di veleno, o d’altra violente morte, celatamente lo feciono morire in prigione.

CAP. XVI. Come gli Aretini riposono certe fortezze.