Gli Aretini sentendo morto messer Piero Sacconi de’ Tarlati loro nemico, il quale lungo tempo gli avea tenuti in guerra e in gran paura, contro al quale non s’ardivano a muovere vivendo, incontanente dopo la sua morte, del detto mese di febbraio del detto anno, uscirono a oste, e riposono una tenuta contro al castello di Gaerina, e un’altra contro a Bibbiena, e una sopra Pietramala, e tanto stettono a campo, che tutte e tre furono fortificate e fornite, acciocchè i Tarlati non potessono correre sopra loro a loro volontà, com’erano usati di fare. E per la baldanza presa per la morte d’un decrepito vecchio, non avendo avuto ardire di farlo a sua vita, ordinarono tra nella città e nel contado tremila uomini a corazze, e trecento balestrieri e centocinquanta barbute, per potere mantenere il loro contado più sicuro, e guerreggiare i nemici. Abbianne fatta memoria per una cosa assai nuova, considerando che un uomo vecchio tenesse in freno e in paura così antica e gran città, che non pensavano in fatti di guerra potere resistere alla sua persona.

CAP. XVII. Di nuove rivolture della gran compagnia.

Stando la compagnia del conte di Lando a vernare in Puglia con grande abbondanza d’ogni bene da vivere, aspettando dal re Luigi la moneta promessa, per lo patto ch’avea di doversi partire al maggio prossimo e uscire del regno, una parte di loro con certi conestabili intorno di cinquecento barbute, contentandosi male d’aversi a partire del paese, senza tenere promessa al re o fede all’altra compagnia si rubellarono da essa, e accostati al conte di Minerbino detto Paladino, se n’andarono per sua condotta in terra d’Otranto, ove per lunghi tempi passati non era sentita guerra, e di presente presono due castella nel paese piene di molta vittuaglia, e preda quanta ne poterono guardare di bestiame grosso e minuto, del quale poterono avere l’uso, ma non danari. Il conte di Lando si dolse al re Luigi del tradimento fatto per costoro, e offerse sè e l’altra compagnia al servigio del re contro a que’ ribelli, e contro a tutti i baroni che non volessono ubbidire alla corona. Il re, e il suo consiglio, e il gran siniscalco, credendosi fare meno male, accettarono la profferta, e una parte della compagnia con certa condotta de’ suoi uficiali mandò in Abruzzi per fare ubbidire alquanti comuni e baroni, i quali così rubavano e predavano il paese come se fossono nel servigio della compagnia e non in quello del re, e tanto più sicuramente, perchè niuno s’era provveduto contro a loro: e quelli ch’erano rimasi col conte di Lando volevano pur vivere largo all’altrui spese. E così nella concordia, come nella guerra, erano d’ogni parte i regnicoli mal trattati.

CAP. XVIII. Di grandi gravezze fatte dal re di Francia nel suo reame.

In questo verno, vedendosi il re di Francia la guerra degl’Inghilesi addosso, e spogliare da’ forestieri il reame, come già abbiamo narrato, pensando avere a moltiplicare la spesa, oltre alle colte de’ feudi delle città del reame e de’ baroni, e oltre alle gravezze dell’usate reve, e del gran danno fatto a’ sudditi del reame di cambiare le buone monete d’oro e d’argento in ree contro all’usanza di quel regno, ordinò, e pose per modo di gabelle, ch’ogni mercatanzia che si comperasse o vendesse nel reame dovesse pagare agli uficiali ordinati sopra ciò danari otto per catuna lira. La qual cosa gravò tanto i mercatanti, che abbandonarono in gran parte il reame e il trafficare in quello, e quasi tutto il peso rimase a’ baroni e a’ paesani, della qual gravezza forte si conturbarono inverso il loro signore, e desideravano il suo male; e alquante città per questa cagione si recarono a reggere per loro, e non voleano ricevere gli esecutori e gli uficiali del re di Francia, come per innanzi leggendo si potrà trovare.

CAP. XIX. Come i Pisani facevano simulata guerra.

La materia ch’ora seguita non era degna di memoria per lo fatto, ch’assai fu lieve, ma il modo, c’ha poi generate più gravi cose, ci scusa. I Pisani, innanzi a questo tempo di più anni, per loro maliziosa industria, avendo buona e leale pace co’ Fiorentini, contro a’ patti di quella aveano fatto fare il castello di Sovrana, il quale il comune di Firenze tenea per li patti della pace, e fecionlo torre a certi ghibellini usciti di quel paese, e il comune di Pisa sotto nome di costoro si tenea la terra, e mantenievi soldati che tribolavano tutto il paese e le terre d’intorno del comune di Firenze; essendo i Pisani, oltre alla pace, in singulare compagnia e lega col nostro comune, faceano queste coperte con grande ambizione. I Fiorentini lungamente dissimularono mostrando di non se n’avvedere, ma moltiplicandosi il male, e scoprendosi ogni dì più l’uno che l’altro, il nostro comune prese di gastigarli in quella contrada con quella malizia ch’eglino avevano insegnata. E del mese di febbraio del detto anno ordinarono co’ Pistoiesi che si lasciarono torre Calumao, una fortezza sopra Sovrana, a certi caporali di buoni masnadieri, i quali con aspra e continova guerra in breve tempo uccisono tutti i caporali di Sovrana, e presono masnade ch’e’ Pisani mandavano per guastare la Sambuca, e feciono grande guerra nel paese. E per questo tutti i ghibellini di Valdinievole erano mal condotti, ch’avendo pace vivevano in continua guerra per la cominciata malizia pisanesca. Ma aggiugnendo malizia a malizia, per vendicare loro onta sbandirono loro soldati, e mandarono trecento barbute e gran popolo agli usciti ghibellini di Valdinievole, i quali cavalcarono infino alla Pieve a Nievole, e arsono intorno a quella, e feciono quel danno che poterono; e appresso si dirizzarono a Castelvecchio, e ordinatamente il combatterono, ma nol vinsono. Il comune di Firenze sentendo questo fece cavalcare i suoi cavalieri in Valdinievole, e raunati i paesani, cercavano d’abboccarsi co’ nemici, ma eglino non attesono; e non potendo tornare per la via ond’erano andati, per altra via più aspra, ma a loro più sicura, in fretta si ritornarono a Pisa, e furono ribanditi.

CAP. XX. Come il capitano della Chiesa assediò Cesena.

Il legato del papa, oltre alla gente ch’attendea de’ crociati avea da sè a soldo duemila barbute, e confidandosi de’ Malatesti, fece gonfaloniere di santa Chiesa e capitano della sua gente d’arme messer Galeotto da Rimini, e con mille cavalieri e con gran popolo del mese di febbraio del detto anno il mandò a oste sopra la città di Cesena; il quale in prima corse il paese predando d’intorno, e appresso visi pose ad assedio, e strettosi alla terra, vi stette infino che il conte di Lando venne del Regno in Romagna, come innanzi al suo tempo racconteremo.

CAP. XXI. Come il conte da Battifolle assediò Reggiuolo.