Avendo il conte Ruberto da Battifolle ricevuto ingiuria nel suo contado di cavalcate e di prede fatte per Marco figliuolo di messer Piero de’ Tarlati, contro a’ patti della pace fatta con gli aderenti de’ signori di Milano, accolta sua gente e’ suoi fedeli in arme, all’entrata del mese d’aprile anni 1356, essendo per nevi e per venti smisurato freddo, se n’andò al castello di Reggiuolo, il quale era allora del detto Marco, e cinselo d’assedio, e fece a’ suoi fare case di legname per ripararsi dal freddo, e rizzò trabocchi e manganelle che tribolavano il castello e coloro che dentro il guardavano, e aggiungendo al continovo forza avea sì stretti gli assediati, che più non si poteano difendere. Vedendo Marco che ’l castello non si potea più tenere, mandò a richiedere il comune di Firenze per li patti della pace, che non lasciassono al conte seguitare l’impresa. Il conte venne a Firenze, e mostrò al comune come Marco era stato movitore della guerra, e più che non avea voluto approvare nè ratificare per carta alla pace secondo i patti. Ma nondimeno il comune di Firenze, per non potere essere calunniato a diritto o a torto d’avere lasciato a’ suoi aderenti rompere la pace, diliberò, che ’l conte si dovesse partire dall’assedio. Il conte non ostante l’ingiuria ricevuta, e la spesa fatta, e la ferma speranza d’avere il castello, per ubbidire al comune di Firenze lasciò l’impresa, e a dì 18 d’aprile del detto anno si tornò in Casentino.

CAP. XXII. Come il conticino da Ghiaggiuolo racquistò Ghiaggiuolo.

Di questo mese di maggio 1356, il conticino da Ghiaggiuolo con alcuna gente del legato cavalcò nelle terre che il capitano di Forlì gli avea tolte; e stando nella contrada molto baldanzoso, fece correre boce che Forlì s’era renduto al legato, e che il capitano era preso. E per mostrare la cosa ben certa, si fece venire un frate con lettere che contavano le novelle molto verisimili, e recò l’ulivo palese, e fu ricevuto con grande festa. E incontanente si strinse a Ghiaggiuolo, e fece vedere le lettere al castellano, e poi gli disse, che se incontanente non li rendesse il castello, che lui e’ compagni farebbe morire senza niuna misericordia. La cosa avea sembianza di verità, e il castellano era di poco intendimento, e pauroso e vile, e però gli rendè il castello, ch’era forte e bene fornito, e andossene colla sua compagnia a salvamento con vergogna, e non senza infamia di tradimento.

CAP. XXIII. Come i Visconti assediarono Pavia.

Avendo nel principio di questo sesto libro narrato il sospetto preso, e la discordia tra’ signori di Milano e il marchese di Monferrato, e quelli da Beccheria di Pavia, e accresciuta la mala voglia per le rubellioni fatte in Piemonte, messer Bernabò e messer Galeazzo Visconti volendosi vendicare sopra i loro parenti e prossimani vicini, con grande moltitudine di cavalieri e di popolo, del mese di maggio del detto anno, valicarono il Tesino e strinsonsi alla città di Pavia, e vi poson l’assedio d’ogni parte, con intendimento di non levare l’oste se prima non avessono la città al loro comandamento, e così si credette per tutta Italia, perocchè la città è presso a Milano a venti miglia di piano, e la potenza de’ tiranni era sopra modo grande a quella impresa. Ma perocchè non procede dalla volontà umana la potenza divina, le cose succedono spesso ad altro fine che gli uomini non divisano, e così avvenne di quest’assedio, come seguendo nostro trattato dimostreremo.

CAP. XXIV. Come il re di Francia prese il re di Navarra.

Avendo racconto addietro come il re Giovanni di Francia avea renduto pace al re di Navarra, e perdonatagli la morte del conestabile e agli altri baroni ch’erano stati con lui, e come accomandato gli avea il Delfino suo figliuolo, seguitò, che in questo tempo, essendo loro commesso dal re la provvisione della guardia di Guascogna, insieme cavalcavano la provincia, provvedendo a quello ch’era di bisogno alla difesa del paese, e ancora andavano prendendo loro diporto; ed essendo nella città di Ruen, il re di Francia il sentì, e mossesi da Parigi quasi sconosciuto con poca compagnia e cavalcò ad Orliens, e là tenne a battesimo un fanciullo nato di quelli d’Artese, e parente stretto del conestabile di Francia che fu morto, a cui il re secondo il volgo avea portato disordinato amore: avvenne, o che la morte del suo diletto amico per lo fanciullo parente li rivenisse nella mente, o che altra cagione il movesse al presente fatto, niuna certezza se ne potè avere, ma di subito armato a modo di cavaliere, con sessanta cavalieri armati di sua famiglia cavalcò a Ruen; e giunto senza arresto alla città, mandò un cavaliere innanzi a sè, il quale dicesse in segreto al Delfino suo figliuolo, che di cosa ch’avvenisse non prendesse turbazione nè paura; e seguendo il re co’ suoi cavalieri armati entrò nel palagio ov’era il re di Navarra, e il Delfino, e il conte di Ricorti con quattro cavalieri banderesi di Normandia, e aveano a desinare con loro altri baroni e cavalieri del paese. Ed essendo giunto innanzi il cavaliere, e appena compiuto di favellare al Delfino, il re di Francia armato colla barbuta in testa e co’ suoi cavalieri fu in sulla sala, e trovandoli alla mensa, comandò che alcuno non si movesse; e avviatosi verso il re di Navarra, il chiamò traditore della corona, e andogli addosso con uno stocco ignudo per ucciderlo di sue mani: ripreso e ritenuto da’ suoi, dicendo che a re non si convenia tanto fallo, il fece prendere e imprigionare, e detto fu che alquanto il punse dello stocco; e fece pigliare il conte di Ricorti, e i quattro cavalieri normandi, chiamandoli traditori, i quali si scusavano, dicendo ch’erano diritti e leali; ma il re mosso da furiosa tempesta d’animo giurò di non mangiare, prima che di loro avesse fatto secondo la sua intenzione piena giustizia.

CAP. XXV. Come il re di Francia fece decapitare il sire di Ricorti e altri quattro cavalieri normandi.

Avendo preso il re di Navarra, di presente il mandò a incarcerare a un forte castello che si chiama Castel Gagliardo: e in quello stante il re di Francia fece mettere in su una carretta il sire di Ricorti e i quattro cavalieri normandi per farli decapitare, innanzi che volesse desinare. E quelli della città per la subita tempesta del re vedendo tanta novità, e non sapendo che vi fosse la persona del re di Francia, traevano in piazza per aiutare i baroni presi. Il re conoscendo il pericolo del popolo commosso, si trasse la barbuta di testa e fecesi conoscere; e sparta la voce che ivi era la persona del re loro signore catuno stette cheto. Allora il re, per mostrare al popolo e agli altri maggiori che v’erano che ’l suo furioso movimento a tanto fatto non era senza gran cagione, si trasse dal lato un brieve con molti suggelli, nel quale si contenea, come il re di Navarra col sire di Ricorti, e con quattro cavalieri normandi, e con altri che in quello si nominavano, aveano trattato col re d’Inghilterra d’uccidere il re di Francia e ’l Delfino suo figliuolo, e di fare re di Francia il detto re di Navarra, il quale fatto re, dovea rendere la Guascogna e la Normandia al re d’Inghilterra. E questo brieve, vero o simulato che fosse, continovo fino alla morte fu negato per lo sire di Ricorti e per i quattro cavalieri normandi; nondimeno nella presenza del re tranati in sulla piazza furono decapitati, e i corpi loro legati con catene, senza concedere loro sepoltura, furono appesi. Altri dissono, che doveano dare prigione il Delfino al re d’Inghilterra, ma poca fede si diede all’una cagione e all’altra, ma più che ciò fosse fatto per vendetta della morte del conestabile. E appresso fu mandato il re di Navarra prigione in Castelletto, parendo a molti, che egli, egli altri ch’erano stati decapitati fossono senza colpa di quella infamia.

CAP. XXVI. D’un grosso badalucco fu a Pavia.