Essendo l’oste de’ signori di Milano sopra la città di Pavia, del mese di maggio del detto anno, uscirono cavalieri della terra, e cominciarono giostre e badalucchi con quelli del campo; e venendo a poco a poco crescendo l’assalto e la gente da catuna parte, vi s’allignò un’aspra battaglia di più di mille cavalieri di catuna gente, tutti i più pro’ e i più arditi, che di grande volontà per fare d’arme si metteano in quello stormo. Infine per lo superchio de’ cavalieri che messer Galeazzo sollecitava di mandarvi, quelli di Pavia non poterono sostenere, e per forza convenne che dessono le reni, e fuggendo, alquanti ne furono presi; gli altri per campare si tornarono nel borgo della città, ed essendo fortemente incalciati da’ nemici che li seguivano, con loro insieme si misono follemente nel borgo, ove racchiusi, si trovarono prigioni per troppa sicura gagliardia, e ben quattrocento se ne rassegnarono a bottino, per li quali quelli di Pavia riebbono tutti i loro prigioni; e guadagnati i cavalli e l’arme, tutti gli lasciarono andare alla fede, secondo l’usanza de’ Tedeschi.

CAP. XXVII. Come i Visconti assediarono Borgoforte.

Di questo mese di maggio, i signori di Milano, non ostante ch’avessono l’oste a Pavia, e mandata gran gente in Piemonte contro al marchese di Monferrato, mandarono duemila cavalieri e gran popolo con molto navilio ad assediare Borgoforte in sul Mantovano, e ivi si posono ad assedio per acqua e per terra, facendo nel Pò grandi palizzati, acciocchè levassono al castello ogni fornimento e soccorso che venire gli potesse per lo fiume del Po, e con bertesche, e con guardie, e con navili il chiusono, e per acqua e per terra l’assediarono strettamente.

CAP. XXVIII. Come i Visconti feciono contro a’ prelati di santa Chiesa.

Avvenne in questi dì, che ’l papa mandò un valente prete in Lombardia a predicare la croce, guardandosi i maggiori prelati di non volere la grazia di quell’uficio. E la croce si bandiva e predicava, come detto è, contro al capitano di Forlì e al signore di Faenza. Il valente sacerdote se n’andò a Milano, e ivi favoreggiato dal vescovo di Parma, cominciò sollicitamente a fare l’uficio che commesso gli era dalla santa Chiesa. Come messer Bernabò ebbe notizia di questo servigio, senza vietarglielo, o ammonirlo che questo fosse contro alla sua volontà, il fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di ferro tonda a modo d’una botte, là dentro vi fece mettere il sacerdote, e accesovi sotto il fuoco come si fa a uno arrosto, e facendolo volgere, crudelmente il fece morire a grande vitupero, non tanto per la sua persona ch’era prete sagrato, quanto per lo dispregio e irreverenza che per lui si mostrò fatto a santa Chiesa che l’avea mandato. E per arrogere al mal fatto aggiunse, che al vescovo di Parma fece torre il vescovado, e delle rendite di quello investì altrui, e contradiò alla predica della croce. E acciocchè il capitano si potesse difendere dal legato li mandò subitamente dieci bandiere di cavalieri, dandogli speranza di maggiore aiuto, e avendoli presso il castello di Luco, che tenea tra Bologna e la Romagna, senza contasto li vi mise dentro.

CAP. XXIX. Come i Visconti feciono tre bastite a Pavia.

Del mese di maggio 1356, i signori di Milano volendo vincere per assedio la città di Pavia, feciono edificare attorno alla terra tre grandi bastite, le quali feciono armate di bertesche e di steccati, e molto afforzare con buoni e larghi fossi, e l’una strinsono alla città di là dal Tesino, e l’altra di verso Milano, il Tesino in mezzo; e in sul fiume feciono un largo ponte di legname per lo quale l’un’oste potea soccorrere all’altra, e l’altra bastita posono dall’altra parte della terra. E per non tenervi tanta gente impedita a tenervi campo aperto, misono in queste bastite cavalieri e pedoni assai, i quali faceano aspra guerra, e teneano la città sì stretta, che vittuaglia niuna o gente non grossa vi poteva entrare, e grande speranza aveano di vincere la città, se fortuna l’avesse conceduto alla loro volontà: ma non sempre agli appetiti de’ potenti tiranni acconsente la divina disposizione, come leggendo innanzi si potrà trovare.

CAP. XXX. Come i Turchi con loro legni feciono gran danno in Romania.

In questi medesimi tempi, i Turchi avendo settanta legni armati, e molte barche imborbottate, valicarono in Romania, ricettati da un barone di quelli che rimase nel paese dell’antica compagnia, uomo di perversa condizione; e per far male a’ suoi paesani, dava a’ Turchi rinfrescamento e porto a’ loro navili, ed eglino quando per mare quando per terra correvano il paese predando uomini e bestiame e roba senza trovare da’ paesani contasto, e al barone, che gli ritenea e favoreggiava, di tutta la preda davano la decima parte. E così seguendo tutta la state feciono in Grecia grandissimi danni, e poi senza contasto si tornarono in Turchia carichi di servi greci e di molta roba.

CAP. XXXI. Come gl’Inghilesi guerreggiarono, il reame di Francia.