Nell’avvenimento della gente del re d’Ungheria a Trevigi, da capo presono sospetto tutti i signori lombardi, e quelli di Milano andarono in persona a messer Cane Grande, e con lui s’accozzarono al lago di Garda a un suo castello, e ivi fermarono tra loro lega e compagnia. E alla città di Bologna si ragunarono tutti gli altri collegati contro al signore di Milano, e da capo rifermarono loro lega, e di comune concordia catuna gente per sè mandò da capo ambasciadori al re d’Ungheria, a volere sapere se egli intendea con tanto grande esercito quant’egli avea seco fare altra novità in Italia che contro alla città di Trevigi; e saputo da lui che non venia per altro che per procacciare le sue terre dal comune di Vinegia, rimasono per contenti. E Ilbano di Bossina e messer Currado Lupo andarono al signore di Padova che vicinava col Trivigiano, e da parte del loro signore gli offersono amistà e buona pace e sicurtà del suo paese, pregandolo ch’allargasse la sua mano di dare all’oste del re vittuaglia per li loro danari, la qual cosa fu promessa con certo ordine a’ detti baroni. E tutte queste cose furono mosse e fatte in pochi dì, all’entrare del mese di luglio del detto anno.

CAP. LII. Come il re d’Ungheria ebbe Colligrano.

Colligrano è un grande e forte castello in Trevigiana presso a Trevigi a sedici miglia, e in sul passo del Frioli. Questo castello aveano ben fornito i Veneziani di gente d’arme per impedire il passo al re. In questi dì il re venia con grande esercito verso Trevigi, e giunto a Colligrano, vedendolo forte e in sul passo, quanto che potesse ben passare per forza della sua cavalleria, non lo si volle lasciare addietro, e però mise in ordine gli Ungheri, ch’erano più di quarantamila per fare combattere la terra, con intenzione di non partirsene ch’e’ l’arebbe. I terrazzani vedendo la moltitudine che copriva la terra intorno intorno parecchie miglia, tutti con gli archi e colle saette, temendo il pericolo della battaglia, s’arrenderono alla persona del re innanzi che battaglia si cominciasse. Ed egli in persona, senza lasciare fare loro alcuno male, v’entrò dentro con quella gente ch’e’ volle, a dì 12 di luglio del detto anno, e prese la signoria in nome dell’imperadore, e fornitolo di suoi cavalieri e d’uno confidente capitano, si mise innanzi col suo esercito in verso la città di Trevigi.

CAP. LIII. Come il re d’Ungheria venne a oste a Trevigi.

Essendo il detto re in cammino, prese un’altro castello che si chiama Asille, e altre tenute d’intorno senza arrestarsi ad esse, ed ebbele a’ suoi comandamenti. E cavalcando innanzi, a dì 14 del detto mese giunse nel campo a Trevigi con più di quarantamila Ungheri e Schiavi a cavallo, oltre a quelli che prima erano venuti co’ suoi baroni. E con questo grande esercito prese tutto il paese intorno a Trevigi, e assediò la città e più altre castella in Trevigiana ivi d’intorno; e ’l suo proponimento era di non partirsi dall’assedio ch’egli avrebbe la città al suo comandamento. Ma le cose alcuna volta non succedono alla volontà umana, e però con tutta la smisurata potenza non potè adempiere suo proponimento, come leggendo appresso dimostreremo.

CAP. LIV. Come si reggeano gli Ungheri in oste.

E’ pare cosa maravigliosa agl’Italiani ne’ nostri dì, a udire la moltitudine de’ cavalieri che seguitano il re d’Ungheria quando cavalca in arme contro i suoi nemici. E però, avvegnachè gli antichi fossono di queste cose più sperti, per lo lungo trapassamento di quella memoria qui ne rinnoveremo alcuna cosa, per levare l’ammirazione de’ moderni. Gli Ungheri sono grandissimi popoli, e quasi tutti si reggono sotto baronaggi, e le baronie d’Ungheria non sono per successione nè a vita, ma tutte si danno e tolgono a volontà del signore: e hanno per loro antica consuetudine ordinate quantità di cavalieri, de’ quali catuno barone, e catuno comune hanno a servire il loro re quando va o manda in fatti d’arme, sicchè il numero e ’l tempo del servigio catuno sa che l’ha a fare. E perocchè alla richiesta del signore subitamente senza soggiorno o intervallo conviene che sieno mossi, per questo quel comune e quello barone ha diputato quelli che a quel servigio debbino continovo stare apparecchiati di doppi cavalli, e chi di più, e di loro leggieri armi da offendere, cioè l’arco colle frecce ne’ loro turcassi, e una spada lunga a difensione di loro persone. Portano generalmente farsetti di cordovano, i quali continovano per loro vestimenta, e com’è bene unto, v’aggiungono il nuovo, e poi l’altro, e appresso l’altro, e per questo modo gli fanno forti e assai difendevoli. La testa di rado armano, per non perdere la destrezza del reggere l’arco, ov’è tutta la loro speranza. Gli Ungheri hanno le gregge de’ cavalli grandissime, e sono non grandi, e co’ loro cavalli arano e governano il lavorio della terra, e tutte loro some sono carrette, e tutti gli nudriscono a stare stretti insieme, e legati per l’uno de’ piedi, sicchè in catuna parte con uno cavigliuolo fitto in terra li possono tenere, e il loro nudrimento è l’erba, fieno e strame con poca biada; massimamente quando usano d’andare verso levante, e valicare i lunghi diserti. E andando verso que’ paesi, usano selle lunghe a modo di barde, congiunte con usolieri; e quando sono in que’ cammini disabitati e ne’ loro eserciti, l’uomo e ’l cavallo in sul campo a scoperto cielo fanno un letto senz’altra tenda, e in tempo sereno aprono le bande delle loro selle a modo di barda, e fannosene materasse, e sopr’esse dormono la notte; e se ’l tempo è di piova, che di rado avviene, o dell’una parte o d’amendue si fanno coperta, e’ loro cavalli usi a ciò non si curano di stare al sereno e alla piova, e non hanno danno in que’ paesi che di rado vi piove; altrove non è così, ma pure comportano meglio i disagi; e molti ne castrano, che si mantengono meglio, e sono più mansueti. Di loro vivanda con lieve incarico sono ne’ diserti ben forniti, e la cagione di ciò e la loro provvisione è questa; che in Ungheria cresce grande moltitudine di buoi e di vacche, i quali non lavorano la terra, e avendo larga pastura, crescono e ingrassano tosto, i quali elli uccidono per avere il cuoio, e ’l grasso che fanno ne fanno grande mercatanzia, e la carne fanno cuocere in grandi caldaie; e com’ell’è ben cotta e salata la fanno dividere dall’ossa, e appresso la fanno seccare ne’ forni o in altro modo, e secca, la fanno polverezzare e recare in sottile polvere, e così la serbano; e quando vanno pe’ deserti con grande esercito, ove non trovano alcuna cosa da vivere, portano paiuoli e altri vasi di rame, e catuno per sè porta uno sacchetto di questa polvere per provvisione di guerra, e oltre a ciò il signore ne fa portare in sulle carrette gran quantità; e quando s’abbattono alle fiumane o altre acque, quivi s’arrestano, e pieni i loro vaselli d’acqua la fanno bollire, e bollita, vi mettono suso di questa polvere secondo la quantità de’ compagni che s’accostano insieme; la polvere ricresce e gonfia, e d’una menata o di due si fa pieno il vaso a modo di farinata, e dà sustanza grande da nutricare, e rende gli uomini forti con poco pane, o per se medesima senza pane. E però non è maraviglia perchè gran moltitudine stieno e passino lungamente per li diserti senza trovare foraggio, che i cavalli si nutricano coll’erbe e col fieno, e gli uomini con questa carne martoriata. Ma ne’ nostri paesi, ove trovano il pane e ’l vino e la carne fresca, infastidiscono il loro cibo, il quale per dolce usano ne’ deserti; e però mutano costume, e non saprebbono vivere di quell’impastata vivanda, e però non potrebbono in tanto numero ne’ nostri paesi durare, che le città e le castella sono forti, e i campi stretti e le genti provvedute; e però avviene, che quanti più in numero di qua ne passano, più tosto per necessità di vita si confondono. La loro guerra non è in potere mantenere campo, ma di correre e fuggire e cacciare, saettando le loro saette, e di rivolgersi e di ritornare alla battaglia. E molto sono atti e destri a fare preda e lunghe cavalcate, e molto magagnano colle saette gli altrui cavalli e le genti a piede, e per tanto sono utili ove sia chi possa tenere campo, perocchè di fare guerra in corso e tribolare i nemici d’assalto sono maestri, e non si curano di morire, e però si mettono a ogni gran pericolo. E quando le battaglie si commettono, sempre gli Ungheri si tengono per loro, e combattono, partendosi a dieci o quindici insieme, chi a destra e chi a sinistra, e corrono a fedire dalla lunga con le loro saette, e appresso in su’ loro correnti cavalli si fuggono, e solieno andare senza insegna o alcuna bandiera, e senza stromento da battaglia, e a certa percossa di loro turcassi s’accoglievano insieme. Abbianne forse oltre al dovere stesa nostra materia, ma perchè in questo nostro tempo si sono cominciati a stendere nelle italiane guerre, non è male a sapere loro condizione.

CAP. LV. Come l’oste si mantenea a Trevigi.

Stando il re d’Ungheria all’assedio di Trevigi, venne a lui messer Gran Cane della Scala con cinquecento barbute di fiorita gente d’arme, e ricevuto dal re graziosamente stette a parlamentare con lui in segreto, e tornossi a Verona, lasciati al servigio del re que’ cavalieri che menati avea con seco, avvegnachè il re, avendo troppa gente della sua, non gli arebbe voluti, ma per cortesia gli ritenne. Messer Bernabò di Milano gli mandò cinquecento balestrieri, i quali gli furono assai a grado; e incontanente il re fece strignere l’oste intorno alla città, e rizzarvi da diverse parti da diciotto difici, e cominciava a volere fare cave per abbattere le mura, ma di quello quelli della città poco si torneano, perocch’ell’è posta in piano, ed è quel piano sì abbondante d’acqua viva, che non si può cavare braccia due in profondo, che da catuna parte l’acqua surge abbondante e bella. Quelli che dentro v’erano alla guardia della città per i Veneziani, vedendo l’oste strignersi alle mura della città, francamente si mostrarono apparecchiati alla difesa, e contro a’ trabocchi aveano fatti terrati e altri utili ripari. Il re e ’l suo consiglio avendo provveduto la terra intorno, conobbono che non era cosa possibile a volerla vincere per battaglia, avendo difensori come la sentivano fornita, perocchè le mura erano forti e alte, e molto bene provvedute e armate, e i fossi larghi e pieni d’acqua viva. E per tanto non era da potere sperare vittoria, se non per lungo assedio, e a questo si disponea la volontà reale, ma la moltitudine de’ suoi Ungheri bestiali e baldanzosi generava confusione, che non si poteano reggere nè tenere ordine; e però avvenne, non ostante che il re col signore di Padova avesse pace e concordia (per la quale mandava ogni dì grande quantità di pane cotto all’oste in molte carra, e quattro carrette di vino per mantenere in dovizia l’oste, senza quella vittuaglia che le singulari persone del suo contado vi portavano) e in patto era che il suo contado e distretto dovea essere salvo e sicuro da tutto l’esercito del re, che non ostante le dette promesse gli Ungheri cavalcavano di loro movimento in sul Padovano, uccidendo ardendo e rubando, e facendo preda come sopra i nemici; onde il signore si turbò, e non mandò più nel campo l’ordinata vittuaglia, e’ paesani per non essere rubati si rimasono di portarvene, per la qual cosa il grande esercito cominciò a sentire difetto, e sformata carestia delle cose da vivere oltre all’usato modo. Lasceremo alquanto questa materia, per dare all’altre cose che occorsono alla fine di questo assedio il loro debito.

CAP. LVI. Come la gran compagnia passò nella Marca.