All’uscita del mese di luglio del detto anno, il conte di Lando colla sua compagnia uscì del Regno per la via della marina di san Fabiano. La forza del legato ch’era in sul Tronto non si potè tanto stendere che la compagnia inverso la marina non valicasse il fiume, e valicati senza contasto, si dirizzarono verso Fermo, e tra la città d’Ascoli e di Fermo posono loro campo; nel quale si trovarono duemilacinquecento barbute ben montati e bene in arme, e gran quantità di cavallari e di saccomanni in ronzini e in somieri, e mille masnadieri, e barattieri, e femmine di mondo, e bordaglia da carogna bene più di seimila. Essendosi accampati, sentirono come il legato era forte di gente d’arme e apparecchiato a tenerli stretti dalle gualdane, e però cercarono accordo con lui, e vennero a’ patti, che promisono in dodici dì essere fuori della Marca d’Ancona, senza fare prede o danno al paese, e che prenderebbono derrata per danaio, e’ paesani doveano apparecchiare la vittuaglia al loro trapasso. Seguirono i patti, ma non del termine, e dovunque tenevano campo non poteano fare senza grave danno de’ paesani; e a dì 10 del mese d’agosto furono passati in Romagna.
CAP. LVII. De’ fatti dell’isola di Cicilia.
In questi tempi nell’isola di Cicilia avvenne, che essendo morto Lodovico che si faceva dire re, e un suo fratello, ch’erano in guardia della setta de’ Catalani, l’altra parte della setta degl’Italiani, ond’erano capo i conti della casa di Chiaramonte, i quali s’erano accostati col re Luigi di Puglia, presono più ardire, e’ Catalani e’ loro seguaci n’abbassarono; e per questo avvenne, che messer Niccola di Cesaro con alquanti grandi cittadini di Messina i quali erano stati cacciati di Messina vi ritornarono; e questo messer Niccola essendo cacciato della terra, s’era ridotto di volontà del re Luigi nel castello di Melazzo, e fatto capitano de’ cavalieri del detto re Luigi per guardare il castello e guerreggiare i Messinesi. Costui ritornato in Messina co’ suoi consorti e con altri di suo seguito, molto segretamente si cominciò a intendere co’ caporali di Chiaramonte, e all’entrata di luglio del detto anno, provveduto a’ suoi segreti, fece muovere certi di sua setta, i quali cominciarono mischia con quelli cittadini ch’erano avversari di messer Niccola, e che l’aveano tenuto fuori di Messina. Essendo per questa novità la terra a romore, come ordinato era, messer Niccola ebbe di subito da Melazzo dugento cavalieri che v’erano del re Luigi e quattrocento fanti, i quali mise nella città, e con loro e con suo seguito di cittadini corse la terra, e caccionne fuori diciannove famiglie de’ suoi avversari, e tutti gli fece rubare, e fecesene signore, non per titolo, ma come maggiore governava il reggimento di quella. E così in tutte le parti dell’isola erano dissensioni e brighe per le maladette sette, ma l’una calava e l’altra montava con continove uccisioni e guastamento del paese; e già per terre che ’l re Luigi v’avesse o per sua forza di gente, che ve ne manteneva poca per povertà di moneta, lievemente montava al fatto. La divisione de’ paesani mutava la loro fortuna, come seguendo nel loro tempo si potrà vedere.
CAP. LVIII. Come il conte di Lancastro cavalcò fino a Parigi.
Del mese di luglio del detto anno, il conte di Lancastro con due fratelli del redi Navarra, con quattromila cavalieri e molti arcieri inghilesi, per fare maggiore onta al re di Francia, sentendo s’apparecchiava di molta baronia, si misono a cammino, scorrendo i paesi inverso la città di Parigi, facendo col fuoco gran danno alle villate di fuori e predando in ogni parte, e misonsi tanto innanzi, che a una giornata s’appressarono a Parigi. Sentendo che ’l re s’apparecchiava di venire contro a loro con diecimila cavalieri e grande popolo, diedono la volta girando il paese, e facendo continovi danni e gravi si ridussono in Normandia a un castello che si chiamava Bertoglio, innanzi al quale fermarono loro campo per difenderlo, avvisando che ’l re di Francia il dovesse fare assediare, perocchè tribolava col ricetto degl’Inghilesi tutta Normandia.
CAP. LIX. Come il re di Francia andò in Normandia.
Il re di Francia infocato di sdegno più contro a messer Filippo di Navarra che gli era venuto addosso, che contro al duca di Lancastro, sentendo che s’era ridotto nel Castello di Bertoglio sotto la guardia degl’Inghilesi, di presente in persona si mosse da Parigi con quella cavalleria ch’avea accolta, lasciando d’essere seguito dagli altri, e dirizzossi in Normandia verso Bertoglio; e trovandosi con più di diecimila cavalieri, e con grande moltitudine di sergenti, si mise a campo presso a’ suoi nemici, a intenzione di combattere con loro. Il conte di Lancastro avvisato guerriere, sentendosi il re appresso con molto maggior forza che la sua, ebbe un suo avvisato scudiere e ben parlante, il quale mandò al re di Francia, e fecelo richiedere di battaglia. Il re allegramente ricevette il gaggio della battaglia, facendo allo scudiere larghi doni; il quale volendo dimostrare ch’avesse amore al re, in sul partire gli disse, che la venuta del conte alla battaglia sarebbe innanzi dì, dicendogli, che per tempo si dovesse apparecchiare. Il re mucciando gli disse, che di ciò non si curava; venisse quando volesse, pure che venisse alla battaglia; ma le parole dello scudiere furono molto piene di malizia, perocchè sapendo che ’l conte la notte si dovea partire, disse questo acciocch’e’ Franceschi sentendo il movimento credessono che ciò fosse apparecchio di battaglia e non di fuga, e così avvenne, che ’l conte di Lancastro, e messer Filippo di Navarra in quella notte, facendo fare gran vista nel campo e gran romore, chetamente si ricolsono, e partirono colla loro gente. Il re la mattina scoperto il baratto degl’Inghilesi si mise a oste al castello con proponimento di lasciare gli altri assalti degl’Inghilesi, e attendere a racquistare le terre che rubellate gli erano in Normandia. In questo tempo il duca di Guales faceva alle terre del re di Francia grandi guerre in Guascogna, ma però il re non si volle partire dall’assedio di Bertuglio infino a tanto che l’ebbe a’ suoi comandamenti, arrenduti al re salve le persone, e così fu fatto; avendo il re vittoria d’avere cacciati con vergogna i nemici, e vinto il castello.
CAP. LX. Come il papa e l’imperadore diedono titolo al re d’Ungheria.
In questi tempi mostravano il papa e’ cardinali grande affezione al re d’Ungheria, o che fosse procaccio del detto re, che spesso avea in corte suoi ambasciadori, o che motivo fosse della Chiesa per fargli onore, a dì quattro del mese d’agosto del detto anno, il papa e i cardinali di concordia in consistoro il pronunziarono e dichiararono gonfaloniere di santa Chiesa contro agl’infedeli. In questo medesimo tempo, essendo il detto re all’assedio di Trevigi, l’imperadore il fece suo vicario nella guerra de’ Veneziani, ed egli levò nel campo la sua insegna, e tutte le terre che per lui s’acquistavano riceveva in nome dell’imperadore.