Il re d’Ungheria vedendo l’oste sua sconcia per la sfrenata baldanza della moltitudine de’ suoi Ungheri, e che i difetti della vittuaglia erano senza rimedio, si pentè di non avere presa la concordia che potuta avea prendere con suo onore co’ Veneziani; ed essendo naturalmente di subito movimento, senza deliberare con altro consiglio, improvviso a tutti, a dì 23 del mese d’agosto del detto anno si partì dall’assedio di Trevigi, ov’era con più di trecento migliaia di cavalieri, è passò la Piave raccolta tutta sua gente a salvamento; perocchè quelli della città nè segno nè avviso n’ebbono ch’e’ si dovesse partire, e alcuni dì stettono innanzi che pienamente si potesse credere la loro partita. A Colligrano fu la loro raccolta, e in quella terra lasciò duemila cavalieri ungari alla guardia della terra per fare guerra a Trevigi, ed egli con tutto l’altro esercito si tornò in Ungheria con poco onore della sua impresa a questa volta.
CAP. LXVII. Raccoglimento di condizioni, e movimento del re.
Questo re d’Ungheria, per quella verità che sapere ne potemmo, è uomo di gran cuore, pro’ e ardito di sua persona, e nelle prosperità di grandi imprese molto animoso, rigido e fiero in quelle, e molto si fa temere a’ suoi baroni, e vuole avere presti i loro debiti servigi; è grande impigliatore senza debita provvedenza; e a sua gente in fatti d’arme è più abbandonato e baldanzoso che provveduto, per la soperchia fidanza, che havea in loro ed eglino in lui, perocchè molto è cortese a tutti e di buona aria; assai volte ha mostrati esempi di subiti e lievi movimenti nelle grandi cose, e l’avverse sa meglio abbandonare, partendosi da esse, che stando con virtù resistere a quelle.
CAP. LXVIII. Come la gente della lega di Lombardia sconfisse il Biscione a Castel Lione.
Essendo lungamente stato assediato il forte Castel Leone de’ Mantovani dalla forza de’ signori di Milano, e recato a stretto partito, i signori di Mantova coll’aiuto del marchese di Ferrara e del signore di Bologna raunate subitamente, all’uscita d’agosto anno detto, mille dugento barbute e grande popolo per soccorrere il castello, s’avviarono molto prestamente verso il campo de’ nemici, i quali vedendosi venire improvviso addosso i Mantovani si levarono dall’assedio, e ordinarono una grossa schiera alla loro riscossa e innanzi che la gente de’ Mantovani giugnesse al campo, si ridussono a uno castello ivi presso de’ loro signori di Milano; ma la schiera fatta per la riscossa fu soppressa dalla gente de’ Mantovani e sconfitta, e morti e presi la maggior parte, e ’l castello liberato dall’assedio; e rifornito di nuova gente e di molta vittuaglia con vittoria si tornarono al loro signore, avendo vituperata la gente de’ signori di Milano di quella loro lunga impresa.
CAP. LXIX. Trattati de’ Ciciliani.
Detto abbiamo addietro, come certi potenti cittadini della città di Messina nominati que’ di Cesare cacciarono della città altri cittadini loro avversari, e rimasi i maggiori, s’accostarono co’ baroni di Chiaramonte, i quali teneano col re Luigi del Regno. Nondimeno perchè a loro parea essere nell’isola i maggiori, eziandio senza l’aiuto del detto re, e’ cercarono di riducere a loro Federigo loro legittimo signore, e trarlo delle mani de’ Catalani, e conducerlo a Messina e farlo coronare dell’isola. E per dimostrare che eglino avessono affezione al loro signore naturale dell’isola, messer Niccola di Cesaro in persona, a cui il re Luigi avea accomandata la terra di Melazzo, andò là con gente d’arme, e fece per più di combattere coloro che per lo re guardavano la rocca, tanto che l’ebbe. Per la qual cosa i Messinesi presono molta confidanza di messer Niccola, e don Federigo medesimo prese speranza e diede intenzione di venire a Messina, e per tutto si divolgò che l’accordo di Cicilia era fatto. Ma o che questo trattato fosse fatto ad ingegno di malizia, come si credette, o che la setta de’ Catalani non si fidasse, la cosa si ruppe tra’ Ciciliani, e seguitonne la chiamata a Messina del re Luigi, come appresso al suo tempo, conseguendo nostra materia, diviseremo.
CAP. LXX. Come la compagnia stette sopra Ravenna.
Venuta la compagnia del conte di Lando del Regno in Romagna, il legato per tema de’ baratti di quella gente senza fede si ritrasse dall’assedio di Cesena, e dalla cominciata guerra contro al capitano di Forlì, pensando saviamente i pericoli che occorrere li poteano. Il capitano a quella compagnia dava il mercato, e a’ capitani e a’ maggiori conestabili facea doni per avere il loro aiuto: e la moltitudine di quello esercito si stava in sul contado di Ravenna facendo danno di prede, e minacciando di dargli il guasto, se ’l loro signore messer Bernardino da Polenta non desse loro danari. Ma egli, essendo molto ricco di moneta, chiamò a consiglio i Cittadini di Ravenna; e con loro ordinò il modo dell’ammenda del guasto, e volle in questo caso, come valoroso tiranno, innanzi sodisfare il danno a’ suoi cittadini, che sottomettersi al tributo della compagnia. Onde molto fu commendato da’ savi; perocchè del guasto la compagnia fa danno a sè senza trarne alcun frutto, e il trarre danari da’ signori e da’ comuni è un accrescere baldanza e favore a mantenere le compagnie e servaggio de’ popoli.