Sentendo i Fiorentini la gran compagnia in Romagna, e che ’l termine promesso per quella di non gravare i Fiorentini compieva, si provvidono d’alquanti cavalieri, e mandaronli in Mugello per contradire i passi dell’alpe, e feciono eletta nella città e nel contado di balestrieri, e del mese di luglio del detto anno feciono mostra di duemilacinquecento balestrieri sperti del balestro, tutti armati a corazzine, e mandaronne a’ passi dell’alpe, e senza arresto, ne compresono appresso fino in quattromila, tutti con buone corazzine, della qual cosa le terre vicine ghibelline, e guelfe di Toscana, che allora viveano in sospetto, stavano in gelosia e in guardia, e la compagnia medesima ne cominciò a dottare. Nondimeno il comune, per savia e segreta provvidenza, mandò alcuni cittadini per ambasciadori alla compagnia, i quali teneano ragionamento di trattato, e passavano tempo, e tentavano con ispesa di trarre de’ caporali della compagnia e conducergli a soldo; e per questo modo temporeggiando co’ conducitori di quella, tanto che il grano e i biadi del nostro contado fu fuori de’ campi, e ’l comune fortificato di cavalieri, e masnadieri, e balestrieri, e presi i passi in tutta l’alpe, ove potea essere il passo alla compagnia, si ruppono dal trattato, e tornaronsi a Firenze. La compagnia, sentendo il comune di Firenze provveduto contro a sè, con accrescimento di sdegno perdè la speranza d’entrare a fare la ricolta tributaria in Toscana, e però tenne co’ Lombardi suo trattato, il quale fornì, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. LXXII. L’ordine ch’e’ Fiorentini presono per mantenere i balestrieri.
Piacendo a’ Fiorentini molto il nuovo trovato de’ balestrieri, il fermarono con ordine, e nella città n’elessono ottocento, tutti balestrieri provati, partendoli per gonfalone, e a venticinque davano un conestabile, e le balestra e le corazze di catuno inarcavano del marco del comune, e per simile modo n’elessono nel contado, dandone secondo l’estimo cotanti per cento, e appresso nel distretto ne feciono scegliere a catuna comunanza, terra o castello quelli che si conveniano, tanti che in tutto n’ebbono quattromila; e ordinarono per li loro soldi certa entrata del comune, e che catuno de’ detti balestrieri, non andando al servigio del comune, standosi a casa sua avesse ogni mese soldi venti di provvisione dal comune, e ’l conestabile soldi quaranta, e dovessono stare apparecchiati a ogni richiesta del comune; e quando il comune li mandasse o tenesse in suo servigio, dovessono avere il mese fiorini tre di soldo, e ogni capo di tre o di quattro mesi erano tenuti a volontà degli uficiali deputati sopra loro, ch’erano due cittadini per catuno quartiere, colle loro balestra e colle corazze marcate del marco del comune. E oltre a ciò, a ogni rassegnamento gli uficiali facevano fare per ogni gonfalone un bello e nobile balestro e tre ricche ghiere, il quale poneano in premio e in onore di quel balestriere della compagnia del gonfalone, che tre continovi tratti saettando a berzaglio vinceva gli altri; e ancora così faceano ne’ comuni del contado per esercitare gli uomini, per vaghezza dell’onore, a divenire buoni balestrieri; e fu cagione di grande esercitamento del balestro, tanto che tra sè nella città e nel contado ogni dì di festa si ragunavano insieme i balestrieri a farne loro giuoco e sollazzo per singulare diporto.
CAP. LXXIII. Come i Trevigiani furono soppresi dagli Ungheri con loro grave danno.
Tornando un poco nostra materia, a’ fatti di Trevigi, avendo veduto coloro ch’erano per i Veneziani alla guardia di Trevigi la subita partita del re d’Ungheria e del suo grande esercito, cominciarono a far tornare i lavoratori nel contado, e conducervi il bestiame, e sparti per le contrade. Gli Ungheri ch’erano rimasi a Colligrano e per le terre vicine, sentendo il paese pieno di preda, mandarono scorrendo di loro Ungheri fino presso a Trevigi intorno di quattrocento cavalli, i quali raunarono d’uomini e di bestiame una grande preda; i cavalieri e’ balestrieri ch’erano in Trevigi con loro capitani veneziani, per risquotere la preda gagliardamente uscirono fuori più di cinquecento cavalieri e assai masnadieri, i quali di presente s’aggiunsono con gli Ungheri; ed eglino si cominciarono a difendere andando verso i nemici, e voltando e appresso ritornando; e continovo si ritraevano, ove sapevano ch’era l’aguato della loro gente, non facendone alcuno sembiante; e così continuando, e perseguitandoli i Trevigiani, gli ebbono condotti dov’erano riposti in aguato ottocento de’ loro Ungheri, i quali di subito uscirono addosso a’ Trevigiani, e rinchiusi tra loro, più di dugento n’uccisono in sul campo, e presonne più di trecento, e menaronsene i prigioni e la preda, avendo più danno fatto a’ Veneziani e a quelli del paese in questa giornata, che il re nell’assedio con tutto il suo esercito; e questo fu a dì 23 del mese d’agosto anno detto.
CAP. LXXIV. Come il Regno era d’ogni parte in guerra.
Essendo, come detto abbiamo poco innanzi, uscita la compagnia del reame, il re rimaso povero d’avere e di gente d’arme non potea riparare alla forza de’ ladroni che per tutto scorrevano il reame, ricettati da’ baroni ch’erano scorsi a mal fare, e partivano le ruberie e le prede con loro; e di verso le parti di Campagna centocinquanta cavalieri, ch’erano rimasi della compagnia, tribolavano tutto il paese d’intorno, e rubavano e rompevano le strade e’ cammini, e così gli altri caporali de’ ladroni facevano in principato e in Terra di Lavoro; e in Puglia il paladino col favore del duca di Durazzo, faceva il simigliante, e con ottocento barbute avea assediato Sanseverino, scorrendo e rubando tutto il piano di Puglia; e per questo il Regno era in maggiore tempesta che quando v’era la gran compagnia, e niuno cammino v’era rimaso sicuro; catuna parte del Regno era corrotta a mal fare, fuori che le buone terre, per gran colpa della mala provvedenza del re loro signore, che fuori de’ suoi diletti poco d’altro si mostrava di curare.
CAP. LXXV. Come i collegati condussono la compagnia al loro soldo.
La compagnia del conte di Lando stando lungamente sopra il contado di Ravenna, e premendo per via d’aiuto gravemente i Forlivesi, conosciuto che per lo riparo e provvedenza del comune di Firenze a loro era malagevole e pericoloso entrare in Toscana, s’accordarono d’andare a servire i collegati contro a’ signori di Milano in Lombardia; e condotti per quattro mesi per quelli della lega, promisono di stare il detto tempo sopra le terre de’ signori di Milano guerreggiando il paese a loro utilità; e a dì 18 del mese di settembre anni Domini 1356 si partirono di Romagna, e presono loro cammino in Lombardia, e tra Bologna e Modena attesono l’altra forza de’ collegati e ’l capitano ch’appresso diviseremo.