Erano in questo tempo collegati contro a’ signori di Milano il signore di Mantova, il marchese di Ferrara e ’l signore di Bologna, nominati caporali, avvegnachè assai degli altri tacitamente teneano con loro; e avendo procacciato d’avere la compagnia al loro servigio, come detto è, trattarono coll’imperadore d’avere capitano da lui a quell’impresa, e l’imperadore avendo l’animo contro a’ signori di Milano, i quali avea trovati molto potenti, avendo in Pisa per suo vicario messer Astorgio Marcovaldo vescovo d’Augusta, uomo valoroso in arme e di grande autorità, per non volersi scoprire manifestamente contro a’ tiranni, concedette la libertà al vescovo, e in segreto l’ordinò suo vicario, e a ciò li concedette tacitamente suoi privilegi, commettendoli che ciò non manifestasse se non quando sopra loro si vedesse in gran prosperità, sicchè con onore dell’imperio il potesse fare, altrimenti nol facesse, ma mostrasse da sè fare quell’impresa. Costui chiamato dalla lega de’ Lombardi si partì da Pisa e venne a Firenze, ove li fu fatto grande onore; e senza soggiorno se n’andò alla compagnia, e fu fatto loro conduttore, e dell’altra gente de’ Lombardi collegati; il quale valentemente s’ordinò contro a’ tiranni, e fece grandi cose, come appresso narreremo; ma richiedendoci innanzi alcune cose grandi conviene che prima abbiano il debito della nostra penna.

CAP. LXXVII. Come i Brabanzoni ruppono i patti a’ Fiamminghi.

Avendo poco innanzi narrato la concordia che si prese in luogo dell’apparecchiata battaglia tra’ Fiamminghi, e’ Brabanzoni per lo fatto di Mellina, seguita, che gli otto albitri eletti, quattro da catuna parte, sotto la fede del loro saramento, aveano diligentemente vedute, e disaminate le ragioni di catuna parte; e trovando di concordia tutti gli albitri la ragione della villa di Mellina essere del conte di Fiandra, e così essere acconci di sentenziare per osservare il loro saramento; il duca di Brabante, rompendo la fede promessa, mandò per fare pigliare i quattro suoi Brabanzoni ch’erano albitri, acciocchè non potessono dare la sentenza, e due ne presono, e due se ne fuggirono. Per questa cosa il conte di Fiandra, e’ Fiamminghi si tennono traditi da’ Brabanzoni e dal loro duca, e di presente mossono guerra nel paese. Ed essendo alquanti cavalieri fiamminghi entrati in Brabante guerreggiando, i Brabanzoni si misono con maggiore forza contro a loro, e rupponli, e uccisono ottanta cavalieri, e più altri ne imprigionarono. E aggiunto alla prima ingiuria il secondo danno e vergogna de’ Fiamminghi, s’infiammarono tutti di tanto sdegno, che per comune tutti diedono luogo a’ loro mestieri, e intesono ad apparecchiarsi in arme per andare contro a’ Brabanzoni, onde uscirono notabili cose come appresso racconteremo.

CAP. LXXVIII. Come il conte di Fiandra andò sopra Brabante.

È da sapere, per meglio intendere quello che seguita, che non per nuovo accidente, ma per antica virtù, e continovata ambizione, il popolo Fiammingo era più pro’ e più sperto e audace in fatti d’arme che il popolo brabanzone, e i cavalieri brabanzoni più sperti e più atti in fatti d’arme ch’e’ cavalieri fiamminghi. Ma recando a sè il popolo fiammingo l’ingiuria ricevuta da’ Brabanzoni, nell’impeto del furore del suo animo, come un uomo, s’accolsono insieme più di centocinquanta migliaia d’uomini, tutti armati a modo di cavalieri, e con loro il conte loro signore con quattromila cavalieri, e raccolto grandissimo carreaggio carico di vivanda, e d’armadura a dì 9 d’agosto anno detto presono loro cammino per entrare in Brabante, e a dì 12 del detto mese si trovarono sopra la gran città di Borsella, presso a mezza lega, e ivi fermarono loro campo, scorrendo il paese d’intorno, e facendo assai danno a’ paesani.

CAP. LXXIX. Come il duca di Brabante si fè incontro a’ Fiamminghi.

Il duca di Brabante, il quale era Tedesco, fratello uterino di Carlo di Boemia imperadore, avendo in animo di non volere, Mellina al conte rendere attendendo la guerra, avea richiesto d’aiuto l’imperadore, e molti altri principi della Magna, e a questo punto si trovò da diecimila o più buoni cavalieri tedeschi e brabanzoni, e tutto il popolo di Brabante si mise in arme, e trovossi il duca a questo bisogno cento migliaia di Brabanzoni a piè bene armati. E vedendosi i nemici all’uscio, a dì 17 del detto mese d’agosto uscirono a campo fuori della villa di Borsella, e misonsi a campo a rimpetto de’ Fiamminghi presso a un mezzo miglio: e cominciarono a ordinare la loro gente, e disporla per battaglie a piè, e a cavallo; perocchè ben conosceano che l’impresa era tale, che non riceveva altro termine che la vittoria della battaglia a cui Iddio la concedesse. In questo ordinare stettono dalla mattina a nona; mezzani non si poteano in questo fatto tramettere per la fede altra volta rotta pe’ Brabanzoni, catuna parte s’acconciava di combattere, e tanto era presso l’un’oste all’altra, che battaglia non vi potea mancare.

CAP. LXXX. Come i Fiamminghi sconfissono i Brabanzoni.

I Fiamminghi, ch’erano infocati per l’ingiurie ricevute, vedendosi i nemici così di presso, e sentendo tra loro gran romore, avvisandosi che per discordia si dovessono partire, senza attendere che venissono schierati al campo, valicata l’ora della nona, si misono ad assalirgli. E cominciato un grido tutti insieme a loro costuma, che trapassava il cielo vincendo ogni tonitruo, e giugnendo a’ nemici, i quali aveano incominciata alcuna discordia tra’ Tedeschi e’ Brabanzoni, gli assalirono con grande ardimento; e cominciata tra loro la battaglia, avvenne per caso, e non per operazione de’ nemici, che l’insegna del duca di Brabante si vide abbattuta. Veduto questo i Brabanzoni a piede in prima si misono alla fuga, e i cavalieri appresso volsono le reni a’ nemici senza fare alcuna resistenza, e intesonsi a salvare nella città ch’era loro presso; i Fiamminghi affannati per la corsa al primo assalto, e carichi d’arme, non li poterono seguire, e per questa cagione pochi ne morirono in sul campo, ma più n’annegarono, gittandosi a passare il fiume coll’armi indosso; ma tra tutti i morti in sul campo e annegati nel fiume appena aggiunsono al numero di cinquecento, che fu di così grande esercito gran maraviglia, e de’ Fiamminghi non morì alcuno di ferro, cosa quasi, incredibile a raccontare, ma così fu per la grazia di Dio, che non assentì tra loro maggiore effusione di sangue.

CAP. LXXXI. Come il conte di Fiandra ebbe Borsella.