CAP. XVII. La battaglia tra il re di Francia, e il prenze di Guales.
Il maliscalco di Dina colla sua schiera de’ feditori, come poco avveduto e assai baldanzoso, vedendo i fuochi che gl’Inghilesi facevano, pensò che ardessono il campo, e che per paura se ne fuggissono, e per questa folle burbanza, non attendendo d’avere appresso la seconda e terza schiera, levato un grido, se ne vanno con matto ardimento, e avacciarono il loro assalto, e dilungaronsi subitamente tanto dall’altre schiere, che per lo lungo terreno non poterono essere veduti da loro, e con grande ardire si misono ad assalire la schiera degl’Inghilesi, ch’era di fuori del carreggio, e fedironli per tal virtù, che li feciono rinculare a dietro, e perdere assai terreno. Il duca e’ suoi, che conobbono la mala condotta che aveano fatta gli Spagnuoli, e che non aveano la riscossa appresso, mandarono per costa millecinquecento cavalieri de’ loro, e inchiusonli, combattendoli dinanzi e di dietro, e sbarattaronli, facendone grande uccisione in poca d’ora. Seguendo appresso l’altra più grossa schiera del duca d’Atene conestabile di Francia, gli arcieri ch’erano riposti uscirono d’ogni parte per costa a saettare a questa schiera, e sollecitando le loro saette, molti uomini e cavalli fedirono e assai n’uccisono; e ’l duca di Guales, vedendo questa schiera già impedita e magagnata dagli arcieri, uscì loro addosso colla baldanza della prima vittoria, e dopo non grande resistenza furano tutti morti e presi, innanzi che ’l re ne sapesse la novella. Il Delfino di Vienna, e ’l duca d’Orliens, che aveano più di cinquemila cavalieri, e il re appresso con seimila in sua compagnia, avendo sentita la rotta delle due prime schiere, come vilissimi e codardi, avendo ancora due tanti e più di cavalieri e di baroni freschi e ben montati, ed essendo i nemici stanchi per le due battaglie, tanta paura entro ne loro animi rimessi e vili, che potendo ricoverare la battaglia, non ebbono cuore di fedire a’ nemici, nè vergogna d’abbandonare il re, ch’era presso di loro sul campo, nè l’altra baronia di Francia, e senza ritornarsi a dietro a far testa col re insieme, e senza essere cacciati, si fuggirono del campo, e andaronsene verso Parigi, abbandonando il padre e’ fratelli nel pericolo della grave battaglia; degni non di titoli d’onore, ma di gravi pene, se giustizia avesse forza in loro.
CAP. XVIII. La sconfitta del re di Francia e sua gente.
Avendo il valoroso duca di Guales già sbarattate le due prime schiere de’ nemici, e veduto che la terza schiera, ov’era il figliuolo e ’l fratello del re con cinquemila cavalieri, per paura s’erano fuggiti senza dare o ricevere colpo, prese speranza dell’incredibile vittoria, e con molta baldanza tutti in uno drappello fatto s’addirizzarono ad andare a combattere la grossa schiera del re. Il quale re, avendosi messe innanzi l’altre schiere, si pensò, per ritenere più ferma la baronia, di scendere a piè, e così fece. E vedendosi venire addosso gl’Inghilesi e’ Guasconi con gran baldanza, e avendo saputa la fuga del figliuolo e del fratello non invilì, ma virtuosamente confortando i suoi baroni che gli erano di presso, si fece innanzi a’ nemici per riceverli alla battaglia coraggiosamente. Il duca co’ suoi franchi cavalieri, e sperti in arme a quel tempo più ch’e’ Franceschi, e cresciuti nella speranza della vittoria, si fedirono aspramente nella schiera del re. Quivi erano di valorosi baroni e di pro’ cavalieri; e sentendovi la persona del re, faceano forte e aspra resistenza, e mantennono francamente lo stormo, abbattendo, tagliando e uccidendo di loro nemici; ma perocchè fortuna favoreggiava gl’Inghilesi, molti Franceschi come poteano ricoverare a cavallo si fuggivano, senz’essere perseguitati; che la gente del duca non si snodava, e la schiera del re al continovo mancava; e ’l re medesimo, conoscendo già la vittoria in mano de’ suoi nemici, non volendo per viltà di fuga vituperare la corona, fieramente s’addurò alla battaglia, facendo grandi cose d’arme di sua persona; ma sentendosi allato messer Gianni suo piccolo figliuolo, comandò che fosse menato via e tratto della battaglia; il quale per comandamento del re essendo montato a cavallo con alquanti in sua compagnia, e partito un pezzo, il fanciullo ebbe tanta onta di lasciare il padre nella battaglia che ritornò a lui, e non potendo adoperare l’arme, considerava i pericoli del padre, e spesso gridava: Padre, guardatevi a destra, o a sinistra o d’altra parte, come vedea gli assalitori; ed essendo appresso del re messer Ruberto di Durazzo della casa reale di Puglia, ch’avea aoperate sue virtù come paladino, e lungamente con altri baroni difesa la battaglia, e morti e magagnati assai di quelli ch’a loro si strigneano, in fine abbattuti e morti intorno al re, il re fu intorniato dagl’Inghilesi e da’ Guasconi, e domandato fu che si dovesse arrendere; ed egli vedendosi intorneato de’ suoi baroni e nimici morti e de’ nemici vivi, e fuori d’ogni speranza di potere più sostenere la battaglia, s’arrendè per sua voce a’ Guasconi, e lasciò l’arme sotto la loro guardia: e ’l suo piccolo figliuolo di corpo, e grande d’animo, non si voleva arrendere, ma pregato, e ricevuto comandamento dal padre che s’arrendesse, così fece; e questo fu il fine della disavventurata battaglia per li Franceschi, e d’alta gloria per gl’Inghilesi.
CAP. XIX. Racconta molti morti e presi nella battaglia.
In questa battaglia furono morti il duca di Borbona della casa di Francia, il duca d’Atene, il maliscalco di Chiaramonte, messer Rinaldo di Ponzo, messer Giuffrè di Ciarnì, il conte di Galizia, messer Ruberto di Durazzo de’ reali del regno di Cicilia, il sire di Landone, il sire di Crotignacco, messer Gianni Martello, messer Guglielmo di Montaguto, messer Gramonte di Cambelli, il vescovo di Celona, cagione di questo male, il vescovo d’Alzurro, tutti alti e gran baroni; e furono morti in sul campo oltre a costoro più di milledugento altri cavalieri a sproni d’oro, e banderesi, e cavalieri di scudo e borgesi, tutta nobile cavalleria, perocchè non v’erano quasi soldati; tutti erano famigli di gran signori, e uomini ch’erano venuti al servigio del loro re. I presi furono messer Giovanni re di Francia, messer Giovanni suo piccolo figliuolo, il maliscalco da Udinam, messer Iacopo di Borbona, il conte di Trincia villa, il conte di Monmartino, il visconte di Ventador, il Conte di Salembrucco Alamanno, il sire di Craone, il sire di Montaguto, il sire di Monfreno, messer Brucicolto, messer Bremont della volta, messer Amelio del Balzo, e ’l castellano d’Amposta, messer Gianni e messer Carlo d’Artese, l’arcivescovo di Sensa, il vescovo di Lingres, e molti altri baroni che qui non si nominano; e oltre a questi caporali, vi rimasono presi più di duemila cavalieri franceschi tutti uomini di pregio, e grandi e ricchi borgesi, e scudieri e gentili uomini. Questa battaglia fu fatta lunedì la mattina, a dì 18 di settembre, gli anni 1356, presso a Pittieri a due leghe, in una villa che si chiama Trecceria, la quale per questo caso piuttosto confermò il suo nome che altra mutazione le desse.
CAP. XX. Come il re di Francia n’andò preso in Guascogna.
Seguita, che vedendosi il giovane duca sì altamente vittorioso, non ne montò in superbia, e non volle come potea mettersi più innanzi nel reame, che lieve gli era a venirsene fino a Parigi, ma avendo la persona del re a prigione. e ’l figliuolo, e tanti baroni e cavalieri, per savio consiglio diliberò di non volere tentare più innanzi la sua fortuna; e però raccolta la preda e tutta la sua gente, e fatto fare solenne uficio per li morti, e rendute grazie a Dio della sua vittoria, si partì del paese, e senz’altro arresto se ne tornò in Guascogna alla città di Bordello. E giunto là, fece apparecchiare al re nobilemente il più bello ostiere, ove largamente tenea lui e ’l figliuolo, facendo loro reale onore, e spesse volte la sua persona il serviva alla mensa. È vero che lo volle al cominciamento menare in Inghilterra per più sua sicurtà, ma i Guasconi, a cui il re s’era accomandato, non acconsentirono, e però si rimase in Guascogna alcun tempo innanzi che condotto fosse in Inghilterra, che si fece con grande ingegno, come innanzi racconteremo.
CAP. XXI. I modi tenne il re d’Inghilterra sentendo la novella di sì gran vittoria.
Corsa la fama dell’incredibile vittoria in Inghilterra, e avendo il re Adoardo di ciò lettere dal figliuolo che li contavano il pericolo dov’egli con tutta la sua oste era stato, e l’alta e la grande vittoria che Iddio gli avea data, il savio re contenente nella faccia e negli atti, senza mostrare vana allegrezza, di presente fece raunare i suoi baroni e ’l suo consiglio, e con belle e savie parole dimostrò a tutti che questo non era avvenuto per virtù nè operazione di sua gente, ma per singulare grazia di Dio, e comandò a tutti che niuna vana gloria o festa se ne mostrasse; ma per suo dicreto fece ordinare e mandare per tutta l’isola, che in catuna buona terra, castello e villa, otto dì continovi si facesse in tutte le chiese ogni mattina solenne sacrificio per l’anime de’ morti nella battaglia, e che si rendesse a Dio grazia della vittoria ricevuta. E fuori di questi esequi non si udì nè vide alcuna festa in tutta l’isola, strignendo catuna l’esempio e il comandamento del re. La quale mansuetudine fu al re maggiore laude, che al figliuolo la non pensata vittoria.