CAP. XXII. Battaglia fra due cavalieri, e perchè.
Fu vero, avvegnachè non in questi dì ma poi, che due grandi e valorosi cavalieri, l’uno Guascone e l’altro Inghilese, vennero a quistione, perocchè catuno si vantava ch’avea preso il re. E venne tanto montando la loro riotta, che s’appellarono per questo a battaglia, la quale con grande pompa e riguardo feciono a Calese, e il Guascone fece ricredente l’Inghilese. E al Guascone ch’ebbe la vittoria furono fatti gran doni dal re di Francia e dal prenze di Guales, ma poco appresso gl’Inghilesi per invidia il feciono morire. Avendo raccontate l’oltramontane fortune, le italiane con sollecitudine addomandano il debito alla nostra penna.
CAP. XXIII. Processo fatto contro a’ signori di Milano per lo vicario dell’imperadore.
Narrato abbiamo nel sesto libro, come messer Marcovaldo vescovo augustinese vicario in Pisa per l’imperadore, era fatto capitano della compagnia, e dell’altra oste de’ Lombardi ch’erano collegati contro a’ signori di Milano; ed essendo raunati tutti in Lombardia e acconci d’andare verso Milano, il vescovo fece esaltare nell’oste l’insegna imperiale ne’ campi di Modena, e ivi dichiarò a tutti, com’egli era vicario dell’imperadore, e formò un processo sotto il titolo del vicariato contro a messer Bernabò e a messer Galeazzo signori di Milano, il quale in effetto contenea: come in derisione e in contento della santa Chiesa e’ davano l’investiture de’ beneficii ecclesiastici a cui voleano, togliendoli a cui la santa Chiesa gli avea investiti, e a’ legati del papa non lasciavano in tutta loro tirannica giurisdizione fare uficio, e alquanti n’aveano fatti morire crudelmente; e come aveano trattato con messer Palletta da Montescudaio di tradire l’imperadore, e di torgli la città di Pisa, e come per loro violenta tirannia aveano occupate le città e’ popoli di Lombardia pertinenti al santo imperio, e come in vergogna della maestà imperiale, tornandosi l’imperadore in Alamagna, valicando per Lombardia, gli feciono serrare le porte delle città e castella di loro distretto, e guardare le mura con gente d’arme, come da loro nemico, avendo titolo di suoi vicari; e formato il processo, mandò per sue lettere a richiedere i tiranni, che a dì 11 del presente mese d’ottobre del detto anno comparissono personalmente dinanzi da lui a scusarsi del detto processo, altrimenti non ostante la loro contumace contro a loro pronunzierebbe giusta sentenza. E di quella, coll’aiuto di Dio, e del santo imperio e del suo potente esercito, tosto intendea fare piena esecuzione.
CAP. XXIV. Risposta fatta per li signori di Milano al vicario.
«Avendo per alcuni nostri fedeli notizia delle tue superbe e pazze lettere, colle quali noi, come fanciulli, col tuo ventoso intronamento credi spaurire, noi, avvegnachè dell’età giovani, molte cose avendo già vedute, al postutto il mormorio delle mosche non temiamo. Tu immerito del preclarissimo nome del santo imperio ti fai vicario, dei quale noi fedeli vicari ci confessiamo. Contro dunque a te non vicario dell’imperio, ma capo de’ ladroni, e guida di fuggitivi soldati, infra’ l termine che ci hai assegnato, acciocchè non t’affatichi venendo sopra il milanese, piagentino ovvero parmigiano tenitorio, pe’ nostri precussori idonei, acciocchè non ti vanti ch’a tua volontà le nostre persone abbi mosse, co’ tuoi guai, forse ti risponderemo. Noi adunque promettiamo a te, che con nefaria mano di ladroni a depopolare e ardere i nostri pacifichi confini con pazzo campo se’ mosso, non come vescovo ma come uomo di sangue, se la fortuna ministra, della giustizia nelle nostre mani ti conducerà, non altrimenti che come famoso ladrone, e incendiario ti puniremo.»
CAP. XXV. Risposta fatta, per lo vicario, alla detta lettera.
«Rallegriamo delle lettere che mandate ci avete, quali mostrano la superbia della quale voi vi gloriate. Della nostra ingiuria intendiamo soprassedere, ma della bugia scritta nelle vostre lettere non ci possiamo contenere. Scriveste dunque, che co’ vostri precursori, innanzi ch’entrassimo nel vostro tenitorio, ci rispondereste minacciandone di battaglia. E ora con la grazia di Dio e col suo aiuto, nel quale solo è la nostra speranza, non occultamente a modo di predoni, ma palesi, passati Parma, siamo in sul campo presso a cinque miglia a Piacenza, e col detto divino aiutorio intendiamo procedere innanzi, e co’ vostri precursori non ci avete ovviati, in vituperio della vostra vana superbia. Data a Ponte miro, a dì 10 d’ottobre.»
CAP. XXVI. Come i soldati de’ tiranni non vollono venire contro all’insegna dell’imperadore.
Era in questo mezzo avvenuto, ch’e’ signori di Milano, temendo l’avvenimento de’ sopraddetti loro avversari, aveano mandato a Parma il marchese Francesco con quattromila barbute di gente tedesca e Borgognoni ivi raunati altri cavalieri e gran popolo per uscire a campo, e non lasciare i nemici entrare sul terreno de’ signori di Milano, e di combattere con loro. Quando il marchese volle uscire fuori a campo, i conestabili de’ Tedeschi e de’ Borgognoni tutti di concordia dissono al marchese loro capitano, che contro al vicario dell’imperadore e alla sua insegna non anderebbono, nè in campo non farebbono resistenza contro al loro signore. Questo fu il titolo della scusa, ma più li mosse non volere fare resistenza alla compagnia, perocchè aveano parte in quella non istandovi, e il refugio e il soldo quand’erano cassi in altre parti; ma dissono, ch’erano apparecchiati di stare alla guardia delle città e delle castella lealmente. I signori sentendo l’intenzione de’ soldati, ch’acconsentivano d’essere cassi innanzi che uscire contro al vicario dell’imperadore, pensarono che a cassarli era aggiugnere forza a’ loro nemici, e pericolo di loro stato: e però dissimularono con loro, e ritrassonli a Milano, lasciando in Parma e in Piacenza buona guardia per difendere le mura.