CAP. XXVII. Come il vicario puose campo.
Il vescovo d’Augusta, ch’era prod’uomo in fatti d’arme e bene avveduto, sentendo ch’e’ soldati de’ signori di Milano non erano per uscire in campo contro a lui, con più ardire valicò Parma, cavalcando con tutta sua oste presso alle porti, e così Cremona, e ristette alquanto in sui Piacentino, ove fece la risposta della lettera sopraddetta. E predando il paese d’intorno per alcuno dì, si partì di là, ed entrò sul contado di Milano; e facendo in quello grandissime prede, trovando la gente male provveduta, si mise a fermare suo campo a una grossa villa che si chiama Rosario, presso a Milano a quattordici miglia di piano, intorno alla quale a due, e a tre, e quattro miglia sono altre grosse villate, raccolte a modo di casali, piene di molta vittuaglia e bestiame, e per l’abbondanza l’oste vi stette a grande agio; e indi cavalcarono per tutto il Milanese, facendo danno grave a’ paesani, che per lungo tempo non aveano sentito che guerra si fosse; e con tutta la forza de’ signori di Milano, niuna resistenza trovarono in campo in molti giorni: e però lasceremo alquanto questa materia, tanto che le grandi cose che ne seguirono abbiano il tempo loro, non partendoci però dall’italiane tempeste, che prima si vogliono raccontare.
CAP. XXVIII. Ordine del re d’Ungheria alla guerra con i Veneziani.
Tornato il re in Ungheria, avvisato che la moltitudine degli Ungheri non si può mantenere in Italia come ne’ diserti, ebbe suo consiglio, ed elesse trenta suoi grandi baroni per capitani, ciascuno di cinquemila Ungheri a cavallo, con ordine che catuno il servisse tre mesi, come sono tenuti per omaggio. E per questo modo deliberò di continovare la guerra a’ Veneziani, succedendo l’uno barone all’altro di due in due mesi, perocchè ’l terzo aveano per la venuta e pel ritorno. E a dì 15 d’ottobre del detto anno giunse l’uno de’ baroni a Colligrano con quattromila Ungheri, i quali di presente si misono a scorrere e a predare il paese infino a Trevigi. In campo non trovavano contasto, perocchè come questo signore era sopra Trevigi, così altri signori erano a Giara e nella Schiavonia sopra le terre de’ Veneziani, sicchè i Veneziani aveano tanto a fare a guardare le mura delle loro terre, che non sapeano come pur quello si potessono fornire, sicchè gli Ungheri al tutto signoreggiavano i campi di Trevigiana, e assediavano le castella.
CAP. XXIX. L’aguato misono gli Ungheri a gente de’ Veneziani.
Il doge di Vinegia col suo consiglio, vedendo la soperchia baldanza degli Ungheri, per tenerli più a freno si sforzarono di conducere un gran barone della Magna con seicento cavalieri tedeschi, per mandarli a Trevigi, e pagaronlo per quattro mesi innanzi; e datogli a compagnia un gentile uomo di Vinegia, all’uscita d’ottobre li mandarono a Trevigi, e per loro la paga per gli altri soldati a cavallo e a piè ch’erano a Trevigi. Costoro con poca provvedenza de’ loro nemici faceano la via per lo Vicentino. Gli Ungheri da Colligrano sentirono la via che costoro faceano; e di subito eletti mille Ungheri, li feciono cavalcare la notte contro a’ Tedeschi; e venne loro si contamente fatto, che innanzi ch’e’ Tedeschi avessono novella di loro, gli ebbono addosso nel cammino; ed essendo male armati, chi si mise a difendere fu morto, gli altri tutti ebbono a prigioni, e tolti loro i danari, e l’arme, e’ cavalli; e le robe, in camicia gli rimandarono a Vinegia. Per questo i Veneziani perderono molto vigore, e a’ nemici baldanza grande ne crebbe, e quasi come paesani sicuravano i villani, e faceano lavorare le terre per la nuova sementa.
CAP. XXX. Come il re Luigi trattò d’avere Messina in Cicilia.
Addietro avemo fatta memoria nel quarto libro, come messer Niccola di Cesaro rientrò in Messina e caccionne i suoi nemici, e con assentimento del re Luigi riprese Melazzo, e fecesene maggiore, ma non tanto ch’avesse ardire di scoprirsi a’ Messinesi, se non si sentisse più forte. E però s’accostò alla setta di que’ di Chiaramonte, e fece tornare da Firenze a Messina certi cavalieri ch’erano stati cacciati quando fu cacciato egli. E vedendo morto colui che dovea essere loro re, si mise in trattato col gran siniscalco del re Luigi di dargli Messina, e per questa cagione il re Luigi, e la reina Giovanna andarono in Calavria, e stettono parecchi mesi a Reggio, innanzi che l’accordo avesse il suo effetto. E facendo suo sforzo d’avere galee armate a questo servigio, con gran fatica ve n’erano sette, e alquanti legni armati in questo tempo. Lasceremo al presente questa materia tanto che venga a perfezione, e seguiremo quello che prima ci occorre a raccontare.
CAP. XXXI. Come si trattò pace fra il conte di Fiandra e i Brabanzoni.
I Brabanzoni vedendosi sottoposti al conte di Fiandra e a’ Fiamminghi, cosa molto strana al loro costume, non potendo più sostenere il giogo, e non volendosi rimettere in guerra, che n’erano mal capitati e mal destri, per savio avvisamento presono consiglio tutte le comuni di Brabante, fuori che la villa di Mellina ch’appartenea al conte, che la duchessa, ch’era cognata carnale del conte, tornasse in Brabante: e fattala venire, la ricevettono in Loano, affinchè tra lei e ’l conte si trovasse accordo. E per questa cagione, niuna vista o sentimento mostrarono di pigliare arme: e ’l conte, sentendo tornata la cognata in Brabante, non ne prese turbazione come avrebbe fatto del duca. E di presente che la duchessa fu in Brabante, si levarono baroni e amici di catuna parte, a trattare tra loro concordia per riposo de’ Fiamminghi e Brabanzoni. Per lo quale trattato, avvegnachè durasse lungamente, in fine, come trovare si potrà appresso nel suo tempo, vennero a final pace e concordia; ma questo principio fu del mese d’ottobre del detto anno.