CAP. XXXVII. Come l’oste della lega fu rotta dalla gente di Milano.

I signori di Milano che riceveano cotanto oltraggio per la malizia de’ loro soldati, non si ruppono da loro, ma carezzaronli in vista e in opere, e massimamente certi conestabili più confidenti, e tanto seppono fare, che una parte ne recarono a loro volontà; e nondimeno per tutte loro città raccolsono arme de’ soldati de’ loro sudditi e degli altri Italiani intorno di quattromila cavalieri, e altrettanti n’ebbono de’ loro soldati; e questo fu fatto per modo, che poco avvisamento n’ebbono i loro nemici. E sentendo tratti dell’oste del vicario milledugento barbute per lo fatto di Novara e di Vercelli, subitamente feciono capitano messer Loderigo de’ Visconti valente cavaliere, ma di grande età. Costui uscì subito con bene seimila cavalieri e molto gran popolo di Milano, e andatosene verso i nemici, ch’erano col loro campo a Margotto in sul Tesino, puosesi a campo a dì 12 di novembre predetto, presso a’ nemici a tre miglia, e mandò a richiedere il vescovo di battaglia, la quale richiesta il vicario mostrò d’accettare allegramente, e ’l termine fu per la domenica mattina vegnente, a dì 13 del mese. Ma vedendosi il vescovo sfornito il campo di milledugento buoni cavalieri, si provvide la notte di fare valicare il Tesino a tutta la sua oste, a fine di riducersi con essa presso a Pavia, per avere il sussidio della città, che troppo gli parea avere grande disavvantaggio. In questo movimento prigioni si fuggirono ch’avvisarono messer Loderigo del fatto: il quale di subito la notte mandò messer Vallerano Interminelli, figliuolo che fu di Castruccio, con trecento cavalieri, e comandogli che si strignesse co’ nemici francamente, sicch’egli impedisse la partita loro, tanto ch’e’ giugnesse colla sua oste, della quale incontanente ordinò le battaglie, e seguitò appresso. Messer Vallerano fece coraggiosamente il suo servigio, e innanzi dì assalì il campo ora dall’una parte ora dall’altra, per li quali assalti molto impedì il valico del Tesino alla gente del vicario. Ma schiarito il giorno, per lo soperchio della gente del vicario fu preso colla maggiore parte de’ suoi cavalieri. Nondimeno il carreggio del campo, e la salmeria, e ’l popolo, e parte de’ cavalieri valicavano continovamente, e di qua alla riscossa erano rimasi col vicario dell’imperadore il conte di Lando capitano della compagnia, e messer Dondaccio di Parma, e messer Ramondino Lupo, e quasi tutti i migliori conestabili dell’oste con millecinquecento barbute e co’ sopraddetti prigioni. E avendosi messa innanzi tutta l’altra oste, innanzi che potessono conducersi al passo, messer Loderigo colla sua cavalleria, tutti schierati e ordinati alla battaglia, fu loro addosso la mattina al chiaro dì. I cavalieri del vicario, ch’erano uomini di gran virtù in fatti d’arme, vedendosi allo stretto partito, tutti s’annodarono insieme, e feciono testa, e ricevettono l’assalto de’ nemici francamente, non lasciandosi di serrare, facendo d’arme gran cose contro al soperchio ch’aveano addosso: e combattendo continovamente per spazio di tre ore sostennero l’assalto d’ogni parte, danneggiando molto i nemici loro. Infine la fatica e ’l soperchio della moltitudine de’ loro avversari li ruppe. Allora molti, che temettono più la paura che la vergogna, si misono alla fuga e camparono. In sul campo ne rimasono presi seicento e più, tra’ quali fu il vescovo già detto, vicario dell’imperadore, e ’l conte di Lando, e messer Ramondino Lupo, e messer Dondaccio. È vero che ’l conte venne a mano de’ Tedeschi, che ’l celarono e camparono, e due cavalieri tedeschi camparono messer Dondaccio, e fuggironsi con lui, e fidaronsi alle sue promesse, e per diversi cammini il condussono a Firenze, e poi in Lombardia. Tutta l’altra oste, che avea valicato Tesino, sani e salvi si ricolsono in Pavia con tutto il carreaggio e l’altro arnese. E questa fu la fine della nuova impresa del nuovo vicario dell’imperadore, ma non de’ fatti della lega.

CAP. XXXVIII. Il consiglio prese il capitano di Forlì.

Veduto che Francesco degli Ordelaffi ebbe, che Faenza, e tutta l’altra Romagna, e la Marca, e ’l Ducato era venuta all’ubbidienza di santa Chiesa, e che al legato ch’avea gran potenza di danari e d’uomini d’arme, non restava a fare altra guerra che contro a lui, ragunò a consiglio tutti i buoni uomini di Forlì, e domandò consiglio da loro di quello ch’avesse a fare. Costoro consigliati insieme, di concordia feciono dire al capitano in quel consiglio, che la fede e l’amore ch’e’ Forlivesi aveano sempre portato alla sua casa e a lui non era in loro mancata; e come altre volte de’ loro propri beni nelle fortune loro gli aveano atati e mantenuti, tanto ch’elli erano ritornati nella signoria; così intendeano di fare quando il bisogno incorresse, di che Iddio il guardasse. Nondimeno conoscendo al presente la gran forza della Chiesa contro a lui solo, e niuno soccorso, consigliavano che col legato si trattasse accordo il migliore che avere si potesse. E di questo avverrebbe, ch’eglino suoi amici non perderebbono i loro beni, e potrebbonlo sovvenire e atare. Quando egli ebbe udito il loro consiglio, disse: Ora voglio che voi udiate la mia intenzione. Io non intendo fare accordo colla Chiesa, se Forlì e l’altre terre ch’io tengo non mi rimangono, e quelle intendo mantenere e difendere fino alla morte. E prima Cesena, e le castella di fuori, e Forlimpopoli, e appresso perdute quelle, le mura di Forlì, e perdute le mura, difendere le vie e le piazze, all’ultimo questo mio palazzo, e in fine l’ultima torre di quello, innanzi che per suo assentimento alcuna n’abbandonasse; e però volea che tutti sapessono in palese la sua intenzione, pregandoli con minacciamento di gravi minacce che catuno li fosse fedele amico e leale: e di presente mandò la moglie e’ figliuoli con buona compagnia di gente d’arme a cavallo e a piè, e raccomandolle la guardia di Cesena; e fornì di vantaggio tutte le castella, e di Forlì trasse da capo femmine e fanciulli, e gente disutile in tempo d’assedio, e soldati mise nelle case e masserizie di certi cittadini meno confidenti; e così disposto, intendea a difendersi dal legato.

CAP. XXXIX. Messer Niccola prese Messina per lo re Luigi.

Tornando nostra materia a’ fatti di Messina, essendo il re Luigi a Reggio, messer Niccola di Cesaro avea procurato d’avere in sua guardia il castello di Sansalvadore in sulla marina, e aggiuntosi i cavalieri di sua setta, ch’avea fatti ritornare da Firenze, si provvide che non era sicuro a fare sua impresa col re Luigi, s’e’ non avesse il castello di Mattagrifone sopra Messina, che era fortissimo, e dava l’entrata e l’uscita della città per la montagna; questo procacciò per ingegno, che per forza non avea luogo. Il castellano non prendea guardia de’ suoi cittadini, e’ cavalieri tornati da Firenze erano amici, e per modo d’andarlo a vicitare con alquanti loro famigli, furono con festa ricevuti da lui; e tenendolo in novelle, com’era ordinato, messer Niccola sopravvenne con altri suoi compagni, e non gli fu contradetta l’entrata per mala provvisione del castellano; e trovandosi dentro forte, cortesemente ne trasse il castellano, ch’era male provveduto alla difesa. Fornito questo messer Niccola vi mise il castellano e le guardie a suo modo; e avendo fermo il trattato col re Luigi, il re del mese di novembre vi mandò messer Niccola Acciaiuoli da Firenze ch’avea menato questo trattato, con sette galee e un legno armato cariche di grano, e con lui cinquanta cavalieri e trecento masnadieri di Toscana; e giunti a Messina, furono ricevuti da messer Niccola di Cesaro e da’ suoi seguaci a grande onore; e ’l popolo ch’avea necessità grande di vittuaglia, sentendo le galee cariche di grano, fu molto contento, e incontanente per sicurtà del re fu consegnato al gran siniscalco la guardia di Sansalvadore, ch’è la forza del porto, e Mattagrifone, ch’è la guardia della città; e fatto questo, e lasciato in catuno masnadieri e balestrieri alla guardia, fu condotto il gran siniscalco e l’altra sua gente d’arme all’abitazione del re, ove trovò due figliuole del re Petro, le quali ritenute cortesemente mandò poi al re e alla reina ch’erano a Reggio, e da loro furono ricevute graziosamente, come appresso racconteremo, e la reina le ritenne con seco onorevolemente. Qui si desti la memoria della reale eccellenza del re Ruberto: qui s’agguagli la sua sollecitudine, la sua grande potenza, l’armata di cento, e di centosessanta, e di dugento galee per volta, e di molte armate colla forza grande de’ suoi baroni, e della sua cavalleria e delle sue osti, per acquistare alcuna terra nell’isola di Cicilia non che Messina, ch’è la corona dell’isola, e non potutolo fare, acciocchè per esempio si raffreni l’impotente ambizione degli uomini, e non si stimi alcuna cosa per forza avere fermezza, nè potere fuggire a tempo le calamità innate nelle mortali e cadevoli cose del mondo.

CAP. XL. Come si ribellò Genova a que’ di Milano.

Seguitasi, che in questi dì i Genovesi, i quali di natura sono altieri, vedendosi sì vilmente sottoposti a’ tiranni di Milano, e che vendicati s’erano de’ Veneziani e de’ Catalani, per la cui fortuna s’erano sottoposti al tirannesco giogo, avendo sentito che ’l marchese di Monferrato avea rubellato a’ tiranni Asti in Piemonte, e che i signori di Pavia s’erano accostati con lui, e ’l vicario dell’imperadore era colla gente della lega e colla compagnia a oste in sul Milanese, innanzi che sapessono della sconfitta del vicario, parendo loro avere tempo da rubellarsi senza pericolo, a dì 15 di novembre anno detto, il popolo si levò a romore, e prese l’arme, e corse la terra, gridando: Viva libertà, e muoiano i tiranni; e corsi al palagio, dov’era il vicario de’ signori, senza contasto furono messi dentro, e trassonne il vicario e tutta sua famiglia, e tutte le masnade de’ soldati a cavallo e a piè con lui misono fuori della città e del loro distretto, senza fare loro villania o altro male. E incontanente mandarono a Pisa per messer Simone Boccanegra, ch’era prima stato doge di Genova, il quale essendo molto amico de’ Pisani, e avendo secondo l’opinione di molti trattata questa rivoltura, coll’aiuto de’ cavalieri di Pisa e per loro consiglio si mise per terra, e andò a Genova, e prese la signoria dal popolo. E per questo modo fu libera la città di Genova dalla signoria de’ Visconti di Milano, della qual cosa i signori di Milano rimasono indegnati contro al comune di Pisa, aggiugnendo allo sdegno, ch’aveano dato aiuto al vicario dell’imperadore quando andò contro a loro, e la morte di messer Paffetta loro confidente amico; ma tutto comporta nel tempo l’animo della parte.

CAP. XLI. Come fu disfatta la chiesa di santo Romolo.

Era la chiesa di santo Romolo in sulla piazza de’ priori, e impedia molto la piazza; entrò un uficio al priorato ch’aveano poco a fare, e però, come fu loro messo innanzi di rallargare e dirizzare la piazza, preso di concordia tra loro il partito, subitamente la sera e la notte feciono mettere in puntelli la chiesa e le case sue, e a dì 20 di novembre tutto feciono rovinare, e ivi presso volgendo le loggie verso la piazza, ordinarono che si redificasse maggiore e più bella, e ordinaronvi i danari, e fu fatto. Costoro, a dì 3 di dicembre del detto anno, volendo fare una gran loggia per lo comune in sulla via di Vacchereccia, non bene provveduti al beneficio del popolo, subitamente feciono puntellare e tagliare da piè il nobile palagio e la torre della guardia della moneta, dov’era la zecca del comune, ch’era dirimpetto all’entrata del palagio de’ priori in sulla via di Vacchereccia, e quella abbattuta, e fatta la stima delle case vicine fino al chiasso de’ Baroncelli e de’ Raugi (biasimati dell’impresa, e che loggia si convenia a tiranno e non a popolo) vi rimase la piazza de’ casolari, e la moneta assai debole e vergognosa a cotanto comune. Questo medesimo uficio comperò da’ Tornaquinci la grande e bella torre ch’aveano sul canto di mercato vecchio e in sul corso del palio, la quale strignea e impediva la via del corso; questa feciono abbattere e cadere in sul mercato all’uscita del loro uficio; e fu molto a grado a’ cittadini, e utile alla via e al mercato.