CAP. LII. Come si cominciò le mulina del comune di Firenze.

Del mese di marzo, anno 1356 all’entrante, diliberò il comune di Firenze di far fare la gran pescaia in Arno sopra la città, dalla torre del Renaio alla porta di san Niccolò, e ’l canale che prende di sopra a san Niccolò infino al Ponte rubaconte da san Gregorio, nel quale ordinarono e poi fornirono due case a traverso al canale, l’una di sopra e l’altra di sotto, catuna con sei palmenta per lo comune molto bene edificate, e ancora per ordine vi se ne dovea fare quattro penzole. Provvide questo il comune per fatti delle guerre di fuori, che faceano alcuna volta venire di farina la città in gran soffratta, e queste vengono nella guardia dentro alle mura della città, e spesso hanno d’acqua grande abbondanza.

CAP. LIII. Come il reame di Francia ebbe gran divisione.

Detto abbiamo poco addietro come i borgesi di Parigi doveano guidare il Delfino e ’l reame, ma il mestiere di tanto fascio non era loro; e per la presura del re Giovanni, e per la codardia del Delfino suo figliuolo, l’ordine del consueto corso del reame era rotto, e’ baroni e’ popoli si governavano a loro senno, e’ borgesi di Parigi non poteano nè sapeano riparare. Gl’Inghilesi tennono con loro trattati d’accordo, e a mano a mano gli cavalcavano, facendo loro gran danni; e però, credendosi potere meglio riparare, ordinarono di comune concordia del reame che la balía e ’l consiglio del reggimento in quelle fortune fosse di tre prelati, e di tre baroni, e di tre borgesi, con piena balía di potere fare pace e guerra, e leggi e comandamenti come a loro paresse; e convenne che ’l Delfino acconsentisse a questo reggimento, e promettesse reggersi per loro consiglio. Dall’altra parte tutti quelli di Linguadoca feciono loro conducitore il conte d’Ormignac, dandoli due altri cavalieri per suo consiglio per certo termine, e ’l Delfino convenne che glie le confermasse; della qual cosa nacque lo sdegno del conte di Fucì, che fu poi cagione di gran guerra tra loro, come innanzi si potrà trovare. Nel principio di questo nuovo reggimento al tutto si mostrarono strani di non volere udire trattato di pace, e cominciarono a dare ordine d’accogliere danari per fornirsi di cavalieri soldati, e parve in questi principii dovessono fare gran cose; ma in poco di tempo, come catuno ebbe fornite sue spezialità per virtù dell’uficio, lasciarono in abbandono il consiglio del comune reggimento, e senza ordine trascorsono alla figura della ruina dello sviato regno. I Piccardi prima avvedendosi di questo, presono da loro di reggersi per sè, e non conferire nè ubbidire alle colte, nè agli ordini de’ detti uficiali, e così feciono molte altre provincie e ville del reame; e di questo nacquono poi cose di gravi danni di tutto il reame, come seguendo nostra materia si potrà trovare.

CAP. LIV. Morte del conte Simone di Chiaramonte in Cicilia.

Essendo il re Luigi in Messina, vi venne il conte Simone di Chiaramonte; e parendogli avere fatto al detto re gran cose, perocchè era principale cagione d’avergli fatto avere Messina, e l’altre terre e castella dell’isola, parendogli dovere avere dal re ogni grazia, gli addomandò di volere per moglie dama Bianca una delle figliuole di don Petro che fu re di Cicilia, e oltre a ciò si mostrava in atto e nel suo parlare più superbo che altiero. Al re e al suo consiglio non parve convenevole la sua domanda, che tant’era come dargli il regno, e però entrò in trattato con lui di volergli dare la figliuola del duca di Durazzo. E in questo stante al conte venne male, che in sette dì si trovò morto. Sospetto fu, che ’l consiglio del re avesse aoperato nella sua morte, per tema ch’e’ non movesse novità grandi nell’isola, come potea, non avendo dal re la sua intenzione. Se natural fu, assai fu a grado al re e al suo consiglio. E questo avvenne di marzo, anno detto 1356.

CAP. LV. Come si liberò il Borgo a Sansepolcro da tirannia.

Francesco di Nieri da Faggiuola essendo come tiranno signore del Borgo a Sansepolcro, e per tenere quello avea perdute certe delle sue proprie castella, e vedendosi debole in quello reggimento, trattò co’ terrazzani d’avere da loro seimila fiorini d’oro, e lasciarli in libertà; e avendone già avuti tremila, e data la fortezza a guardia de’ terrazzani, certi Boccognani, ch’erano in bando di Perugia e riparavansi con lui, il ripresono di viltà, e dissono che nol dovea fare, ma se avarazia di danari il movea, elli gli farebbono dare quindicimila fiorini in tre dì al comune di Perugia dando loro la terra. Costui stretto dalla cupidigia della moneta diè il suo consentimento a que’ Perugini. Ed egli avea ancora il titolo della signoria, e le masnade de’ forestieri a piè da poter mettere i Perugini nella terra, s’e’ borghigiani non se ne fossono accorti, ma sentirono il fatto; e senza attendere il dì, la notte furono tutti sotto l’arme, e per forza trassono Francesco e tutti i soldati del Borgo, e accompagnandoli, gli ebbono condotti in sul terreno di Città di Castello. Ivi il lasciarono co’ suoi soldati, i quali il ritennono tanto, ch’e’ tremila fiorini ch’avea avuto da’ borghigiani vennono nelle loro mani; e avuti i danari, e de’ suoi arnesi, il lasciarono andare povero e mendico, com’egli avea meritato. I borghigiani usciti delle mani del tiranno ghibellino si riformarono a popolo e a parte guelfa, tenendo di fuori tutti i Boccognani ghibellini ch’aveano tradita la loro terra, come addietro contammo, e’ loro seguaci.

CAP. LVI. Come l’abate di Clugnì succedette al cardinale di Spagna.

Avea, come si può vedere addietro, il cardinale di Spagna legato del papa con prospera fortuna racquistato a santa Chiesa tolte le terre, ch’erano state occupate lungamente a santa Chiesa nel Patrimonio, nella Marca, nel Ducato e in Romagna, salvo quelle che tenea il signore di Forlì, e contro a quelle s’era apparecchiato di vincerle. In questo il papa, o che fosse movimento suo o de’ cardinali, o fatto a richiesta o a motiva del legato, la Chiesa mandò successore a fornire le guerre, che restavano, e a mantenere le ragioni di santa Chiesa in Italia, per successore del valoroso cardinale di Spagna l’abate di Clugnì con piena legazione; il quale giunse a Faenza all’entrante d’aprile anni 1357. E come l’abate fu giunto, la gente della Chiesa in una cavalcata fatta sopra Forlì, alla quale il capitano uscì incontro per riscuotere la preda, e’ cadde in un aguato ove perdè da cento uomini di suo i più a cavallo. E come il nuovo legato fu posato, il legato fece venire a Fano tutti i maggiori caporali del Patrimonio, e del Ducato, e della Marca e di Romagna, e ambasciadori delle comunanze, e in quel parlamento il cardinale fece suo sermone, commendando coloro ch’avea trovati fedeli e leali a santa Chiesa, e ammonì e pregò tutti generalmente che dovessono stare in ubbidienza e in fede di santa Chiesa, e a servire il nuovo legato lealmente come aveano fatto lui, commendando largamente in tutte le virtù il suo successore, e dicendo come sua intenzione era di voler tornare a corte di Roma di presente; e questo fu a dì 27 d’aprile del detto anno. I savi uomini ch’erano in quel parlamento, che conoscevano il pericolo che correa il paese ancora in guerra partendosi il legato cardinale, ch’avea l’amore di tutti e le cose aperte nelle mani, il pregarono di comune consiglio che non si dovesse partire del paese insino al settembre prossimo: l’abate medesimo con ogn’istanza per sua parte e per beneficio di santa Chiesa il ne richiese: ond’egli conoscendo la necessità, affinchè l’acquisto fatto per lui prendesse più fermezza, acconsentì di stare alle loro preghiere questo tempo. E quello che principalmente più l’indusse, fu l’impresa ch’avea ordinata contro all’aspra rubellione del capitano di Forlì, che per vantaggio che ’l cardinale gli avesse voluto fare, non volea a santa Chiesa restituire in pace le città di Forlì e di Cesena.