CAP. LVII. Come il re di Francia fu menato in Inghilterra.

Tornando nostra materia a’ fatti del re di Francia, ch’era in prigione a Bordello in Guascogna, i Guasconi, a cui e’ s’era accomandato, non volendo acconsentire al re d’Inghilterra di mandarglielo nell’isola com’e’ volea, si pensò il re di fare per ingegno quello che per sua autorità, senza indegnazione de’ Guasconi co’ quali avea vinta la sua guerra, nol potea fare. E però fece venire i legati al figliuolo in Guascogna, e mandovvi i maggiori de’ suoi baroni a trattare la pace colla persona del re e co’ legati. E recata la cosa per lungo dibattimento a concordia, per dare più fede al fatto, fu ordinata e bandita nell’uno reame e nell’altro triegua per due anni; e’ patti della pace recati in iscritture private, con patto, che per fare onore al re d’Inghilterra, e per maggior bene della pace, il re dovesse andare nell’isola, e con lui i legati di santa Chiesa e tutti i baroni ch’erano presi, acciocchè la pace nella presenza de’ due re e de’ legati avesse la sua intera e piena fermezza. E per questo ingegno, acconsentendo i Guasconi alla volontà del re e de’ legati, fu il re di Francia e gli altri baroni liberati al duca di Guales, i quali con gran compagnia di baroni e di cavalieri inghilesi gli condussono in Inghilterra, dove furono ricevuti con quella festa e onore ch’al suo tempo innanzi diviseremo: e questa partita da Bordello fu fatta d’aprile del detto anno.

CAP. LVIII. Come la gente della Chiesa entrò in Cesena.

Dappoichè il cardinale legato ebbe preso partito di rimanere a fornire la guerra di Romagna, come detto è, ordinò la sua gente d’arme a cavallo e a piè, e tutti i sudditi richiese d’aiuto; e fece pubblicare la sentenza contro al capitano di Forlì e contro a chi gli desse aiuto o favore, e a dì 24 d’aprile anno detto fece scorrere la sua gente intorno a Forlì, e presono Castelvecchio, e predarono il paese facendo assai danno, e il capitano a questa volta si stette dentro alle mura. Avea, come detto è, Francesco Ordelaffi, detto capitano, mandato alla guardia di Cesena la valente sua donna madonna Cia, figliuola di Vanni da Susinana degli Ubaldini, con dugento cavalieri e con assai masnadieri, e comandato a tutti che l’ubbidissono come la sua persona; e per suo consiglio l’avea dato Sgariglino di.... suo intimo amico. Questa mantenea la guardia della città con grande sollecitudine: ma i cittadini sentendo la molta gente d’arme ch’avea il legato, e che contro a loro s’apparecchiavano le percosse, e non si vedeano potenti alla difesa, quasi in subito movimento ordinarono di ricevere nella terra di sotto la gente del legato; il quale subitamente vi mandò millecinquecento cavalieri, e senza contasto furono messi pe’ terrazzani nelle prime cinte delle mura. La donna colla sua forza per l’improvviso caso non potè riparare a’ nemici, ma ridussesi in quella parte più alta della terra che si chiama la murata e nella rocca, all’uscita d’aprile predetto, con tutte le sue masnade da piè e da cavallo. E presi tre cittadini ch’erano stati al trattato, in sulla murata li fece decapitare e gittarli di sotto a’ nemici; e con animo ardito e franco più che virile prese la difesa del minore cerchio e della rocca con sollecita guardia di dì e di notte, mostrando di poco temere cosa ch’avvenuta le fosse.

CAP. LIX. Come il legato con sua forza andò a Cesena.

Come il legato ebbe la sua gente in Cesena, di presente mandò tutta l’altra sua cavalleria e fanti a piè a Cesena per assediare la donna e la sua gente nella murata e nella rocca, innanzi ch’ella potesse avere altro soccorso, e fece pigliare un monistero ch’era in un colle al pari della rocca, e fecevi stare gente a cavallo e a piè sì forte, che da quella parte la rocca non potesse essere soccorsa, e nella terra di sotto provvide d’afforzarsi per modo che maggior forza che la sua non gli potesse nuocere: e’ soldati del cardinale avendo contro a’ patti rubati i terrazzani, avea fatto cambiare loro gli animi, per la qual cosa la guardia della terra convenia essere grande e forte, e in questo per tenerli forniti ebbe il legato somma sollecitudine. La valente madonna Cia dalla sua parte facea francamente dì e notte buona guardia, tenendosi in grande ordine alla difesa.

CAP. LX. Abboccamento e triegua fatta dal re di Spagna al re d’Araona.

Del mese d’aprile anno detto, il re di Castella avendo oltraggiato in mare e in terra quello d’Araona, come abbiamo contato, temendo che il re d’Araona non venisse sopra le sue terre colla sua oste, s’avacciò, e accolse tra Spagnuoli, e infedeli Giannetti, e Mori, cinquemila cavalieri e grandissimo popolo, e vennesene in sulle terre d’Araona; e pose campo intorno a Samona, la quale poco innanzi avea tolta a’ Catalani, e ivi attese il re d’Araona affine di combattersi con lui. Il re d’Araona avea fatto suo sforzo, e venne contro a lui con tremilacinquecento cavalieri catalani, e con moltitudine di mugaveri a piè con loro dardi, e pose il suo campo assai presso a quello degli Spagnuoli; e catuno s’ordinava per venire alla battaglia. E perchè il re d’Araona non avesse tanta gente a cavallo quanta il re di Spagna, non avea minore speranza nella vittoria, perocchè avea buoni cavalieri, e tutti d’una lingua, e animosi contro gli Spagnuoli, e dove abboccati si fossono, non era senza effusione di sangue grande, ma, come a Dio piacque, baroni di catuna parte si misono in mezzo, e mostrarono a’ signori come di lieve cagione non si convenia a’ due re essere operatori di tanto male, e presono ordine di trattare la pace, e in quello stante feciono fare loro due anni di triegua; e del mese di maggio del detto anno catuno si tornò addietro con tutta sua gente nel suo reame.

CAP. LXI. Come Rezzuolo si diede a’ Fiorentini.

I terrazzani del castello di Rezzuolo, dappoichè furono liberati dall’assedio del conte Ruberto da Battifolle per comandamento del comune di Firenze, s’intesono insieme, e recaronsi in guardia e ubbidiano male Marco di messer Piero Sacconi, perchè si pensava non poterlo tenere. Nondimeno vi mandò, gente d’arme per guardare la rocca, dando boce che ’l volea dare al comune di Firenze, perchè sentiva della volontà de’ terrazzani; ma quelli del castello non li vollono ricevere, ma feciono loro sindaco con pieno mandato, a darsi liberamente e farsi contadini di Firenze, e Marco mandò ancora suo procuratore a Firenze colle ragioni ch’avea nel castello per darle al comune. I Fiorentini presono prima le ragioni di Marco, e appresso quelle degli uomini del castello, e questo fu fatto a dì 29 d’aprile anno detto. E recato Rezzuolo col suo contado a contado di Firenze, e aggiunto colla montagna fiorentina con cui confinava, e già per questo Marco non si fece amico de’ Fiorentini, nè i Fiorentini, di lui.