CAP. LXII. Come i Pisani vollono torre Uzzano a’ Fiorentini.
I Pisani veggendosi privati del porto, e della mercatanzia, e de’ mercatanti forestieri, della qual cosa seguitava alla loro città mancamento delle rendite del comune, e incomportabile danno agli artefici e a’ mercatanti, e scandalo e riprensione tra’ cittadini, coloro che reggeano lo stato con grande astuzia pensavano di trovare modo con loro vantaggio, ch’e’ Fiorentini si movessono contro a loro in guerra, stimando, se guerra si movesse, i cittadini di Pisa, che sono animosi contro a’ Fiorentini, dimenticherebbono ogni altra cosa di mercatanzia e di loro mestieri; e però cominciarono certo trattato in Uzzano di Valdinievole per torlo al comune di Firenze, non avendo il detto comune per tutta l’ingiuria della franchigia tolta a’ loro cittadini voluta rompere la pace. Il trattato si scoperse, e Uzzano e tutte l’altre terre si rifornirono pe’ Fiorentini di migliore guardia, e presesi per consiglio di dissimulare l’ingiuria. È oltre a questo usarono un altro scalterimento. Il doge di Genova era singulare loro amico, e sotto la sua baldanza mandarono ambasciadori a Genova, i quali fermarono compagnia e lega col doge per un anno, e co’ Genovesi, a tenere certe galee in mare per non lasciare andare mercatanzia a Talamone, ma farla scaricare in Porto pisano; e dierono a intendere a’ Genovesi, che quest’era di volontà de’ Fiorentini ch’aveano voglia di tornarsi a Pisa, ma non voleano mancare a’ Sanesi per loro fatto la promessa del porto di Talamone. E fornita la lega, con moltitudine di stromenti la feciono bandire, e nel bando dire, che i Fiorentini potessono colle persone e colle loro mercatanzie andare, stare, e navicare, e mettere e trarre del loro porto, e della città e distretto, sani e salvi, e franchi e liberi d’ogni dazio, e gabella e dirittura. E con questa loro provvisione credettono levare i Fiorentini dalla loro impresa di Talamone, ma trovaronsi ingannati, come appresso diviseremo.
CAP. LXIII. Come i Pisani armarono galee per impedire il porto.
I Fiorentini sentendo i maliziosi agnati de’ Pisani, infinsono, come detto è il fatto d’Uzzano, e mandarono ambasciadori a Genova per avvisare il consiglio e il popolo di quella città l’inganno col quale i Pisani gli aveano indotti a fare lega contro al comune di Firenze. Il doge per la singolare amistà ch’avea co’ Pisani non lasciò avere loro il consiglio, sicchè non poterono fare quello perchè andati v’erano, e tornaronsi addietro non senza mormorio de’ cittadini che ’l seppono contro al doge. I Fiorentini conoscendo quanto danno tornava a’ Pisani il perdimento del porto e della mercatanzia più l’un dì che l’altro, aggravarono l’ordine del divieto, e aggiungono, che chi consigliasse, o procurasse o trattasse, o in segreto o in palese, che a Pisa si tornasse, fosse condannato nell’avere e nella persona; e mandarono in Proenza a fare armare galee per conducere la mercatanzia, e’ mercatanti si procacciarono cammino di Fiandra a. Vinegia ed a Avignone per terra, non curandosi, di maggior costo, e ogni cosa comportavano lietamente, acciocchè ’l comune mantenesse l’impresa. I Pisani si sforzarono tanto ch’ebbono sei galee armate, e più volte cercarono di prendere e ardere Talamone; la cosa si rimase in questi termini lungamente, tanto, ch’e’ Fiorentini, procurarono di ributtarli in mare.
CAP. LXIV. L’aiuto mandò messer Bernabò al capitano di Forlì.
Il capitano di Forlì, sentendo le masnade del legato in Cesena, e posta la bastita alla rocca, e racchiusa la moglie e i figliuoli nella murata, mandò per soccorso a messer Bernabò signore di Milano in cui riposava tutta sua speranza, il quale incontanente intese ad apparecchiarli il soccorso. Ma perchè scoprire non si volea allora nemico di santa Chiesa, trattò col conte di Lando caporale della compagnia, e segretamente si convenne con lui per li suoi danari; e fece servigio a se del levargli a’ nemici, e mandogli in Romagna contro al legato, perchè atassono il capitano di Forlì suo amico. E innanzi che la compagnia si partisse, per dare speranza agli amici, e raffrenare le imprese del legato, mandò in sul Modenese duemila barbute della sua propria cavalleria, e ivi si stavano senza fare guerra, tenendo in sospetto i Lombardi e ’l legato. In questo tempo il legato si studiava di strignere e forte quelli della murata di Cesena, dando loro il dì e la notte gravi assalti, e rittivi più trabocchi, gli fracassava d’ogni parte; e oltre a ciò, tentava con trattati e con spendio d’avere la murata innanzi che la compagnia venisse. Di questo nacque, che madonna Già avendo alcuno sentore, che senza sua saputa l’antico amico del capitano, il quale era in sua compagnia, Sgariglino, trattava alcuno accordo col legato per salvezza di tutti gli assediati, di presente il fece prendere e tagliargli la testa, del mese di maggio anno detto. Ella sola rimase guidatore della guerra e capitana de’ soldati, e il dì e la notte coll’arme indosso difendea la murata dagli assalti della gente del legato sì virtuosamente, e con così ardito e fiero animo, che gli amici e’ nemici fortemente la ridottavano, non meno che se la persona del capitano fosse presente.
CAP. LXV. Come il conte d’Armignacca da Tolasana per gravezze fu cacciato.
Di questo mese di maggio, essendo venuto il conte d’Armignacca capitano di quelli dei reame di Francia di Linguadoca, ed essendo venuto alla città di Tolosa, e trattando di fare gravezze per accogliere danari per la comune bisogna della guerra, il popolo si levò a romore e furore contro al conte, dicendo, ch’egli era sturbatore della pace, e voleali mettere in disusate gravezze; e corsono al palagio ov’egli abitava, e non potendovi entrare per forza, l’assediarono, e cominciarono ad affocare le porte. E soprastando la difesa, i gentili uomini di Tolosana si misono in mezzo, e feciono promettere e giurare al conte, che non renderebbe mal merito al popolo di Tolosa di ciò ch’aveva fatto contro a lui, e che non farebbe alcuna gravezza alla villa. E fatti i patti, il conte s’assicurò nelle mani de’ gentili uomini: e quetato il popolo, sano e salvo il condussono in suo paese colla sua gente.
CAP. LXVI. Conta dell’onore fatto al re di Francia in Inghilterra.
Avendo il duca di Guales e gli altri baroni d’Inghilterra condotto il re di Francia, e ’l figliuolo, e gli altri baroni presi nella battaglia, nell’isola d’Inghilterra, feciono assapere al re Adoardo la loro venuta. Il re di presente fece assembrare in Londra di tutta l’isola baroni, e cavalieri d’arme, e gran borgesi per volere fare singulare festa in onore del re di Francia per la sua venuta; e fece ch’e’ cavalieri si vestissono d’assisa, e li scudieri e’ borgesi, e per piacere al loro re catuno si sforzò di comparire orrevole e bello; e ordinato fu che tutti andassono incontro al re di Francia, e facessongli reverenza, e onore, e compagnia, e ’l re Adoardo in persona vestito d’assisa, con alquanti de’ suoi più alti baroni, avendo ordinata sua caccia a una foresta in sul cammino fuori di Londra, si mise là co’ detti suoi baroni; e mandato innanzi incontro al re di Francia tutta la sopraddetta cavalleria, com’egli s’approssimò alla foresta, il re d’Inghilterra uscito dalla foresta per traverso s’aggiunse col re di Francia in sul cammino, e avvallato il cappuccio, inchinatolo con reverenza, gli disse salutandolo: Bel caro cugino, voi siate il ben venuto nell’isola d’Inghilterra. E ’l re avvallato il suo cappuccio gli rispose, che ben foss’egli trovato. E appresso il re d’Inghilterra l’invitò alla caccia, ed egli lo merciò dicendo che non era tempo: e ’l re disse a lui: Voi potete e a caccia e riviera ogni vostro diporto prendere nell’isola. Il re di Francia glie ne rendè grazie. E detto, addio bel cugino, si ritornò nella foresta alla sua caccia, e ’l re di Francia con tutta la compagnia degl’Inghilesi con gran festa fu condotto nella città di Londra, essendo montato in sul maggiore destriere dell’isola spagnuolo adorno realmente, e guidato da’ baroni al freno e alla sella, con dimostramento di grande onore fu guidato per tutte le buone vie della città, ordinate e parate a quello reale servigio, acciocchè tutti gl’Inghilesi piccoli e grandi, donne e fanciulli il potessono vedere. E con questa solennità fu condotto fuori della terra all’abitazione reale; e ivi apparecchiata la desinea con magnifico paramento d’oro, e d’arnesi, e di argento, e di nobili vivande, fu ricevuto e servito alla mensa realmente, e tutti gli altri baroni, e il figliuolo del re, ch’erano prigioni, furono onorati conseguentemente in questa giornata, che fu a dì 24 di maggio del detto anno. Per questa singolare allegrezza e festa si diede più piena fede che la pace fosse ferma e fatta; ma chi vuole riguardare la verità del fatto, conoscerà in questo processo accresciuta la miseria dell’uno re e esaltata la pompa dell’altro, e quello che si nascose nella simulata festa si manifestò appresso ne’ fatti che ne seguirono, come seguendo, ne’ tempi racconteremo.